Rassegna Stampa PD Mira
Una selezione di articoli, foto, siti, interventi d'interesse per il Partito Democratico
Archive / RSSLe difficoltà di riforme condivise tra opposizione e governo Berlusconi
Europa 4 novembre 2009
Dove vive Panebianco?
Rivoltiamo la domanda al professor Panebianco, che si chiede «A chi fa paura un esecutivo forte?» A nessuno, professore.
Anzi, ci dica: «A chi fa paura il parlamento sovrano?» Sarà “provinciale”, come lui scrive, ma secondo noi fa paura a quel presidente del consiglio che, a detta dell’amico d’infanzia Confalonieri, non è un dittatore ma uno a cui danno fastidio le “lungaggini” della democrazia. La democrazia è il parlamento. Meglio, diceva Montesquieu, il parlamento più «l’assoluta indipendenza della magistratura dall’esecutivo e dal legislativo, fra le cui potestà invece qualche reciproca invasione di campo è consentita ».
Ma Panebianco dice che l’esecutivo forte in Italia non si può avere perché l’opposizione non collabora e i costituzionalisti adorano il governo debole. Custodiscono il fuoco di Vesta. Però, se Bersani vorrà (con o senza D’Alema a guidare la politica estera europea col placet di Berlusconi), le cose potranno cambiare. Sarà sufficiente che dica sì a quelle che Violante ricorda: trasformare il senato in camera delle regioni, lasciare solo la camera – ridotta di numero – a fare le leggi e a dare e togliere la fiducia al governo, rafforzare i poteri del presidente del consiglio. Certo. Ma il professor Panebianco dov’è stato negli ultimi trent’anni? Dalla commissione Bozzi alla De Mita-Jotti alla D’Alema al progetto Violante della scorsa legislatura, sul quale c’era l’accordo di tutti, di questo s’è parlato, professore, proprio di questo.
Sveglia. Poi, guarda caso, non s’è fatto niente, anche perché l’unica volta che un governo ha portato da solo questa “ingegneria costituzionale” al giudizio del popolo, l’ha frammischiata a tanti secondi fini (parliamo del governo Berlusconi 2001-2006) che il popolo la trombò solennemente. Tanto era il fetore da repubblica bananiera e caudillista che ne emanava, da costringere la gente a turarsi il naso e votare no.
Che c’entrano i costituzionalisti, che, a differenza di certi politologi, avevano fatto solo il loro dovere di patrioti dicendo che il fetore non è profumo? È a quel dovere che si tiene fedele il Partito democratico, con e senza Bersani; a quel dovere si attiene Fini, meritandosi dalla premiata ditta l’accusa di tramare col presidente della repubblica per mettere Berlusconi in ceppi.
Non si tratta di non voler riformare anche la giustizia, cui Panebianco cautelosamente evita di riferirsi. Si tratta – come dice Bersani – di non confondere la riforma del processo penale e civile coi lodi Alfano, la prescrizione brevissima, la degradazione dei pm ad “avvocati dell’accusa”, la conquista del Csm e della corte costituzionale con toghe che vadano a cena col giudicando prima di giudicarlo. Ma tutto questo Pippo non lo sa, e neanche Panebianco.
Che in cuor suo, ma cautelosamente non lo dice, alla voce “rafforzamento dei poteri del premier” forse prevede anche quello di sciogliere la camera legislativa. Che invece no, deve restare al Quirinale, proprio perché in Italia possono diventare primi ministri personaggi «che non sopportano le lungaggini della democrazia». Quale modo migliore, per non sopportarle, che decapitare lo strumento della democrazia e farsene uno più docile? Fece così anche l’amato duce: 1923 (legge Acerbo), 1929 (camera di sole camicie nere), 1938 (camera dei fasci e delle corporazioni).
