Latest on twitter:
Rassegna stampa: una selezione di articoli, foto, video e link d'interesse per il Partito Democratico, non solo mirese
Europa 25 novembre 2009
La carica dei quarantenni guidati da Migliavacca: via alla segreteria
Bersani vara la squadra di «giovani sperimentati». Ritorni e novità a capo dei forum tematici
Con la direzione convocata ieri gli organigrammi interni del Partito democratico sono ormai definiti. La nuova segreteria targata Bersani è all’insegna del ricambio avendo un’età media di 41 anni. Li chiama «giovani sperimentati » Bersani (ma nessuno è parlamentare) coloro che sono chiamati nella squadra che dovrà assumersi la responsabilità del partito e sarà composta da sei uomini e sei donne (come previsto dalla statuto del partito) che hanno già maturato l’esperienza di amministratori o comunque di attività politica. Saranno coordinati da Maurizio Migliavacca.
L’ex presidente della provincia di Milano invece, Filippo Penati, è il responsabile della segreteria di Bersani.
Ne fanno dunque parte [NdR: curriculum qui]:
Se queste ultime tre donne fanno riferimento all’Area Democratica, va segnalato che la mozione Marino ha rinunciato in pratica ad entrare nella nuova segreteria.
A fianco del nuovo organismo lavoreranno i forum tematici (i vecchi Dipartimenti) con i vari responsabili delle aree. E qui si registrano vari ritorni e alcune novità.
Dovrebbero comunque far parte del gruppo dei forum anche alcuni esponenti della mozione Marino: Sandro Gozi con competenza sull’Europa, Paola Concia per i Diritti e Pippo Civati per la Sostenibilità ambientale. Stefano Di Traglia è stato nominato poi responsabile Propaganda.
In dirittura d’arrivo (oggi o al massimo domani) sono anche le nomine dei vicecapogruppo alla camera: in arrivo a fianco di Franceschini ci saranno Alessandro Maran, Rosa Villecco Calipari e Michele Ventura. Previsti tempi più lunghi per i vice della Finocchiaro al senato: verso la riconferma sono Latorre e Zanda. Per il terzo c’è incertezza tra Casson e Albertina Soliani.
L’ex capogruppo Antonello Soro, infine, potrebbe diventare il referente politico di Area Democratica.
Europa, 24 novembre 2009
Questo non è il vero Pd
Linda Lanzillotta
Paolo Gentiloni si è chiesto, nei giorni scorsi, se sia stato puro velleitarismo ritenere, come tanti di noi hanno fatto negli ultimi quindici anni, che la politica italiana e in particolare il centrosinistra fossero pronti a realizzare la rivoluzione culturale che il progetto del Partito democratico richiedeva. Io non lo credo; la sfida non era impossibile.
Certo non lo era quando questo grande sogno ha preso il via ma lo è diventato man mano che si è andata spegnendo la spinta al cambiamento partita con l’89 e rimasta viva e creativa fino al 1998.
Il Pd non era un espediente per far sopravvivere alcuni spezzoni dei partiti travolti dalla crisi della prima repubblica e dalla caduta del Muro di Berlino. Il Pd era il tentativo di rigenerare le idee e la visione dei progressisti e di dare rappresentanza politica ai ceti che emergevano dalla rivoluzione tecnologica e terziaria della nostra economia, dalla crisi della grande industria e del sistema pubblico e parapubblico. Una rivoluzione culturale che, dopo la caduta del muro e di tutti gli altri muri travolti dalla globalizzazione, richiedeva di mettere in discussione antichi insediamenti sociali, consolidate certezze, tutele tradizionali e antichi diritti per fare irrompere nella rappresentanza sociale e politica i nuovi protagonisti, coloro che talvolta silenziosamente ed in modo invisibile realizzavano una mutazione profonda dell’organizzazione produttiva, economica e sociale dei grandi paesi occidentali.
Ceti e gruppi sociali, nuovo sistema di imprese piccole e medie, lavoratori flessibili, realtà in parte create in Italia da politiche innovative poste in atto dallo stesso centrosinistra ma di cui poi paradossalmente era proprio il centrosinistra a non riuscire a cogliere e a interpretare i nuovi bisogni (pensiamo, ad esempio, ai contratti flessibili introdotti dalla legge Treu e alla conseguente necessità di rinnovare profondamente il sistema previdenziale).
