Rassegna Stampa PD Mira

Una selezione di articoli, foto, siti, interventi d'interesse per il Partito Democratico

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Jul 6

Riformare l'Italia, oggi

Corriere della Sera 6 luglio 2009
LE RESISTENZE SOCIALI E TERRITORIALI
I veri ostacoli delle riforme
Angelo Panebianco

Forse bisognereb­be scavare più a fondo di quanto in genere non si faccia quando ci si interro­ga sul perché sia così diffi­cile per i governi italiani, di destra o di sinistra, fare riforme incisive a favore della concorrenza. Quelle mancate riforme, dopotut­to, contribuiscono a spie­gare due decenni di bassa crescita (in un’epoca di grande espansione del­l’economia internaziona­le) e sappiamo che, se non si faranno, anche la ri­presa potrebbe risultare difficile e stentata una vol­ta superata la crisi mon­diale. Ma, forse, quelle ri­forme sono rese estrema­mente difficili dal fatto che, se attuate, potrebbe­ro destabilizzare la demo­crazia italiana e, persino, mettere a rischio la stessa unità del Paese. Insom­ma, c’è probabilmente qualcosa di più, dietro al­le riforme mancate, della resistenza delle solite lob­bies.

Sul Corriere del 28 giu­gno scorso Mario Monti  ha elencato i settori che dovrebbero essere interes­sati dall’azione riformista: «… la riduzione struttura­le della spesa pubblica corrente, anche attraver­so la riforma delle pensio­ni, la formazione del capi­tale umano, le infrastrut­ture, una maggiore con­correnza per aprire i mer­cati e ridurre le rendite, la liberalizzazione dei servi­zi e specialmente dei ser­vizi pubblici locali». Effet­tivamente, sappiamo che sono quelle le riforme che servirebbero per dare un nuovo slancio all’eco­nomia italiana e metterla in condizione di sfruttare al meglio le occasioni che le si presenteranno quan­do la crisi mondiale fini­rà. Ciò che invece non sap­piamo, ciò che è più diffi­cile prevedere, è quali sconvolgimenti sociali po­trebbero derivare da radi­cali interventi riformatori in tutti quei settori.

Nonostante la tradizio­nale turbolenza della no­stra vita politica, la socie­tà italiana, nel corso dei decenni, sembra essersi ben adattata a vivere in condizioni di bassa cresci­ta. Al punto che la perpe­tuazione dei suoi equili­bri, sociali e territoriali, pare dipendere ormai pro­prio dall’assenza di incisi­ve riforme liberalizzatrici in una serie di settori stra­tegici. In altri termini, se­condo questa ipotesi, ciò che obbliga da decenni l’economia italiana a fun­zionare a basso regime è anche ciò che assicura al Paese condizioni di stabi­lità sociale e territoriale. In queste condizioni, ten­tare di dare molta più po­tenza alla macchina richie­derebbe modificazioni drastiche e subitanee di radicatissime abitudini so­ciali, la messa in discus­sione di equilibri consoli­dati, la penalizzazione (al­meno a breve termine) di vaste aree territoriali oggi garantite dalle rendite, grandi, piccole, e anche piccolissime, assicurate dai mercati protetti. Con conseguenze, sociali e po­litiche, assai poco prevedi­bili.

Una delle ragioni, forse la più importante, per cui la società italiana risente oggi meno di altre degli effetti della crisi mondia­le, è dovuta proprio alla presenza di quei fattori che ne hanno frenato la crescita nei decenni prece­denti. Dipende dal fatto che, accanto al welfare «ufficiale», quello gestito dallo stato, c’è anche un esteso welfare «occulto» che tutela tante famiglie italiane a vari livelli di reddito. Ci sono protezioni e fringe benefits assicurati ai tanti dalle innumerevoli corporazioni, le rendite garantite dalla spesa pubblica (sprechi inclusi), i benefici assicurati ai singoli dall’economia sommersa. Non casualmente, a soffrire di più a causa della crisi sono fino ad oggi quei settori della piccola impresa e del commercio (come ha osservato Dario Di Vico sul Corriere del 2 luglio ) che sono tra i pochi davvero esposti alla concorrenza di mercato.

