Rassegna Stampa PD Mira

Una selezione di articoli, foto, siti, interventi d'interesse per il Partito Democratico

Archive / RSS
Aug 10

Con Berlusconi, il PD non faccia "concordati"

L’Unità 10 agosto 2008
“Il concordato”
Furio Colombo


Dialogo o concordato? Non parlo di rapporto fra Stato e Chiesa. Parlo di opposizione e delle nuove misteriose vie di alcuni del Partito Democratico verso il potere e verso il governo.

Durante le lunghe pause del lavoro alla Camera, dove tutti parlano a lungo e parlano a vuoto, «perché comunque la mia legge uscirà dal Parlamento intatta, così come è stata voluta e scritta dal mio governo» (Berlusconi, a proposito della legge finanziaria definita «rivoluzionaria», 8 agosto), durante quelle lunghe pause ripenso ai due anni trascorsi al Senato, senza uscire un minuto, per presidiare il governo Prodi.


Di fronte a noi sedeva l’opposizione, un mezzo emiciclo rabbioso, violento, insultante, fantasioso nei modi diversi di sporcare l’aula, fare pipì sotto il banco, insultare come carrettieri (è un modo di dire antico che non corrisponde alla volgarità contemporanea) Rita Levi Montalcini, il presidente emerito Scalfaro, certe volte il presidente emerito Ciampi, tutti instancabili nel rendere impossibile il lavoro del Senato fino al punto di votare «no» (loro, la destra) al rifinanziamento e adeguamento di difesa delle missioni militari italiane nel mondo.


Lo so che mi ripeto. Ma rivedo quelle scene nel silenzio pacato della nostra aula, dove tanti trovano eccessivo se Di Pietro alza di un decibel la voce per denunciare la penuria di benzina e di fondi in cui è stata lasciata la polizia, e mi domando: dove saranno finiti quelli delle barricate di un Senato praticamente occupato, arringato ogni pochi minuti dal capo popolo Schifani, in un lungo tripudio di applausi, prima, durante e dopo le sue inaudite denunce di tutti i tipi di furto, menzogna e frode da parte di Prodi o di Padoa-Schioppa? Nei libri di lettura per bambini (parlo della infanzia pre-Gelmini) gente così sarebbe finita male, fuori dalla politica, che invece è - ti dicono - fatta da persone competenti e rispettose.


Ma se guardi il telegiornale li riconosci, mentre parlano col nuovo tono condiscendente di chi sa come si gestiscono le istituzioni, li troviamo immersi in alte cariche dello Stato, in ministeri chiave, o in funzioni di bertoldiana memoria (ricordate «scarpe grosse e cervello fino»?) come il fiabesco Ministero della Semplificazione.
Li ritrovi presidenti del Senato intenti a raccogliere sentite e trasversali testimonianze di solidarietà se subiscono attacchi pur mille volte più miti di quelli che lanciavano alla “rovinosa maggioranza di centrosinistra” (quando c’era), quella “che ha messo in ginocchio l’Italia”, tanto che poi hanno dovuto rialzarla verso la crescita zero.
Li ritrovi sindaci, come il sindaco di Roma, uno con la croce celtica che ha avuto il pieno sostegno di tutte le minoranze fasciste rimaste sul terreno, uno che vuole armare i vigili urbani invece di vietare la sosta in tripla fila, uno che i soldati di pattuglia li ammette solo nei quartieri poveri, dove evidentemente tutti sono brutti, sporchi e cattivi, uno che, se non era per la indignazione solitaria della comunità di Sant’Egidio (non un editoriale o corsivo della premiata stampa libera), voleva far arrestare coloro che frugano nei cassonetti. Un pronto intervento umanitario, unico ma per fortuna efficace, ha salvato il sindaco di Roma da un proposito che davvero (per una volta si può dire) non era né di destra né di sinistra ma soltanto ignobile: arrestare gli affamati in quello stato di disperazione in cui vai a frugare nell’immondizia. Dispiace che una domanda non sia stata rivolta al sindaco: ma perché una simile crudeltà che, per giunta, è stupida e inutile? Perché diffamare Roma?

* * * *

Ma c’è un’altra domanda: perché un atto così vistosamente inaccettabile non ha fermato la corsa di alcuni grandi personaggi del centrosinistra verso le stanze, il lavoro, i progetti del sindaco Alemanno? Sto continuando la riflessione del direttore di questo giornale nel suo editoriale di ieri.