Noi, quando potevamo evitarlo, abbiamo trasformato la flessibilità in precarietà preferendo di finanziare lo scalone piuttosto che gli ammortizzatori sociali; noi abbiamo impoverito i ceti medi con politiche fiscali ideologiche; noi abbiamo rinunciato a guidare riforme amministrative dalla parte dei cittadini cedendo alla pressioni corporative ora dei sindacati ora degli amministratoti locali. I cambiamenti in atto nel paese si vedevano bene nelle grandi città, osservatorii privilegiati di trasformazioni urbane che erano il portato della rivoluzione del sistema produttivo. E non a caso era dai sindaci che nei primi anni Novanta nasceva la spinta a realizzare nuovi schemi politici capaci di dare voce alla tumultuosa innovazione sociale che avveniva sotto i loro occhi.
Non si trattava dunque di quella riduttiva visione del Partito democratico concepita come la fusione tra culture cattoliche-democratiche postdemocristiane e culture ex o postcomuniste, ma di partire da quelle storie che in Italia avevano avuto traduzioni politiche molto diverse rispetto al resto d’Europa (il più grande partito comunista occidentale mai divenuto socialdemocratico, una grande Dc interclassista egemone e senza ricambio per cinquant’anni) per innestare nella politica italiana la cultura liberaldemocratica, un moderno ambientalismo, la cultura delle tecnologie dell’informazione portatrici della globalizzazione.
Un mix culturale, postideologico, per costruire una nuova idea di futuro capace di orientare un paese spaventato dai cambiamenti prodotti dall’immigrazione, dall’obsolescenza dei saperi, dalle nuove insicurezze, e di valorizzare le energie positive di un’Italia dotata di grandi risorse e di eccezionali talenti.
Ma questa appassionante sfida per l’innovazione della politica progressista è stata non solo non condivisa ma, in modo più o meno esplicito, derisa quando non ridicolizzata da buona parte delle forze via via confluite nelle varie forme assunte dalla aggregazione degli spezzoni di soggetti storicamente rinvenienti dalla crisi dei partiti della prima repubblica poi confluenti e mutanti nei vari Pds-Ds-Ppi-Margherita- Ulivo-Pd; forze il cui obiettivo costante che ha segnato la nascita e, di volta in volta, il fallimento dei nuovi soggetti politici è stato quello non di generare qualcosa di profondamente nuovo in termini di valori, di progetto, di classe dirigente, di base sociale, ma di preservare le antiche identità, organizzazioni e strutture per proiettare sul futuro il potere detenuto nel passato.
Senza accorgersi che intanto, in nome di questo miope conservatorismo, si lasciava campo libero al centrodestra, alla Lega ma anche a Berlusconi, nella rappresentanza, prima confusa e protestataria ma poi sempre più inserita in una visione organica e valoriale (Tremonti) dei bisogni dei nuovi ceti sui temi della modernizzazione: dal fisco alla burocrazia, dall’innovazione alla legalità, dal mercato al welfare.
Sono queste le “ragioni strutturali” del fallimento del progetto. E le scelte e gli errori che hanno segnato le tappe di questo fallimento sono state la conseguenza di questo vizio d’origine. Il non riuscire a staccarsi dal collateralismo con sindacato e soggetti economici tradizionalmente legati al Pci, la rinuncia a portare e a guidare in Europa, insieme alle forze liberali e ambientaliste, la battaglia per l’innovazione del campo progressista segnato dalla crisi irreversibile della socialdemocrazia (e la amara sconfitta della candidatura di D’Alema conferma quanto sia stato inutile questa sciagurato compromesso), l’opzione per un partito “solido” che, nei territori, impedisce un rinnovamento della classe dirigente che dia discontinuità e credibilità al Pd sul piano della legalità e del buongoverno, l’alleanza elettorale con Di Pietro che nell’illusione di accorciare i tempi della lunga marcia del Pd lo ha schiacciato nella rincorsa al radicalismo giustizialista impedendogli di sviluppare il lavoro di costruzione della sua identità programmatica; un lavoro che invece sarebbe dovuto essere il grande cantiere di questa legislatura il cui esito elettorale nell’aprile del 2008 non poteva che essere segnato. E invece dall’aprile 2008 è stata impressionante la povertà della elaborazione del Pd sui temi della crisi, della riorganizzazione dell’economia globale, della governance internazionale, di una ridefinizione del rapporto tra stato e mercato che non fosse il puro ritorno a vecchie ideologie, delle riforme strutturali per un’Italia che si ritroverà con tutte le sue fragilità.