Dall’elenco di Monti estraggo il caso che conosco meglio, quello della formazione del capitale umano. E’ la questione dell’istruzione. Sarebbe auspicabile una riforma meritocratica dell’Università (Francesco Giavazzi, su questo giornale, 3 luglio ) e della scuola in generale. Ed è vero che il ministro Gelmini è sinceramente interessato a farla. Ma potrà mai il Parlamento (nelle sue componenti di destra e di sinistra) consentire davvero incisive riforme meritocratiche nel settore dell’istruzione? Ne dubito. E non certo a causa della resistenza di qualche «barone» o di qualche preside di liceo. A causa del fatto, piuttosto, che verrebbero scossi equilibri territoriali, locali, consolidati.

Prendiamo il caso dell’Università. In Italia ci sono centri universitari ottimi, centri universitari così così e centri universitari pessimi. Questi ultimi godono di esteso sostegno e di granitiche complicità nelle comunità territoriali di appartenenza. Una riforma meritocratica (che, se fosse davvero tale, dirotterebbe i finanziamenti sui centri e i ricercatori migliori) li metterebbe in ginocchio. E che cosa credete che accadrebbe? Quei pessimi centri universitari sono pur sempre erogatori di stipendi e rendite, e grazie ad essi vive anche un esteso indotto cittadino. Inoltre, essi contano sulla complicità delle famiglie le quali, pagando tasse basse, assicurano comunque ai propri figli diplomi dotati di valore legale. Ci sarebbero probabilmente rivolte in stile Reggio Calabria 1970. I sindaci, i sindacati, i deputati locali (di destra e di sinistra) farebbero barriera in difesa del pessimo centro universitario minacciato.

Ciò che vale per l’istruzione vale, credo, per tutti gli altri settori che dovrebbero essere interessati da incisive riforme. In molti casi, colpire la rendita può significare mettere a rischio o, per lo meno, in grave sofferenza, anche i legami fra le diverse aree territoriali del Paese. Ciò significa che non bisogna fare quegli interventi riformatori? Bisogna farli di sicuro, a meno che non ci si rassegni definitivamente all’idea che la democrazia italiana possa reggere solo se si accettano bassi tassi di crescita (anche a crisi superata) e forse, in prospettiva, un ulteriore impoverimento complessivo. Ma bisogna anche individuare le strategie utili per attutire gli inevitabili, probabilmente fortissimi, contraccolpi.


Jul 5

Verso il congresso PD: il bivio tra bipolarismo o ritorno al proporzionale

Corriere della Sera 5 luglio 2009

 Il convitato di pietra

Il bipolarismo e le scelte del Pd

Michele Salvati

Magari le que­stioni sulle quali il prossi­mo congresso del Pd si dividerà fossero quelle descritte da Pane­bianco nel suo editoriale di martedì scorso ! Di que­ste — la crisi della sini­stra europea, l’incapacità di quella italiana di fare i conti col suo passato, l’amalgama non riuscito tra ex comunisti ed ex de­mocristiani, i rapporti col sindacato, gli innesti libe­rali in un corpo non libe­rale… — si discuterà di certo, e con accenti diffe­renti, ma non saranno le vere ragioni del contende­re.

È anzi probabile che sa­ranno usate come pretesti per esprimere un dissen­so profondo che serpeg­gia nel partito e ha a che fare con una questione del tutto diversa. Il dissen­so tra chi ritiene che il bi­polarismo coatto che ab­biamo avuto nella Secon­da Repubblica, imposto mediante leggi elettorali maggioritarie, sia stata e sia una iattura per il cen­trosinistra e per il Paese. E tra chi ritiene invece che sarebbe una iattura l’adozione di un sistema proporzionale senza pre­mi di maggioranza: gli elettori non sarebbero più in grado di scegliere il governo e si ritornerebbe ai problemi della Prima Repubblica, ai governi fat­ti e disfatti in Parlamento.

