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Quali le prime mosse di Bersani?

Corriere della Sera 1 novembre 2009

DOPO IL SI’ DEL PREMIER A D’ALEMA

E adesso Bersani faccia una mossa

Sergio Romano

La possibilità che Massimo D’Alema venga scelto a rap­presentare la politi­ca estera dell’Unione Euro­pea dopo la ratifica del Trat­tato di Lisbona è oggi pro­babilmente modesta. Co­me ha ricordato Franco Venturini sul «Corriere» di ieri, vi sono già altre candi­dature e la scelta dipende anche dal colore politico della persona che verrà chiamata alla presidenza del Consiglio europeo. Ma l’appoggio del governo Ber­lusconi, annunciato nelle scorse ore, è comunque un segnale interessante. Dimo­stra che il governo approva a posteriori la qualità del la­voro fatto da D’Alema alla Farnesina durante il gover­no Prodi e riconosce la con­tinuità della politica estera italiana da un governo all’al­tro. Ammette che vi sono questioni su cui maggioran­za e opposizione possono lavorare insieme. In una si­tuazione in cui basta che uno dica una cosa perché l’altro dica l’opposto, que­sta, per gli italiani stanchi di vivere con l’arma al pie­de, è una buona notizia.

Lasciamo da parte per un momento il futuro di D’Alema e chiediamoci piuttosto se non sia possibi­le partire da questo segnale per imboccare una strada migliore di quella su cui stiamo segnando il passo.

Il Partito democratico ha un nuovo segretario, scelto da un numero considerevo­le di iscritti ed elettori. Pier Luigi Bersani ha perso Fran­cesco Rutelli e dovrà supe­rare altri ostacoli. Ma è in sella e ha il diritto di essere considerato a tutti gli effet­ti il principale leader dell’ opposizione. Può ignorare la mossa del governo Berlu­sconi e continuare lo steri­le gioco delle reciproche scomuniche. Ma può anche cogliere l’occasione per di­re al governo e al Paese qua­li sono le questioni su cui il Pd è disposto ad affrontare la maggioranza al tavolo del confronto e della colla­borazione. Suggerimenti in­coraggianti vengono da En­rico Letta e lo stesso Bersa­ni ha già dato qualche indi­cazione in questo senso. Ma dovrebbe essere più concretamente esplicito e mettere nero su bianco.

Esiste la legge sulla rifor­ma universitaria. Esiste la riforma della giustizia. Esi­ste il problema delle pen­sioni su cui, prima o dopo, occorrerà tornare. Ed esi­ste, infine, quello delle ri­forme istituzionali, dalla trasformazione del Senato in Camera delle regioni al rafforzamento dei poteri del premier, su cui, a giudi­care dall’intervista di Lucia­no Violante al «Foglio» di ieri, le posizioni di maggio­ranza e opposizione sono molto meno lontane di quanto sembri.

Qualcuno sosterrà che è tempo perso e che Berlu­sconi preferisce lo scontro al dialogo. E’ possibile. Il presidente del Consiglio ha dato qualche volta la sensa­zione di pensare che è me­glio, per il governo, fare da sé e continuare a trattare l’opposizione come un ne­mico irriducibile piuttosto che riconoscerne il ruolo. Ma se il Pd facesse qualche esplicita proposta, otterreb­be parecchi risultati. Dareb­be maggiore evidenza alla propria immagine di parti­to riformista. Dimostrereb­be che il Pd non ha nulla da spartire con l’Italia dei valo­ri, se non l’utilità di qual­che occasionale accordo tat­tico. Metterebbe il presi­dente del Consiglio nella condizione di dovere dare risposte non soltanto pole­miche. Agli italiani che non vivono di militanza politica preme soprattutto, al di là di ogni altra considerazio­ne, che questa legislatura non vada interamente per­duta. Sono quasi trent’an­ni, dalla commissione pre­sieduta da Aldo Bozzi in poi, che parliamo di rifor­me. Vorremmo cominciare a vederle.