Certo che di un Pd ci sarebbe bisogno. Ma evocarlo non basta a renderlo reale. Dire, come è giusto, che nessuno si può chiamare fuori da questa sconfitta non modifica la realtà. E soprattutto non modifica il fatto che Bersani ha vinto su una linea di abbandono del progetto del Pd e di esplicita restaurazione dell’antico: in termini di cultura politica, in termini di rappresentanza sociale e di interessi, in termini di modello di partito, in termini di adesione al socialismo europeo.
In verità tra coloro che non hanno appoggiato Bersani pochi contestano questi argomenti; tuttavia rivendicano la possibilità di continuare la battaglia per il Pd dentro il Pd in nome della presunta identità plurale del partito testimoniata dalla conquistata gestione plurale del partito. Ma, attenzione.
Identità plurale non significa giustapporre le culture di provenienza ripartendo col bilancino gli incarichi di partito tra le diverse “aree” o correnti; identità plurale significa la capacità di un partito di esprimere una propria visione che sia l’amalgama delle diverse identità non più riconoscibili singolarmente ma tutte ricompresse e percepibili perché fuse in un nuovo progetto, come tale attraente e convincente per vecchi e soprattutto nuovi elettori.
La mozione di Bersani e il suo discorso di insediamento hanno esplicitamente (e legittimamente) archiviato questa idea di Pd. E allora bisogna prenderne atto con realismo e responsabilità, anche se con sofferenza e rimpianto. Per chi intende la politica non come testimonianza o protesta ma come strumento per governare il paese e incidere sulla qualità della vita dei suoi cittadini e sul futuro delle nuove generazioni è doveroso avere la consapevolezza che con il 30 per cento dei voti, rappresentativo sul piano parlamentare della sinistra del paese e dipendente sul piano dei numeri e delle alleanze da una forza giustizialista come l’Idv non si arriverà a vincere o se ci si arrivasse si fallirebbe per l’ennesima volta la missione della modernizzazione e dell’innovazione economica e sociale dell’Italia replicando gli effetti perversi di quel bipolarismo lacerante che ha sfibrato il paese.
Occorre ricominiciare a parlare a quei milioni di elettori che sono la parte più vitale del paese, il cuore pulsante che vive da protagonista i cambiamenti in atto e chiede, allo stesso tempo, soluzioni pragmatiche per l’oggi e un orizzonte positivo per il futuro.
E questi milioni di elettori, come Gentiloni grande esperto di flussi elettorali ben sa, scomparsa la Margherita e fallito il secondo governo Prodi, non hanno più guardato al centrosinistra come a un interlocutore credibile. Non sono questi gli elettori che fanno crescere il Pd nei sondaggi ma quelli che (e lo conferma Ilvo Diamanti), come Folena, Mussi, Angius e tanti altri, ritornano alla vecchia casa della sinistra dove ora, dopo l’ubriacatura democratica, ci si può sentire di nuovo a proprio agio.
Ma se il centrosinistra non riuscirà a parlare di nuovo al cuore vitale del paese, a quei milioni di cittadini che gli hanno voltato le spalle vorrà dire che, per un periodo molto molto lungo, avremo consegnato l’Italia al centrodestra nonostante la sua palese inadeguatezza a guidare un grande paese come il nostro.
Il senso della mia scelta e delle mie future battaglie è tutto qui: contribuire a creare le condizioni e gli strumenti perché ciò non accada.
La Stampa 23 novembre 2009
Ma il tappo non è Tremonti
LUCA RICOLFI
Tre sono, in natura, le strategie di sopravvivenza: l’attacco, la fuga, la simulazione della morte. La tigre attacca, la gazzella fugge, ma il caso più interessante è quello degli animali che - di fronte al pericolo - assumono una postura di perfetta immobilità, o per mimetizzarsi con l’ambiente circostante o per fingersi morti. E’ il caso di molti rettili, del rospo, del camaleonte africano, del martin pescatore.
Nella politica economica succede la stessa cosa. Se guardiamo alla storia della seconda Repubblica, non è difficile riconoscere le tre strategie. Nella breve stagione che va dal 1992 al 1998, ossia dalla svalutazione della lira all’ingresso in Europa, prevaleva l’attacco. I problemi venivano riconosciuti e affrontati a viso aperto, indipendentemente dal colore politico dei governi.
