Rassegna Stampa PD Mira

Una selezione di articoli, foto, siti, interventi d'interesse per il Partito Democratico

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Nov 6

Calearo lascia il PD: il punto sulla politica economica del neosegretario Bersani


Nov 5

PD: definire un'agenda sui temi di lavoro ed economia


Nov 4

Le difficoltà di riforme condivise tra opposizione e governo Berlusconi

Europa 4 novembre 2009

Dove vive Panebianco?

Federico Orlando

 Rivoltiamo la domanda al professor Panebianco, che si chiede «A chi fa paura un esecutivo forte?» A nessuno, professore.
Anzi, ci dica: «A chi fa paura il parlamento sovrano?» Sarà “provinciale”, come lui scrive, ma secondo noi fa paura a quel presidente del consiglio che, a detta dell’amico d’infanzia Confalonieri, non è un dittatore ma uno a cui danno fastidio le “lungaggini” della democrazia. La democrazia è il parlamento. Meglio, diceva Montesquieu, il parlamento più «l’assoluta indipendenza della magistratura dall’esecutivo e dal legislativo, fra le cui potestà invece qualche reciproca invasione di campo è consentita ».


Ma Panebianco dice che l’esecutivo forte in Italia non si può avere perché l’opposizione non collabora e i costituzionalisti adorano il governo debole. Custodiscono il fuoco di Vesta. Però, se Bersani vorrà (con o senza D’Alema a guidare la politica estera europea col placet di Berlusconi), le cose potranno cambiare. Sarà sufficiente che dica sì a quelle che Violante ricorda: trasformare il senato in camera delle regioni, lasciare solo la camera – ridotta di numero – a fare le leggi e a dare e togliere la fiducia al governo, rafforzare i poteri del presidente del consiglio. Certo. Ma il professor Panebianco dov’è stato negli ultimi trent’anni? Dalla commissione Bozzi alla De Mita-Jotti alla D’Alema al progetto Violante della scorsa legislatura, sul quale c’era l’accordo di tutti, di questo s’è parlato, professore, proprio di questo.


Sveglia. Poi, guarda caso, non s’è fatto niente, anche perché l’unica volta che un governo ha portato da solo questa “ingegneria costituzionale” al giudizio del popolo, l’ha frammischiata a tanti secondi fini (parliamo del governo Berlusconi 2001-2006) che il popolo la trombò solennemente. Tanto era il fetore da repubblica bananiera e caudillista che ne emanava, da costringere la gente a turarsi il naso e votare no.

Che c’entrano i costituzionalisti, che, a differenza di certi politologi, avevano fatto solo il loro dovere di patrioti dicendo che il fetore non è profumo? È a quel dovere che si tiene fedele il Partito democratico, con e senza Bersani; a quel dovere si attiene Fini, meritandosi dalla premiata ditta l’accusa di tramare col presidente della repubblica per mettere Berlusconi in ceppi.


Non si tratta di non voler riformare anche la giustizia, cui Panebianco cautelosamente evita di riferirsi. Si tratta – come dice Bersani – di non confondere la riforma del processo penale e civile coi lodi Alfano, la prescrizione brevissima, la degradazione dei pm ad “avvocati dell’accusa”, la conquista del Csm e della corte costituzionale con toghe che vadano a cena col giudicando prima di giudicarlo. Ma tutto questo Pippo non lo sa, e neanche Panebianco.
Che in cuor suo, ma cautelosamente non lo dice, alla voce “rafforzamento dei poteri del premier” forse prevede anche quello di sciogliere la camera legislativa. Che invece no, deve restare al Quirinale, proprio perché in Italia possono diventare primi ministri personaggi «che non sopportano le lungaggini della democrazia». Quale modo migliore, per non sopportarle, che decapitare lo strumento della democrazia e farsene uno più docile? Fece così anche l’amato duce: 1923 (legge Acerbo), 1929 (camera di sole camicie nere), 1938 (camera dei fasci e delle corporazioni).