C’era del genio in quel padano. Che però aveva la fortuna di muoversi in una Costituzione elastica, lo statuto, che si faceva tirare da una parte o dall’altra. Perciò la nostra Costituzione fu voluta rigida, che non si facesse tirare. Ci vuole il consenso di tutti per cambiarla: di Bersani e anche di Di Pietro e di Casini. Come Fini e Napolitano, anch’essi non hanno paura dell’esecutivo forte (premierato, cancelliere, semipresidente: sono trent’anni che li chiediamo), ma del colonnello Gheddafi.
Quanto alle altre sollecitazioni di Panebianco a Bersani (sgravi alle imprese, potatura della spesa improduttiva, riforma scuola-università, ecc.) perché no? Basta che il premier le scriva nell’agenda del confronto (confronto, non dialogo) insieme alle riforme istituzionali, e si sieda alla tavola rotonda, tutti in pari dignità, ciascuno con il proprio progetto riformatore.
Come alla Commissione dei 75 alla Costituente. Vi si esce con un testo concordato, senza l’ipoteca di una parte sul risultato. In questo caso, anche l’articolo del professore diventerebbe una cosa seria. Ma invece il premier andrà a Berlino, per dire che il Muro è risorto, costruito nottetempo dai comunisti italiani. Donde la necessità di votare per lui alle prossime regionali. Che ne dice, professore?
Una stagione di dialogo per le riforme tra maggioranza e opposizione?
Corriere della Sera 3 novembre 2009
TIMORI DI UN ESECUTIVO FORTE
Il provincialismo che frena le riforme
Angelo Panebianco
C’ è la tenue possibilità, come ha osservato Sergio Romano (il Corriere, 1˚ novembre) che l’elezione di Pier Luigi Bersani a segretario del Partito democratico contribuisca a rendere meno irrespirabile l’aria del Paese. C’è l’interesse del governo ad evitare, per il futuro, continui scontri frontali con l’opposizione: la sponsorizzazione della candidatura di Massimo D’Alema alla carica di responsabile della politica estera della Unione europea è una mossa che va in quella direzione.
Ma c’è anche un interesse di Bersani a superare il clima da guerra civile. Bersani, la cui tradizione politica di provenienza teneva in gran conto il realismo, sa bene che quel clima può favorire solo gli estremisti. Alla lunga, la «politica delle urla» danneggia le forze moderate di sinistra. Si tratta di una possibilità tenue. I «combattenti della guerra civile» non molleranno l’osso, hanno troppo da perdere. Se ci sarà, su certi temi, dialogo fra maggioranza e opposizione, si può scommettere che Bersani verrà accusato dai suddetti combattenti di essere un traditore.
Ma Bersani si gioca il futuro del Pd. Sa che deve dare del suo partito l’immagine di una «forza tranquilla », capace di occuparsi con serietà dei problemi del Paese. Solo così può sperare di attrarre, nel Nord d’Italia soprattutto, quella parte di elettorato che oggi non lo voterebbe ma che potrebbe domani cambiare idea, che potrebbe abbandonare il centrodestra se il Partito democratico fosse capace di costruirsi una reputazione di seria e dinamica forza riformista.
Per qualificare così il proprio partito Bersani deve cercare il dialogo con la maggioranza là dove più accentuato è l’attivismo riformista del governo. Lavoro, scuola- università, pubblica amministrazione sono àmbiti nei quali il governo, comunque si giudichi la sua azione, ha mostrato una forte caratura riformista. Che deve fare l’opposizione? Continuare a dire che «è tutto sbagliato, è tutto da rifare», oppure tentare di dialogare apertamente col governo cercando reali punti di incontro per poi poter rivendicare una parte del merito dei provvedimenti adottati?
Se sui temi suddetti, e anche su altri (per esempio, le questioni degli sgravi fiscali alle imprese o della potatura della spesa improduttiva) il Pd fosse capace di presentarsi con proposte costruttive verrebbe certo accusato di intelligenza col nemico dai guerrafondai ma potrebbe guadagnare credibilità agli occhi dell’elettorato più centrista.