“Grande”, è una parola senza ironia, se mai segnata di tristezza, se parlo di Giuliano Amato, di Franco Bassanini, di alcuni che sono andati o stanno andando senza esitazione verso il ragazzo della Via Almirante, sindaco di estrema destra di Roma. O verso il ministro leghista Calderoli, quello delle forbici arrugginite da riservare agli immigrati. Scambiare Alemanno o Calderoli per Sarkozy sembra davvero eccessivo. Far perdere le tracce della propria identità è un colpo grave a qualunque cosa sia l’opposizione.


È vero, il fenomeno, benché inspiegabile, si allarga di ora in ora e di giornale in giornale. Per restare ai quotidiani dell’8 agosto, ho annotato:
Senatore Zanda: “A me la decisione di Amato non dispiace affatto”.
Presidente della Provincia di Milano Penati: “Si torni a fare gioco di squadra” (intende con Moratti e Formigoni).
Presidente della Regione Lazio Marrazzo: “Sono grato, nel governo c’è chi mi difende”.
Sindaco di Bari Emiliano: “Mi sono congratulato con il Governo per il pacchetto sicurezza” (È quello che impone le impronte digitali ai bambini rom, N.d.R.).
Sindaco di Vicenza Variati: “Non si demonizza chi sta al governo”.


Quanto a Bassolino, Cacciari, Velardi, radici e storie e culture diverse, ma tutte “di sinistra”, rifiutano con sdegno la mite firma richiesta da Veltroni “per salvare l’Italia”. Sembrano davvero persuasi che, come spiegano, “non si firma contro il governo”.


Giustamente, lo stesso giorno il Corriere della Sera apre il paginone della cultura con il titolo: “Sinistra, hai tradito i valori della patria”. Era una vecchia storia di Orwell, ma che si adatta due volte in modo perfetto alla circostanza. Una prima volta perché ti fa capire che anche arrestare chi fruga nei cassonetti è più “da statista” che stare a sinistra, rinchiusi in una identità colpevole, misera e umile, mentre la vera vita politica trionfa altrove.
In quell’altrove, c’è il misterioso “berlusconismo”. Se lo attacchi, vuole la leggenda, commetti un reato di estremismo che ti farà restare fuori dal potere e dai benefici del potere per altri vent’anni. Se non lo attacchi - ti dice la realtà di ogni Paese democratico in cui una vigorosa opposizione è ritenuta l’unica autocertificazione della libertà - resti per forza fuori dal potere e dai suoi benefici per tutti e cinque gli anni di una completa legislatura più i sette anni di un’intera presidenza della Repubblica.


Come uscirne? Chiarisce, per noi del Pd Enrico Letta che - nelle primarie - si era candidato per esserne segretario: “l’antiberlusconismo è definitivamente archiviato. Tutti si stanno interrogando sul post-berlusconismo e noi dobbiamo essere tra quelli”. Essere post-berlusconisti mentre Berlusconi ricomincia appena a governare è come essere post-fascisti negli anni Trenta.


In questo clima un po’ allucinato, Orwell è più che mai di casa, lui che ha inventato “il ministero della verità”. Non vi viene in mente quando sentite parlare del favoloso Ministro della Semplificazione, che siede allo stesso tavolo in cui una legge finanziaria triennale, priva di correlativa contabilità dello Stato, viene approvata in nove minuti senza che nessuno sappia che cosa c’è dentro? E senza che il ministro della semplificazione faccia una sola domanda, forse per non turbare il record dei nove minuti, non un secondo di più che ci sono voluti per approvare una manovra finanziaria triennale nel periodo più complicato e pericoloso della storia del mondo contemporaneo?

* * * *

Incombe la questione del dialogo, del fare un sacco di cose insieme, maggioranza e opposizione, “per il bene dell’Italia”.
Per esempio, ti chiedono i Radicali, facciamo insieme la riforma della Giustizia. È un progetto nobile e dovuto. Ma è davvero proponibile discutere quel problema con un primo ministro che è sfuggito alla giustizia solo con leggi speciali fatte per lui, dalla “Cirami” al “lodo Alfano”, una fuga durata dieci anni e fino ai nostri giorni, un specie di conte di Montecristo che ha scavato nei codici il buco della sua impunità?