Sono gli anni della finanziaria da 90 mila miliardi (governo Amato), della riforma delle pensioni (governo Dini), del protocollo sulla politica dei redditi (governo Ciampi), della modernizzazione del mercato del lavoro (governo Prodi), dell’ingresso in Europa (ancora Ciampi e Prodi). Nel biennio 2006-2008, invece, prevalse la fuga. Il secondo governo Prodi anziché approfittare della congiuntura favorevole scelse di aggravare i problemi: con la Finanziaria 2007 aumentando una pressione fiscale già altissima e affrettando la crisi; con quella del 2008 pianificando un deficit maggiore di quello tendenziale e contro-riformando le pensioni.
In tutto il resto dell’ormai lungo periodo che va da Mani pulite (febbraio 1992) a oggi la strategia dominante è la simulazione della morte. Nonostante alcuni timidi tentativi di affrontare i nodi strutturali dell’Italia (soprattutto nel biennio 2003-2004), il registro dominante è il non fare, o meglio il fare tante, tantissime, piccole cose, nessuna delle quali va al cuore dei problemi. E’ solo con gli ultimi due anni, tuttavia, che questa attitudine mai esplicitamente dichiarata diventa una strategia esplicita, una sorta di credo. Sia nel 2008 sia nel 2009, tornato Tremonti al timone dell’economia, il cardine della legge Finanziaria è il non intervento, la ferma volontà di non modificare gli andamenti tendenziali dell’economia. Né la pressione fiscale, né la spesa pubblica, né i saldi fondamentali vengono toccati in modo significativo dall’azione di governo. Siamo in apnea, aspettiamo che torni l’ossigeno, nel frattempo qualsiasi movimento va evitato perché può risultare controproducente. Un mirabile esempio di simulazione della morte.
La politica che non affronta i problemi non mi è mai piaciuta. Da Tremonti e dai suoi predecessori mi sono aspettato sempre molto di più di quello che hanno fatto. E tuttavia devo confessare che ultimamente capisco sempre di più l’inerzia di Tremonti. Non mi piace ma la capisco. Quel che mi ha fatto cambiare atteggiamento è che ho smesso di confrontare le idee di Tremonti con quelle dei suoi critici accademici (che parlano senza avere responsabilità istituzionali), e mi sono preso la briga di analizzare le alternative reali alla linea di Tremonti, ossia quelle sostenute da veri soggetti politici. Per alternative reali intendo le contro-proposte di politica economica avanzate in questi mesi sia dall’opposizione (soprattutto quelle del Pd) sia dalla fronda interna alla maggioranza (ad esempio la contro-finanziaria di Baldassarri, o le richieste del cosiddetto partito del Sud). Ebbene, a mio parere ciascuna di esse avrebbe avuto ed avrebbe conseguenze macro-economiche nefaste: le proposte del Pd sono pericolose sul fronte dei conti pubblici, quelle di Baldassarri (in particolare il taglio dei consumi intermedi) metterebbero in ginocchio la Pubblica amministrazione, quelle del partito del Sud farebbero esplodere la spesa. Insomma, mi verrebbe da parafrasare Sartori, che qualche anno fa - in piena bufera su Oriana Fallaci - titolò un suo articolo: «Uditi i critici, ha ragione Oriana».
Con ciò non voglio certo difendere il non fare, che anzi mi sembra a sua volta molto dannoso per il Paese (oltreché per il centrodestra, che grazie ad esso si avvia a perdere le elezioni politiche del 2013). Quello che però vorrei dire è che forse, tutti quanti, non valutiamo a sufficienza un punto: in politica le alternative non sono fra quel che il governo fa e quel che le menti illuminate pensano. In politica le alternative vere sono solo fra forze in campo, fra gruppi e schieramenti realmente esistenti. E finora le forze che hanno combattuto Tremonti lo hanno fatto quasi sempre in nome di politiche che, se messe in atto, sarebbero risultate più dannose della linea di contenimento praticata dal Tesoro.