C’era del genio in quel padano. Che però aveva la fortuna di muoversi in una Costituzione elastica, lo statuto, che si faceva tirare da una parte o dall’altra. Perciò la nostra Costituzione fu voluta rigida, che non si facesse tirare. Ci vuole il consenso di tutti per cambiarla: di Bersani e anche di Di Pietro e di Casini. Come Fini e Napolitano, anch’essi non hanno paura dell’esecutivo forte (premierato, cancelliere, semipresidente: sono trent’anni che li chiediamo), ma del colonnello Gheddafi.


Quanto alle altre sollecitazioni di Panebianco a Bersani (sgravi alle imprese, potatura della spesa improduttiva, riforma scuola-università, ecc.) perché no? Basta che il premier le scriva nell’agenda del confronto (confronto, non dialogo) insieme alle riforme istituzionali, e si sieda alla tavola rotonda, tutti in pari dignità, ciascuno con il proprio progetto riformatore.
Come alla Commissione dei 75 alla Costituente. Vi si esce con un testo concordato, senza l’ipoteca di una parte sul risultato. In questo caso, anche l’articolo del professore diventerebbe una cosa seria. Ma invece il premier andrà a Berlino, per dire che il Muro è risorto, costruito nottetempo dai comunisti italiani. Donde la necessità di votare per lui alle prossime regionali. Che ne dice, professore?


Nov 3

Una stagione di dialogo per le riforme tra maggioranza e opposizione?

Corriere della Sera 3 novembre 2009

TIMORI DI UN ESECUTIVO FORTE

Il provincialismo che frena le riforme

Angelo Panebianco

C’ è la tenue possibilità, come ha os­servato Ser­gio Romano (il Corriere, 1˚ novembre)  che l’elezio­ne di Pier Luigi Bersani a segretario del Partito de­mocratico contribuisca a rendere meno irrespirabi­le l’aria del Paese. C’è l’inte­resse del governo ad evita­re, per il futuro, continui scontri frontali con l’oppo­sizione: la sponsorizzazio­ne della candidatura di Massimo D’Alema alla cari­ca di responsabile della po­litica estera della Unione europea è una mossa che va in quella direzione.

Ma c’è anche un interesse di Bersani a superare il clima da guerra civile. Bersani, la cui tradizione politica di provenienza teneva in gran conto il realismo, sa bene che quel clima può favorire solo gli estremi­sti. Alla lunga, la «politica delle urla» danneggia le forze moderate di sinistra. Si tratta di una possibili­tà tenue. I «combattenti della guerra civile» non molleranno l’osso, hanno troppo da perdere. Se ci sa­rà, su certi temi, dialogo fra maggioranza e opposi­zione, si può scommettere che Bersani verrà accusato dai suddetti combattenti di essere un traditore.

Ma Bersani si gioca il fu­turo del Pd. Sa che deve da­re del suo partito l’immagi­ne di una «forza tranquil­la », capace di occuparsi con serietà dei problemi del Paese. Solo così può sperare di attrarre, nel Nord d’Italia soprattutto, quella parte di elettorato che oggi non lo voterebbe ma che potrebbe domani cambiare idea, che potreb­be abbandonare il centro­destra se il Partito demo­cratico fosse capace di co­struirsi una reputazione di seria e dinamica forza ri­formista.

Per qualificare così il proprio partito Bersani de­ve cercare il dialogo con la maggioranza là dove più accentuato è l’attivismo ri­formista del governo. La­voro, scuola- università, pubblica amministrazione sono àmbiti nei quali il go­verno, comunque si giudi­chi la sua azione, ha mo­strato una forte caratura ri­formista. Che deve fare l’opposizione? Continuare a dire che «è tutto sbaglia­to, è tutto da rifare», oppu­re tentare di dialogare apertamente col governo cercando reali punti di in­contro per poi poter riven­dicare una parte del meri­to dei provvedimenti adot­tati?

Se sui temi suddetti, e anche su altri (per esem­pio, le questioni degli sgra­vi fiscali alle imprese o del­la potatura della spesa im­produttiva) il Pd fosse ca­pace di presentarsi con proposte costruttive ver­rebbe certo accusato di in­telligenza col nemico dai guerrafondai ma potrebbe guadagnare credibilità agli occhi dell’elettorato più centrista.