Non è un mistero per nessuno che nel Pd ci so­no molti che la pensano come Casini e Tabacci: che il bipolarismo non è adatto e non fa bene al no­stro Paese, ma soprattut­to al centrosinistra. Ce ne sono sia sul lato ex demo­cristiano, sia su quello ex comunista del partito. Nel caso si tornasse al propor­zionale, i destini poi si di­viderebbero: i primi pro­babilmente si avvicinereb­bero all’Udc e, insieme a non pochi transfughi dal Pdl, a coloro che oggi sof­frono sotto la leadership di Berlusconi, cerchereb­bero di dar vita a un robu­sto partito centrista. I secondi resterebbero nel Pd, che a questo pun­to diventerebbe una cosa del tutto diversa dal suo progetto originario, dal tentativo di fusione del ri­formismo laico e cattoli­co. Diventerebbe un parti­to a prevalente intonazio­ne laica e socialdemocrati­ca, e, proprio per questo, lì sarebbero raggiunti da non pochi che vivono ma­lamente nell’estrema sini­stra e con Di Pietro. Dopo di che si svilupperebbe il gioco dei due forni: un partito di centro sempre al governo, che ora si al­lea con i partiti di destra, ora con quelli di sinistra. Un gioco che nella Prima Repubblica non si era mai potuto giocare perché Pci e Msi erano partiti antisi­stema, ed era impensabi­le governare con loro.

Ci sono tre motivi che ostacolano l’emersione di questo conflitto profondo nel prossimo congresso.

Il primo è che non si gesti­sce un evento simbolico di questa importanza met­tendo in primo piano una spaccatura su un proble­ma di leggi elettorali, alle­anze, assetti istituzionali: spaccature difficilmente componibili, com’è que­sta, fanno male al morale, e il congresso come gran­de rito unitario è radicato nella cultura politica del partito.

Il secondo motivo è che coloro i quali la pensano come Tabacci e Casini non hanno alcun interesse ad uscire allo scoperto, a dire a tutto il partito: «Oops, ci siamo sbagliati, torniamo indietro». Dall’Ulivo in poi tutta la retorica è stata bipolare, noi contro loro, e questa visione è predominante tra gli iscritti e gli elettori: a chi ha cambiato idea non conviene attaccarla frontalmente.

Il terzo motivo è che si tratta di un disegno — il ritorno al proporzionale — che non ha alcuna possibilità di attuarsi nel futuro prevedibile, perché il Pdl è fortemente avvantaggiato dal premio di maggioranza e non ha certo l’intenzione di mollarlo. In politica non si discute di questioni virtuali, di possibilità lontane. La possibilità vicina è al massimo quella di alleanze locali con l’Udc, che però non ha alcuna intenzione, a livello nazionale, di farsi coinvolgere in un rapporto organico col centrosinistra.

C’è però un motivo che va in direzione contraria, che spinge per uno scontro aperto. Se i difensori del modello bipolare e del Partito Democratico come incontro-fusione delle culture riformiste laiche e cattoliche non danno battaglia, se non denunciano apertamente quella che per loro è una marcia indietro verso la Prima Repubblica, hanno già perso il congresso. Per loro si presenta un dilemma. Conflitto aperto, col rischio di traumi seri per il partito: questo non garantisce certo una vittoria, ma la rende possibile. Oppure quieto vivere e sconfitta sicura. Vedremo presto quale corno verrà scelto.


Jul 4

Lib-dem di Rutelli in appoggio "condizionato" a Franceschini (che a Norcia incassa il sì dei Popolari di Marini)

Europa 4 giugno 2009
Rutelli e le tribù lib-dem un ponte verso Dario
Oggi si conclude l’incontro “open source” dei Liberi democratici

Francesco Lo Sardo

Funzionano così le “tribù” del Pd che si raccolgono attorno a Rutelli, con modalità open source, un po’ come i software aperti al contributo e alle modifiche di tutti i programmatori.
Così come s’è visto già ieri, nella prima giornata dell’incontro dei Liberi Democratici, che sarà concluso oggi da Francesco Rutelli.