Una volta stabilito, capito e fatto capire da chi è fatta la leadership di questo governo (alcune notizie interessanti e rivelatrici ci giungono quasi ogni giorno alla Camera dagli interventi di personaggi dell’Udc di Casini, che sanno per esperienza di che cosa parlano) “il bene dell’Italia” non sarebbe meglio garantito da una tenace, chiara, implacabile opposizione che tenga alta e ben distinta l’identità diversa di chi si oppone?


“Senta, se devo proprio dirla tutta, le dirò che la questione del dialogo è stucchevole”, ha detto due giorni fa Berlusconi ad una giornalista incalzante. Se volete una prova del nostro pentimento per l’uso del persistente e intrattabile “antiberlusconismo” eccola. Scrivo qui per la prima volta: “Berlusconi ha ragione”. Lo so, i miei colleghi editorialisti della stampa libera lo scrivono tutti i giorni e poi si precipitano in televisione a ripeterlo. Per una volta - e pur sapendo che non trarrò gli stessi benefici e neanche un invito a “Ballarò” o a “Che tempo che fa” (parlo di fortini della resistenza televisiva) - lo dico anche io: “La questione del dialogo è stucchevole”. Lo è perché Berlusconi, come ha dimostrato in tutta la sua vita, come continua a dire con assoluta chiarezza, non concepisce alcuna modifica di ciò che decide, scrive, annuncia o progetta. Meno che mai sulla Giustizia.

Tutti e quattordici i punti proposti come base di discussione dal documento parlamentare dei Radicali eletti nel Pd sono importanti, storicamente fondati e di evidente urgenza. Ma ha senso discuterli con gli avvocati di Berlusconi? Non è un percorso che taglia di traverso “il bene dell’Italia” e porta altrove?
A meno di pensare che si debba discutere di Giustizia con Berlusconi come il Papato scelse di discutere di diritti religiosi della Chiesa con Mussolini. Non era fiducia nella religiosità di Mussolini. Era consapevolezza che il fascismo era ormai radicato e non c’era altra soluzione che accettarlo.


Quello che ci propongono, più che un dialogo, è un concordato con Berlusconi, mediato da Fini, che ha come simbolo il Campidoglio definitivamente di destra del sindaco Alemanno. Dunque l’accettazione del vincitore perenne.
Chi ci ha votato merita di più.

Può essere legittimo dire che Di Pietro si occupa solo del suo partito, della sua immagine, della sua propaganda, quando si alza, irruente, alla Camera per denunciare ed accusare. Ma avremo il diritto di dirglielo solo dopo avere occupato tutto lo spazio di opposizione, davanti a milioni di italiani che hanno votato per noi e che aspettano. Finché aspettano.


Aug 9

Per un PD nazional-popolare

Letta - per un PD nazionalpopolare - Read this document on Scribd: Letta - per un PD nazionalpopolare intervista su Il Messaggero 9 agosto 2008

Aug 8

Il destino del PD: non "liturgie", ma modelli organizzativi nuovi

L’Unità 8 agosto 2008


“Partito Democratico. Nuovi strappi e vecchie liturgie


Michele Ciliberto

Il pensiero politico moderno ci ha insegnato che Stato e governo vanno tenuti su piani rigorosamente distinti così come la politica non va confusa con l’amministrazione

Il Pd deve tenersi lontano da vecchie e nuove liturgie puntando invece su forme di aggregazione che permettano alla gente di svolgere un ruolo attivo nelle decisioni politiche

Il nostro è un Paese paradossale: non molto tempo fa alcuni ministri della Repubblica sono scesi in piazza manifestando contro il governo di cui erano parte e contribuendo in questo modo alla sua dissoluzione senza suscitare particolare discussione; oggi si è acceso un vivace dibattito intorno alla decisione di alcuni amministratori eletti nelle liste del Pd di non partecipare alla manifestazione nazionale indetta da questo partito per il 25 di ottobre.
Mi guardo naturalmente bene dal mettere le due cose sullo stesso piano: la prima iniziativa era addirittura grottesca; la seconda pone invece dei problemi assai significativi sui quali merita fare una riflessione.


La tesi sostenuta dagli amministratori del Partito Democratico che non aderiscono alla manifestazione è ridotta all’essenziale: il problema, in questo momento, è anzitutto quello di collaborare con il governo, dal quale - almeno nel caso dei rifiuti di Napoli - è venuto un aiuto addirittura maggiore per risolvere i problemi di quello dato dal governo Prodi.
In affermazioni di questo tipo, oltre che gli argomenti, pesano anche sentimenti, e perfino risentimenti, di carattere sia politico che personale che non è difficile individuare e che sono ordinari nella vita di un partito o anche nella lotta politica. Non vale dunque la pena di fermarsi su di essi. Conviene invece concentrarsi sui nuclei di fondo da cui discendono tesi come quella or ora citata.