Ora però il quadro sta cambiando, e non è forse casuale né intempestiva l’uscita di ieri del ministro Brunetta, che - in un’intervista al Corriere della Sera - ha vigorosamente invitato il Governo a cambiare passo. Brunetta in teoria ha ragione, il momento peggiore della crisi sembra passato (anche se le sue conseguenze dureranno ancora un bel po’), è tempo di riprendere il cammino di modernizzazione dell’Italia e, perché no, «di aprire una grande discussione nel Paese, che coinvolga tutte le intelligenze, comprese quelle, tanto vituperate, degli economisti». E’ venuto il momento di tornare a una strategia di attacco, come nei primi Anni 90, lasciandoci alle spalle questi due anni di «simulazione della morte». L’occasione è ghiotta perché, per la prima volta nella storia della seconda Repubblica, il governo non solo ha una schiacciante maggioranza in Parlamento, ma ha davanti a sé la strada spianata dall’assenza di elezioni: dal 22 marzo prossimo fino alla fine della legislatura (3 anni dopo) non ci saranno più test elettorali importanti, visto che non solo le Europee ma anche le Regionali saranno alle nostre spalle.
E tuttavia c’è qualcosa che Brunetta e i critici del Tesoro non sembrano vedere: le riforme non sono una bottiglia di champagne, e non è il tappo di Tremonti che impedisce il brindisi. Se le riforme non decollano è innanzitutto perché gli italiani che le temono sono di più di quelli che sarebbero pronti a sostenerle davvero, accettandone i rischi, le tensioni, i prezzi da pagare. E proprio per questo uno schieramento politico riformista diverso dal partito della spesa, al momento, non esiste ancora. Le riforme che servirebbero richiedono coraggio, e nessun governo ne avrà mai abbastanza finché l’opposizione sarà come quella, faziosa e pregiudiziale, che Prodi e Berlusconi hanno incontrato sui rispettivi cammini. Né si vede come questo dato di fondo della politica italiana possa cambiare rapidamente. L’agenda del centro-destra è continuamente stravolta dalla necessità di salvare Berlusconi dai suoi processi. Quella del centro-sinistra dall’imperativo categorico di impedire che Berlusconi la faccia franca. Nessuno è disposto a interrompere il circolo vizioso. Nessuno ha la forza di rimuovere l’ostacolo che blocca il confronto, nemmeno Tremonti. Peccato, perché più passa il tempo e più arduo sarà venir fuori dal pantano in cui la politica ha precipitato il Paese.
Repubblica 22 novembre 2009
MAPPE
Pd, il risveglio del partito latente
ILVO DIAMANTI
Il Partito Democratico sta crescendo. Nei sondaggi, perlomeno. Al contrario dell’inizio del 2009, quando assegnavano al Pd circa il 23%. Il che spinse Veltroni a dimettersi anzitempo, in febbraio.
Da un paio di mesi, invece, si assiste a una risalita, anche rispetto al risultato delle elezioni europee di giugno (26% dei voti validi). I sondaggi, al proposito, mostrano oscillazioni ancora significative. L’Ispo di Renato Mannheimer situa il Pd intorno al 28%. Come Euromedia, diretta da Alessandra Ghisleri, l’istituto di fiducia di Berlusconi. L’Ipsos di Nando Pagnoncelli, invece, stima il Pd oltre il 30%. Secondo il politologo Paolo Natale (su Europa), avrebbe superato la soglia del 31%. Come spiegare una crescita così continua (perlomeno nei sondaggi)?
1. Anzitutto, con l’effetto della stagione congressuale. Lunga e contorta, come abbiamo rilevato - polemicamente - prima dell’estate. Però è servita a strutturare un partito che prima non c’era. La fase dedicata agli iscritti ha, appunto, restituito il Pd agli iscritti. E gli iscritti al Pd. Ha, inoltre, attribuito un ruolo agli apparati locali e centrali. Nel bene e nel male: si è ricostruita, in qualche misura, l’organizzazione di partito. Le primarie, invece, hanno confermato la domanda di partecipazione che anima gli elettori del centrosinistra. Vi hanno partecipato circa tre milioni di persone. Tante. Questa mobilitazione ampia, durata mesi, ha fornito visibilità a un partito a lungo “latente”. Ne ha risvegliato gli elettori “latenti”.