C’è poi il capitolo delle riforme istituzionali. Qui il terreno però è decisa­mente minato. Capire do­ve sono collocate le mine è importante. Sulla rifor­ma della giustizia, nono­stante l’opera, comunque preziosa, di pontieri di pre­stigio come Luciano Vio­lante, le possibilità di azio­ne bipartisan sembrano, al momento, scarse o nul­le. È improbabile che il go­verno presenti un proget­to di riforma che possa ot­tenere l’avallo della Asso­ciazione nazionale magi­strati. E senza quell’avallo è difficile che il Pd sia in grado di accordarsi col go­verno.

Probabilmente, la que­stione della riforma della Costituzione (tranne negli aspetti che toccano il te­ma della giustizia) divente­rà, di nuovo, come tante al­tre volte in passato, un ter­reno di seria discussione fra maggioranza e opposi­zione.

Le fondazioni che fanno ca­po a Gianfranco Fini e a Mas­simo D’Alema ci lavorano su da qualche tempo. E Violante ha ricordato i punti su cui, in Parlamento, è forse possibile trovare una intesa:

«Trasfor­mare il Senato in Camera del­le Regioni, lasciare a Monteci­torio la legislazione ordinaria e il potere di dare e togliere la fiducia, ridurre il numero dei parlamentari e rafforzare i po­teri del presidente del Consi­glio » (Il Foglio, 31 ottobre).

Pur auspicando che un’in­tesa si trovi, mi permetto di essere scettico. A meno che non cambino certe condizio­ni. Di riforma della Costitu­zione si parla dai tempi di Craxi e sono sempre falliti tut­ti i tentativi di farla. Le re­sponsabilità di questi ripetuti fallimenti non sono solo del­la classe politica. Sono anche di quelle forze, esterne alla classe politica in senso stret­to, che hanno il potere di le­gittimare oppure di delegitti­mare l’operazione di riforma. Penso, in particolare, ai pro­fessori di diritto costituziona­le. Fin quando la maggioran­za dei costituzionalisti, come fino ad oggi è stato, manterrà un atteggiamento conservato­re, le possibilità di cambia­mento consensuale della Co­stituzione continueranno ad essere ridotte. Immaginiamo che si trovi un accordo sui punti indicati da Violante, ivi compreso il più controverso: il rafforzamento dei poteri del capo del governo. Non ci sarebbe immediatamente una straordinaria mobilitazio­ne di costituzionalisti di pre­stigio contro la «deriva auto­ritaria », contro il «fascismo alle porte»? E quella mobilita­zione, sfruttata dalle forze po­litiche e dai giornali contrari all’accordo, non avrebbe un potente effetto delegittiman­te sull’intera operazione? Co­sì è stato in passato. Perché le cose dovrebbero oggi cam­biare?

In una eccellente ricostru­zione- analisi della vicenda che apparirà sul numero di novembre di Le nuove ragio­ni del socialismo  (e la cui let­tura consiglio a quei politici, di maggioranza e di opposi­zione, che vogliano seriamen­te imbarcarsi nell’impresa), Augusto Barbera mostra be­nissimo quanto il provinciali­smo, l’incapacità di confron­tarsi con le esperienze costi­tuzionali europee — britanni­ca, spagnola, tedesca — pesi sui pregiudizi, non solo dei politici, ma anche di molti co­stituzionalisti. Fare le rifor­me costituzionali non è solo una questione affidata alle possibilità di accordo fra maggioranza e opposizione. È anche una questione di ag­gregazione di consenso fra coloro che sono ritenuti com­petenti e legittimati a dire la loro sull’argomento.

Convincere la cultura costi­tuzionalista del Paese che la democrazia richiede governi istituzionalmente forti è un lavoraccio: troppi costituzio­nalisti pensano ancora il con­trario. Ma è un lavoraccio ne­cessario, se si vuole arrivare a risultati. Altrimenti, la ripre­sa del dialogo sulle riforme costituzionali sarà solo, co­me altre volte, una scusa per instaurare, per qualche me­se, un clima meno avvelena­to fra le forze politiche. Me­glio di niente. Ma troppo po­co, forse, per le esigenze del Paese.


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