A mio giudizio vengono compiuti due errori sostanziali, da cui è necessario tenersi lontani: in primo luogo vengono identificati sullo stesso livello Stato e governo, nonostante che tutto il pensiero politico moderno ci abbia insegnato a tenere rigorosamente distinti questi due piani; in secondo luogo, la politica viene ridotta, e identificata, con l’amministrazione: punto di vista, quest’ultimo, tipico del pensiero conservatore nelle sue varie diramazioni. Si tratta di errori gravi, anzitutto sul piano teorico, in entrambi i casi: è infatti fondamentale distinguere partiti governo e Stato, mantenendo ferma la dialettica fra piani non riducibili l’uno all’altro; l’amministrazione è parte essenziale della politica che però si misura in un orizzonte e in una prospettiva più ampia di quella dell’amministrazione aprendosi - per usare due lemmi classici - sul “dover essere”, oltre che sull’“essere”.


Sono precisazioni elementari e colpisce, semmai, il fatto che esse debbano essere fatte, a conferma ulteriore, se ce ne fosse bisogno, della situazione di crisi complessiva nella quale ci troviamo ad ogni livello, in questo momento della nostra storia nazionale. Ma se si riflette bene su queste posizioni si vede che, al fondo, quello che si snerva e impallidisce è anzitutto il concetto di opposizione e, insieme ad esso e prima di esso, quello di conflitto. Di questo, e non di altro, bisogna dunque discutere, perché è questo il nodo che sta venendo in questione.
È interessante sottolineare da questo punto di vista che i rappresentanti più autorevoli dello schieramento di governo insistono oggi su due punti: sulla necessità di costituire uno “spirito repubblicano” nel quale si dovrebbero ritrovare così il governo come l’opposizione; sul valore dei processi storici - rispetto a quelli immediatamente politici - arrivando addirittura a valorizzare i risultati della Bicamerale presieduta da D’Alema nel ‘97.

È una tecnica tipica di coloro che detengono il potere, dall’età della pietra fino a quella dei computer, sia pure naturalmente con modalità differenti. Quello che resta invece fermo, e permane nelle varie posizioni, è l’idea di una storia che dispiegandosi nel suo processo dissolve progressivamente le opposizioni, e con esse il conflitto, configurandosi come un campo nel quale tutti danno il proprio contributo, naturalmente secondo un progetto preciso che è quello, in genere, delle classi dominanti. Intendiamoci: non che non sia possibile individuare attraverso il conflitto punti di equilibrio e anche di compromesso; ma questo è tanto più possibile quanto più il conflitto venga riconosciuto nella sua potenza e quanto più siano distinti, come fatto addirittura fisiologico, le funzioni del governo e quelle dell’opposizione, evitando di cadere, come si rischia di fare oggi, in quella che un grande filosofo chiamava «la notte in cui tutte le vacche sono nere». Qui, come al solito, problemi teorici e problemi politici si intrecciano in un solo nodo.


Vorrei essere chiaro su questo: condivido pienamente l’invito del Presidente della Repubblica a costruire un clima nuovo che consenta di procedere nel modo più sereno possibile alle riforme di cui il paese ha bisogno, a cominciare da quelle costituzionali che sono ormai una urgenza non più rinviabile. E sono altresì convinto che il dialogo, ma anche il conflitto, fra maggioranza e opposizione, debba diventare anche da noi un fatto normale, come avviene nelle democrazie più avanzate. Ma questo è possibile - va ribadito - se si tengono ferme le distinzioni fra i vari livelli dell’articolazione costituzionale e statale e, soprattutto, se non si confondono i propri interessi privati con quelli della comunità nazionale. Cosa che, come abbiamo avuto agio di vedere in questi ultimi mesi, purtroppo non è accaduto, vanificando anche i tentativi fatti in questo senso dallo stesso Partito Democratico.