2. Poi, oggi il Pd dispone di una leadership legittimata dal voto degli iscritti e degli elettori. Dopo un confronto vero, fra candidati che si sono sfidati senza esclusione di colpi. Questa divisione, lamentata da molti, ha dato l’idea di una competizione aperta che, in passato, non c’era mai stata. Nel 2005 e nel 2007 le primarie avevano “plebiscitato” un candidato pre-stabilito. Certo, Bersani deve dimostrare di essere capace di sottrarsi al condizionamento dei “soliti noti”. Ma dispone di un’investitura ampia. Accompagnata da un grado di fiducia elevatissimo presso gli elettori (non solo del Pd). Favorito dall’immagine di competenza e concretezza che sta trasmettendo. Prima di lui, Franceschini aveva guidato il partito in condizioni di emergenza. Erede di un leader dimissionario, era apparso - necessariamente - un segretario provvisorio e di passaggio. Difficile, per il Pd, non essere percepito, a sua volta, come un partito provvisorio e di passaggio. Oggi il Pd non è divenuto un “partito personale”, ma è certamente meno impersonale di prima. E la sospensione delle ostilità interne, la stessa uscita di Rutelli, ne hanno rafforzato l’immagine di coesione e unità.
3. Un ulteriore motivo della risalita del Pd, nelle stime elettorali, è riconducibile all’asfissia delle formazioni di sinistra, ma soprattutto al parallelo calo dell’Idv. Che riflette un certo declino dell’immagine (e della visibilità mediatica) del suo leader, Di Pietro. D’altronde, l’Idv è un partito personale. Fino a ieri: Lista Di Pietro. Lo stesso dualismo con De Magistris ne mina l’identità. Tuttavia, conta anche il ritorno di una domanda di opposizione “politica” più che espressiva. Partitica più che personale.
4. D’altronde, siamo entrati in una fase di campagna elettorale. Non tanto per le minacce di voto politico anticipato. (Non se ne vedono le condizioni). Ma perché sono prossime le elezioni regionali. Le quali avranno, assai più che le europee, un significato politico nazionale, oltre che territoriale. Per gli elettori e per i partiti. Lo schema della competizione regionale, d’altra parte, è “maggioritario” (e “presidenzialista”). E il risultato del voto avrà effetti molto più diretti sulla realtà politica e sulla vita delle persone, rispetto alle europee. Per cui, presso gli elettori, la domanda di “vincere” e di governare è destinata a prevalere sulla voglia di fare opposizione e sull’indignazione.
5. Ancora: la ripresa del Pd riflette quella del Pdl. Che i sondaggi stimano oltre il 38%. Nonostante la fiducia nel leader-premier non sia cresciuta, ma semmai calata, dopo le elezioni europee. Tuttavia, la figura di Berlusconi, in questa fase, ha ulteriormente polarizzato la meccanica del sistema partitico. Anzi: l’ha bipartizzata. L’identificazione tra Berlusconi e il Pdl - insieme alla centralità della questione giustizia - ha ridotto la visibilità della Lega. Invischiata nella discussione sulla spartizione delle candidature in vista delle prossime elezioni regionali. Definita su basi rigidamente nazionali. E personali: attraverso il dialogo diretto e personale fra Berlusconi e Bossi. Ebbene: anche la Lega, come l’Idv, appare in lieve flessione, nei sondaggi. Perché l’asse della politica nazionale si è spostato sul Pdl di Berlusconi. E valorizza, di riflesso, il Pd.
Resta il problema di fondo. Il Pd è ancora lontano dal Pdl: 7-8 punti percentuali. Il bacino elettorale a cui si rivolge, a sinistra, si è ridotto. Il suo alleato più stretto, l’Idv, è divenuto un competitor, a livello nazionale. Mentre sul territorio è un alleato debole, perché non ha radici. Per cui dovrà riesaminare il tema delle alleanze, guardando, necessariamente, al centro. All’Udc, più che a Rutelli (la cui uscita non sembra avere scalfito, per ora, l’elettorato del Pd né quello dell’Udc). Soprattutto, però, il Pd dovrà chiarire meglio il proprio progetto. La propria offerta politica. Un ambito ancora nebuloso. Non può restare a lungo così. Né può immaginare di affidare la propria identità al solo leader. Inseguendo il Pdl di Berlusconi sul suo terreno (mediatico). Per tornare ad essere un’opposizione credibile e possibile. Capace di raccogliere il voto di un terzo degli elettori. E di attrarre altri partiti, intorno a sé. Senza divenire ostaggio di alleanze tanto larghe quanto incoerenti. Il Pd: non può accontentarsi di rappresentare il “male minore”.