Due giorni di confronto – senza rete – attorno ad un puntuto e severo documento sui limiti dell’esperienza dei primi venti mesi di vita di un Partito democratico «incapace di presentarsi alla società italiana come alternativa credibile alla destra».
Gli eco-dem di Realacci, Della Seta e Ferrante, il “piombino” Sandro Gozi, i laicissimi liberal Maccanico, Passigli e Facchetti ma anche la teo-dem Binetti, il nucleo d’acciaio dei rutelliani doc da Gentiloni alla Lanzillotta, da Zanda a Giachetti. Piero Fassino, coordinatore della campagna per Franceschini segretario, seduto in prima fila. Gran pienone in sala, platea e galleria.

C’era un po’ di tutto nella prima giornata dei lavori dell’appuntamento romano di cui soltanto oggi sarà davvero possibile tirare i fili. La parola d’ordine degli organizzatori, spiegano nell’entourage rutelliano, è «sottrarsi alla disputa sui nomi» dei candidati alla leadership per parlare di «contenuti e tracciare un nuovo perimetro » dell’azione del Pd. Lo sforzo avviato dall’area forse più sincretica del Pd che si salda attorno alla parola d’ordine del «radicalismo innovativo», per usare un’espressione “gentiloniana”, è quello di «evitare un dibattito precongressuale introflesso».
Tuttavia la collocazione di questa articolata area che fa perno su Rutelli appare già abbastanza definita: è quella di una sorta di ponte verso Franceschini. ma non senza porre precise «condizioni», non «a scatola chiusa», ha puntualizzato Gentiloni cui è stata affidata l’introduzione del dibattito.
Cioè non senza mettere, come s’è poi colto bene già dalle prime battute del confronto, molti puntini sulle “i”. Bastava ascoltare il duro j’accuse di Nicola Pasini, direttore del Centro di formazione politica fondato da Cacciari, per capire l’aria che tira da queste parti.
Se Bersani «sembra parlare con un linguaggio apparentemente moderno a un’Italia che non c’è più», dall’altra parte c’è un Franceschini «che vuol parlare a un’Italia del futuro usando Dossetti, Don Milani…». Più innovazione, chiedono invece – con toni e accenti diversi – i Liberali democratici, liberandosi di tutte le vecchie incrostazioni legate alla cultura politica del Novecento.

Nel documento messo a disposizione come base e “traccia”, che integrato e modificato dal dibattito si trasformerà in una sorta di pre-piattaforma in vista del congresso del Pd, del resto si spinge l’acceleratore delle liberalizzazioni e la trasformazione “verde” del paese, si difende con fermezza una linea di rigore sul piano della sicurezza, si denuncia «l’astrattezza sbagliata del multiculturalismo» in nome di una opposta «saggezza dell’interculturalismo », si rilancia la sfida della riforma delle istituzioni – a partire dalla riduzione del numero di 2000 legislatori tra parlamento e regioni – si apre una riflessione sulla concreta declinazione del concetto di «moderna laicità».


Quest’area del Pd vuol sventare il rischio di «un partito di sinistra, solido ma con vocazione minoritaria.
Rispetto chi immagina di tornare a un’impostazione di sinistra per costruire un’alleanza, magari col ‘trattino’ con il centro. Bersani ha fatto un discorso serio e onesto. Ma io – diceva ieri Gentiloni – non provo nessuna nostalgia della stagione dei Ds e della Margherita». Con non meno nettezza, rivolgendosi all’attuale segretario, «su un punto dobbiamo essere chiari», ha sottolineato l’ex ministro delle comunicazioni. «È vero che il Pd non può tornare indietro ma neanche stare fermo e ripetere gli errori di questi due anni. Il nostro contributo alla mozione Franceschini non può essere incondizionato nè, tanto meno, a scatola chiusa. Dobbiamo essere molto esigenti sul profilo politico- culturale e sul pluralismo identitario e organizzativo, abbattendo logiche sempre meno giustificate di piccola egemonia».