Anzi, da questo tipo di politica, il Partito Democratico, è stato progressivamente spiazzato e logorato fino al punto di rischiare di trovarsi al capolinea prima ancora di essere partito (per riprendere il titolo di un gradevole libretto di Emanuele Macaluso). Condivido personalmente da questo punto di vista il giudizio di chi sostiene che in questo momento il vero problema del Partito Democratico è anzitutto quello di “organizzare se stesso” e - preciserei - di rimotivare le ragioni che ne sono state alla base e che ne hanno orientato la nascita e le prime mosse politiche.

Da questo punto di vista, la manifestazione del 25 di ottobre - e questo a mio giudizio è il suo significato più profondo - deve congiungere questi due obiettivi fondamentali: rendere chiare le ragioni di fondo dell’opposizione al governo di Berlusconi e di Tremonti; rimotivare il popolo del centro-sinistra che si è riconosciuto nel Partito Democratico e che si è gettato con impegno ed entusiasmo in questo progetto. Questo, penso, deve essere anche il criterio di fondo per valutare le varie iniziative che il Partito Democratico sta prendendo in queste settimane, concernenti la ripresa politica nel mese di settembre. Non si tratta però - voglio ribadire anche questo - di creare nuove “liturgie” come è stato affermato da un autorevole dirigente del Partito Democratico spiegando ai cronisti perché il segretario di questo partito abbia rinunciato a chiudere la Festa nazionale - dove si limiterà a dare solo un’intervista conclusiva - decidendo di chiudere, invece, i lavori della prima scuola politica del Partito. L’intreccio tra politica e riti di ascendenza religiosa - ci ha insegnato un grande maestro degli studi storici, George Mosse - è tipico dei grandi movimenti di massa totalitari del Novecento, che delle “liturgie” hanno fatto un asse della propria azione politica, basando su questo piano i rapporti tra leader e massa, fra “popolo” e capi politici. Noi però non abbiamo più alcun bisogno di tutto questo: quello a cui dobbiamo lavorare è un nuovo nesso fra partecipazione e rappresentanza chiamando ciascuno alle proprie responsabilità.


Quella che sta di fronte a noi e su cui si gioca il destino del Partito Democratico è, in ultima analisi, precisamente una questione di democrazia. Se non attraverserà questo sentiero strettissimo il nuovo partito non avrà prospettiva e sarà destinato a scomparire dalla scena politica.
In questo quadro va dunque valutata la stessa manifestazione che si sta organizzando per il 25 di ottobre, sulla quale è lecito avere dei dubbi proprio per quanto riguarda le sue modalità organizzative e i problemi di democrazia che ne discendono. Si capisce l’urgenza di una manifestazione di questo genere, sia per motivi interni di partito sia per delineare le ragioni dell’opposizione al governo raccogliendo in una grande iniziativa un “popolo” che si è disperso e che deve essere riunificato, anche sotto nuovi simboli e nuove bandiere, senza le quali non si fa politica. Ma proprio perché questa è la posta in gioco, a me pare che le modalità organizzative scelte per il 25 ottobre appartengano a una vecchia storia, continuino ad essere di tipo tradizionale: mentre si tratta invece di inventare nuove forme di aggregazione che facciano perno sulla determinazione di nuovi nessi fra partecipazione e rappresentanza, riprendendo la lezione delle primarie, e mettendo la gente che si è ritrovata nel Partito Democratico in condizione di svolgere un ruolo di protagonista incidendo - anche attraverso nuovi modelli organizzativi, lontanissimi da nuove e vecchie liturgie - nella determinazione delle decisioni politiche.


La discussione di questi giorni nasconde dunque problemi di più vasta portata; ma sono persuaso che di questo si tratti in questi mesi: del destino del Partito Democratico e che di questo al fondo si stia discutendo, anche quando si prende posizione - in un senso o nell’altro - nei confronti della manifestazione del 25 ottobre.


Aug 7

Un referendum popolare per le riforme istituzionali?

La Stampa 7 agosto 2008 

“L’unica via per fare le riforme”

EMANUELE MACALUSO

Nel corso di una conferenza stampa Berlusconi ha detto che l’opposizione non è «leale», che non c’è quel rispetto (nei suoi confronti) necessario per fare insieme le riforme le quali, ha aggiunto, saranno comunque realizzate «con la forza di una vasta maggioranza che gli italiani ci hanno dato sia alla Camera che al Senato». Forse è bene ricordare al presidente del Consiglio che in questa legislatura non ci sono parlamentari eletti, ma solo nominati dai capipartito e che la maggioranza è larghissima anche perché ha usufruito di un premio in seggi parlamentari grazie a una norma costituzionalmente discutibile e politicamente indecente. È bene anche ricordare che l’ articolo 138 della Costituzione ha previsto il meccanismo di approvazione delle modifiche costituzionali, anche con maggioranza semplice e possibilità di referendum, perché tutto l’impianto della Carta ha come premessa la legge con cui fu eletta la Costituente, cioè la proporzionale.