C’è poi il capitolo delle riforme istituzionali. Qui il terreno però è decisamente minato. Capire dove sono collocate le mine è importante. Sulla riforma della giustizia, nonostante l’opera, comunque preziosa, di pontieri di prestigio come Luciano Violante, le possibilità di azione bipartisan sembrano, al momento, scarse o nulle. È improbabile che il governo presenti un progetto di riforma che possa ottenere l’avallo della Associazione nazionale magistrati. E senza quell’avallo è difficile che il Pd sia in grado di accordarsi col governo.
Probabilmente, la questione della riforma della Costituzione (tranne negli aspetti che toccano il tema della giustizia) diventerà, di nuovo, come tante altre volte in passato, un terreno di seria discussione fra maggioranza e opposizione.
Le fondazioni che fanno capo a Gianfranco Fini e a Massimo D’Alema ci lavorano su da qualche tempo. E Violante ha ricordato i punti su cui, in Parlamento, è forse possibile trovare una intesa:
«Trasformare il Senato in Camera delle Regioni, lasciare a Montecitorio la legislazione ordinaria e il potere di dare e togliere la fiducia, ridurre il numero dei parlamentari e rafforzare i poteri del presidente del Consiglio » (Il Foglio, 31 ottobre).
Pur auspicando che un’intesa si trovi, mi permetto di essere scettico. A meno che non cambino certe condizioni. Di riforma della Costituzione si parla dai tempi di Craxi e sono sempre falliti tutti i tentativi di farla. Le responsabilità di questi ripetuti fallimenti non sono solo della classe politica. Sono anche di quelle forze, esterne alla classe politica in senso stretto, che hanno il potere di legittimare oppure di delegittimare l’operazione di riforma. Penso, in particolare, ai professori di diritto costituzionale. Fin quando la maggioranza dei costituzionalisti, come fino ad oggi è stato, manterrà un atteggiamento conservatore, le possibilità di cambiamento consensuale della Costituzione continueranno ad essere ridotte. Immaginiamo che si trovi un accordo sui punti indicati da Violante, ivi compreso il più controverso: il rafforzamento dei poteri del capo del governo. Non ci sarebbe immediatamente una straordinaria mobilitazione di costituzionalisti di prestigio contro la «deriva autoritaria », contro il «fascismo alle porte»? E quella mobilitazione, sfruttata dalle forze politiche e dai giornali contrari all’accordo, non avrebbe un potente effetto delegittimante sull’intera operazione? Così è stato in passato. Perché le cose dovrebbero oggi cambiare?
In una eccellente ricostruzione- analisi della vicenda che apparirà sul numero di novembre di Le nuove ragioni del socialismo (e la cui lettura consiglio a quei politici, di maggioranza e di opposizione, che vogliano seriamente imbarcarsi nell’impresa), Augusto Barbera mostra benissimo quanto il provincialismo, l’incapacità di confrontarsi con le esperienze costituzionali europee — britannica, spagnola, tedesca — pesi sui pregiudizi, non solo dei politici, ma anche di molti costituzionalisti. Fare le riforme costituzionali non è solo una questione affidata alle possibilità di accordo fra maggioranza e opposizione. È anche una questione di aggregazione di consenso fra coloro che sono ritenuti competenti e legittimati a dire la loro sull’argomento.
Convincere la cultura costituzionalista del Paese che la democrazia richiede governi istituzionalmente forti è un lavoraccio: troppi costituzionalisti pensano ancora il contrario. Ma è un lavoraccio necessario, se si vuole arrivare a risultati. Altrimenti, la ripresa del dialogo sulle riforme costituzionali sarà solo, come altre volte, una scusa per instaurare, per qualche mese, un clima meno avvelenato fra le forze politiche. Meglio di niente. Ma troppo poco, forse, per le esigenze del Paese.