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Europa 4 giugno 2009
I Popolari alle prese col nuovo
Gli amici di Dario a Norcia alle prese con una partita inedita. E Marini attacca Veltroni.

Rudy Francesco Calvo

«La battaglia di Dario è la nostra battaglia. A lui non chiediamo né patti, né posti.
Vogliamo solo la certezza che si batta per le cose in cui crediamo e in cui abbiamo sempre creduto ».

La frase con cui Beppe Fioroni conclude il convegno di Quarta fase a Norcia racchiude l’orgoglio con il quale i popolari si apprestano a vivere la stagione congressuale appena iniziata. È l’orgoglio di quei «valori cattolici dei quali il Pd non può fare a meno» (Marini), di una laicità che «è una condizione fondamentale della vita pubblica e non un contenuto» (Castagnetti), ma anche di chi è consapevole di essere cambiato molto in questi anni e per questo può raccogliere la bandiera del rinnovamento, che non sfocia nel nuovismo.


In un congresso che sembrava essere iniziato come semplice scontro tra nomi, i contenuti assumono sempre più importanza e Norcia segna una tappa importante in questo percorso.
Bersani e la classe dirigente (soprattutto ex Ds) che si è raccolta intorno a lui vengono presi a simbolo della crisi internazionale della socialdemocrazia e accusati di essere inadeguati a leggere e a dare risposte alla società che cambia.
Dall’altra parte, insomma, c’è il “vecchio” non per questioni anagrafiche, ma perché l’Italia (e non solo) hanno bisogno di qualcuno che sia “nuovo” nei contenuti e i cattolici democratici ritengono di poter dare un contributo importante in questo senso. Se la crisi economica ha archiviato le teorie liberiste e la socialdemocrazia si è fatta trovare impreparata all’appuntamento – è il messaggio che viene da Norcia – servono nuovi valori, compiutamente “democratici”, per confrontarsi con la società e Franceschini è la persona giusta per rappresentarli.

Anche perché «dopo un anno e mezzo di gestione discutibile del partito – spiega Marini riferendosi a Veltroni – Dario ha dimostrato di avere la capacità di risolvere i problemi e la chiarezza che erano mancati». Passato il momento più difficile, «non è possibile – attacca Fioroni – che quando le acque si calmano ritornino i soliti noti».
I popolari avvertono il Pd dei rischi di un’opposizione intransigente al centrodestra, che, soprattutto con la Lega, sta dimostrando di saper interpretare meglio degli altri le esigenze dei cittadini. «La Lega – spiega Castagnetti – trasmette l’idea di un partito che individua i temi e prova a risolverli, anche se le risposte non sono quelle giuste. Noi non possiamo proseguire con l’atteggiamento assunto dalla storia del Pci-Pds-Ds, perché quell’Italia lì non esiste più». Il rischio, esplicita Fioroni, e di perdere l’ambizione di guidare il paese, per essere «forza di governo solo in alcune regioni, che da rosse sono diventate rosa e che rischiamo pure di perdere».


Riprendere in mano alcuni temi, come la sicurezza e il federalismo fiscale, riempiendoli di contenuti alternativi a quelli della destra, è l’obiettivo che il Pd si deve porre. E non bisogna nemmeno farsi scrupolo di dialogare con la maggioranza per correggerne la strada, senza pregiudizi.
È la «concretezza» nel confronto politico che invoca Marini.


Il congresso dovrà servire soprattutto a questo: tornare a parlare con il paese. Franceschini ci sta provando, anche incentrando la propria strategia tutta sulle primarie, piuttosto che sul primo round riservato agli iscritti.
«Questo ci darà qualche sofferenza – è consapevole Castagnetti – perché all’esterno il terreno è scivoloso ed è inevitabile anche incontrare i nuovismi».
Quello che Merlo definisce «un modello culturale che non ci appartiene ». La sfida che i popolari si pongono è di riuscire a intepretare il nuovo senza farne un’ideologia.