Nessuno certo pensa di mettere in discussione la netta vittoria elettorale della coalizione governativa, ma pensare che quella maggioranza può fare e disfare la Costituzione è solo delirio di onnipotenza. Non è un caso del resto che i presidenti delle due Camere e i leader della Lega insistono per riaprire un dialogo tra maggioranza e minoranza per fare le riforme. Fatta questa affermazione, occorre verificare - con onestà e realismo - se i rapporti politici fra governo e opposizione consentono di attuare quelle riforme con gli stessi protagonisti di entrambi gli schieramenti impegnati nello scontro quotidiano nelle aule parlamentari.

Luca Ricolfi, domenica scorsa su queste colonne, ha osservato che «sarebbe molto più facile cooperare sulle riforme economico-sociali che sulla riforma delle istituzioni». Questo è assolutamente vero. E anch’io, che sono più vecchio di lui, avverto, come lui, un brivido alla schiena tutte le volte che sento ripetere che «questa sarà una legislatura costituente». Del resto bastano i primi cento giorni che hanno caratterizzato la vita di questo Parlamento per capire che legislatura sarà.

Il Capo dello Stato fa il suo dovere quando disinnesca mine che possono fare saltare tutti i ponti tra le due sponde del Parlamento e fa bene a sollecitare l’attraversamento anche di un solo ponte per costruire qualcosa che serva alle istituzioni e al Paese. Ma non è un caso che, disinnescata una mina, ne viene confezionata un’altra: sono prodotti della realtà politica in cui viviamo. Infatti nel momento in cui dal Quirinale venivano diffuse esortazioni alla distensione e al lavoro comune, in un altro Palazzo (il Palazzaccio), l’onorevole Di Pietro depositava la richiesta per indire un referendum sulla legge Alfano. E questo senza sapere se e quando un’autorità giudiziaria si rivolgerà alla Consulta per contestare la costituzionalità di quella legge.

Bene ha fatto Veltroni a respingere la richiesta dell’ex pm di aiutarlo a raccogliere le firme. Ma abbiamo visto con quanta prontezza due autorevoli esponenti del Pd amici di Prodi, Arturo Parisi e Franco Monaco hanno manifestato sostegno caloroso all’iniziativa dipietrista. Non saranno i soli se guardiamo il ventre molle del Pd. Un partito che non riesce ancora ad avere una politica e un’identità chiare come abbiamo visto nel voto promosso dalla destra per aprire, sul caso della povera Eluana, un conflitto di competenze tra il Parlamento e la magistratura. Di Pietro, ma anche Parisi e altri, sanno che la fermezza di Veltroni non reggerà e saranno in molti nel Pd a firmare la richiesta del referendum.

Faccio una parentesi per dire come, Berlusconi da una parte e Di Pietro dall’altra, entrambi beneficiari della transizione post-tangentopoli, continuano a tenere il sistema in tensione. Insomma con il mio ragionamento voglio dire che nelle aule parlamentari non ci sono le condizioni per un comune progetto di riforme. Berlusconi continuerà ad accusare il Pd di «slealtà» e Veltroni a rinfacciare al Cavaliere di non volere seguire la linea suggerita dal Capo dello Stato. Un duetto che dura da anni e può durare ancora sino alla fine di questa legislatura checché ne pensi Tremonti. Il quale, nell’intervista alla Stampa, sulla base di dati politici incomprensibili, ritiene che la bicamerale resusciterà.

E così al pessimismo di Ricolfi che non vede soluzioni Tremonti risponde con soluzioni solo sognate. Ai miei due amici dico che occorre rompere questo giuoco e rivolgersi direttamente al popolo eleggendo con il sistema proporzionale 75 persone impegnate a trovare in un anno una soluzione condivisa o votata a maggioranza ma, in ogni caso, sottoposta a referendum popolare.

Una forza che si chiama «partito del popolo» ha paura di un voto popolare? E una forza che si chiama «partito democratico» ha paura di una consultazione democratica?


Page 1 of 76