Marini lancia perciò l’allarme sulla probabile candidatura del “terzo uomo”, Ignazio Marino: «Dobbiamo evitarla, perché porterebbe a estremizzare questo nuovismo super ideologizzato, creando un danno al Pd e al paese».


Jul 3

Congresso PD: Ignazio Marino è il "terzo uomo", in tandem con Giuseppe Civati

L’Unità 3 luglio 2009
Pd, Marino: pronto l’appello agli elettori

Concita De Gregorio

L’appuntamento è stasera a Verona . Pippo Civati  e una delegazione di giovani democratici, quelli del Lingotto, incontra Ignazio Marino. Vanno da lui nell’ospedale dove opera, vanno a parlare della struttura da dare a un cammino comune: la terza candidatura prende forme in queste ore. Marino è pronto. Il suo “manifesto” è già in rete, si sta studiando un appello agli elettori: i giovani portano in dote la speranza in un partito “aperto” che sappia rianimare la passione in chi l’ha smarrita, il senatore il suo carisma e la sua credibilità, una visione “americana” di partito dei talenti, l’essere «estraneo alla logica delle correnti» come sottolinea il suo consigliere Goffredo Bettini che giusto ieri al Capranica, seduto ad ascoltare Veltroni, diceva di lui: «Macché solo un chirurgo, è molto più abile politicamente di quanto si possa pensare, è una persona onesta e libera ma insieme acuta e sottile, doti che difficilmente si coniugano. Il mio cuore batte per lui, per l’amore che porto allo spirito del progetto del Pd».

Mentre Bettini parlava al Capranica del «suo candidato» Ignazio Marino limava il testo di un appello agli elettori che vedrà la luce nelle prossime ore. La saldatura col gruppo dirigente di “giovani”  (i quarantenni in questo paese sono considerati tali) parte, sul piano strategico, da un appello al tesseramento. «Contiamoci»,  dicevano i democratici del Lingotto. «Facciamo un passo l’uno incontro all’altro», dice Marino. Si rivolge agli elettori, ai sostenitori, ai delusi: a tutti quelli che sono con un piede sulla soglia dell’impegno politico. «Potremmo incontrarci a metà del ponte, noi e chi ci chiede con forza di impegnarci: un passo a testa. Noi verso l’impegno, loro verso il sostegno a questo impegno. Dobbiamo essere in tanti, solo così potremo partire». Il primo passo sarà dunque un appello al tesseramento. Una cosa del tipo: tutti quelli che chiedono un rinnovamento del partito battano un colpo adesso, mostrino di esserci. Vadano al circolo vicino e prendano la tessera.

In questo modo la candidatura di Marino e il sostegno di Civati e del gruppo del Lingotto assumerebbe due segni: il primo, quello di un obiettivo contributo al tesseramento che langue a quota 300 mila (qualcuno dice 400, non esistono dati ufficiali) e che rafforzerebbe la consistenza degli iscritti al Pd, cosa che a nessuno può dispiacere. Il secondo, quello di «contare» davvero la quota dei sostenitori del “terzo uomo” e di consentirgli di avere accesso al congresso, dove solo gli iscritti voteranno i candidati alla segreteria. Al congresso serve un numero minimo di consensi (un pacchetto di tessere) che in questo momento Marino e Civati non hanno, essendo entrambi estranei alle correnti che controllano e sollecitano il reclutamento. Chiamare al tesseramento chi altrimenti - nello scontro frontale fra Bersani e Franceschini, quello che Anna Finocchiaro definisce «una guerra ad eccessivo tasso di testosterone» - non avrebbe aderito al Pd è quindi la porta d’accesso di Marino al congresso e ad una sua successiva presenza alle primarie. E’ chiaro che poi, alle primarie appunto, la voce degli elettori può rovesciare l’esito del congresso. Siamo al primo passo. Marino e i quarantenni di Civati da una parte, i loro sostenitori dall’altra. Una settimana e sapremo quanti sono.


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