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<rss version="2.0"><channel><description>Una selezione di articoli, foto, siti, interventi d’interesse per il Partito Democratico</description><title>Rassegna Stampa PD Mira</title><generator>Tumblr (3.0; @pdmira)</generator><link>http://pdmira.tumblr.com/</link><item><title>Con Berlusconi, il PD non faccia "concordati"</title><description>&lt;h5&gt;L’Unità 10 agosto 2008&lt;br/&gt;“Il concordato”&lt;br/&gt;Furio Colombo&lt;/h5&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;Dialogo o concordato? Non parlo di rapporto fra Stato e Chiesa. Parlo di opposizione e delle nuove misteriose vie di alcuni del Partito Democratico verso il potere e verso il governo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Durante le lunghe pause del lavoro alla Camera, dove tutti parlano a lungo e parlano a vuoto, «perché comunque la mia legge uscirà dal Parlamento intatta, così come è stata voluta e scritta dal mio governo» (Berlusconi, a proposito della legge finanziaria definita «rivoluzionaria», 8 agosto), durante quelle lunghe pause ripenso ai due anni trascorsi al Senato, senza uscire un minuto, per presidiare il governo Prodi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;Di fronte a noi sedeva l’opposizione, un mezzo emiciclo rabbioso, violento, insultante, fantasioso nei modi diversi di sporcare l’aula, fare pipì sotto il banco, insultare come carrettieri (è un modo di dire antico che non corrisponde alla volgarità contemporanea) Rita Levi Montalcini, il presidente emerito Scalfaro, certe volte il presidente emerito Ciampi, tutti instancabili nel rendere impossibile il lavoro del Senato fino al punto di votare «no» (loro, la destra) al rifinanziamento e adeguamento di difesa delle missioni militari italiane nel mondo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;Lo so che mi ripeto. Ma rivedo quelle scene nel silenzio pacato della nostra aula, dove tanti trovano eccessivo se Di Pietro alza di un decibel la voce per denunciare la penuria di benzina e di fondi in cui è stata lasciata la polizia, e mi domando: dove saranno finiti quelli delle barricate di un Senato praticamente occupato, arringato ogni pochi minuti dal capo popolo Schifani, in un lungo tripudio di applausi, prima, durante e dopo le sue inaudite denunce di tutti i tipi di furto, menzogna e frode da parte di Prodi o di Padoa-Schioppa? Nei libri di lettura per bambini (parlo della infanzia pre-Gelmini) gente così sarebbe finita male, fuori dalla politica, che invece è - ti dicono - fatta da persone competenti e rispettose.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;Ma se guardi il telegiornale li riconosci, mentre parlano col nuovo tono condiscendente di chi sa come si gestiscono le istituzioni, li troviamo immersi in alte cariche dello Stato, in ministeri chiave, o in funzioni di bertoldiana memoria (ricordate «scarpe grosse e cervello fino»?) come il fiabesco Ministero della Semplificazione.&lt;br/&gt;Li ritrovi presidenti del Senato intenti a raccogliere sentite e trasversali testimonianze di solidarietà se subiscono attacchi pur mille volte più miti di quelli che lanciavano alla “rovinosa maggioranza di centrosinistra” (quando c’era), quella “che ha messo in ginocchio l’Italia”, tanto che poi hanno dovuto rialzarla verso la crescita zero.&lt;br/&gt;Li ritrovi sindaci, come il sindaco di Roma, uno con la croce celtica che ha avuto il pieno sostegno di tutte le minoranze fasciste rimaste sul terreno, uno che vuole armare i vigili urbani invece di vietare la sosta in tripla fila, uno che i soldati di pattuglia li ammette solo nei quartieri poveri, dove evidentemente tutti sono brutti, sporchi e cattivi, uno che, se non era per la indignazione solitaria della comunità di Sant’Egidio (non un editoriale o corsivo della premiata stampa libera), voleva far arrestare coloro che frugano nei cassonetti. Un pronto intervento umanitario, unico ma per fortuna efficace, ha salvato il sindaco di Roma da un proposito che davvero (per una volta si può dire) non era né di destra né di sinistra ma soltanto ignobile: arrestare gli affamati in quello stato di disperazione in cui vai a frugare nell’immondizia. Dispiace che una domanda non sia stata rivolta al sindaco: ma perché una simile crudeltà che, per giunta, è stupida e inutile? Perché diffamare Roma?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;* * * *&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma c’è un’altra domanda: perché un atto così vistosamente inaccettabile non ha fermato la corsa di alcuni grandi personaggi del centrosinistra verso le stanze, il lavoro, i progetti del sindaco Alemanno? Sto continuando la riflessione del direttore di questo giornale nel suo editoriale di ieri.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;“Grande”, è una parola senza ironia, se mai segnata di tristezza, se parlo di Giuliano Amato, di Franco Bassanini, di alcuni che sono andati o stanno andando senza esitazione verso il ragazzo della Via Almirante, sindaco di estrema destra di Roma. O verso il ministro leghista Calderoli, quello delle forbici arrugginite da riservare agli immigrati. Scambiare Alemanno o Calderoli per Sarkozy sembra davvero eccessivo. Far perdere le tracce della propria identità è un colpo grave a qualunque cosa sia l’opposizione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;È vero, il fenomeno, benché inspiegabile, si allarga di ora in ora e di giornale in giornale. Per restare ai quotidiani dell’8 agosto, ho annotato:&lt;br/&gt;Senatore Zanda: “A me la decisione di Amato non dispiace affatto”.&lt;br/&gt;Presidente della Provincia di Milano Penati: “Si torni a fare gioco di squadra” (intende con Moratti e Formigoni).&lt;br/&gt;Presidente della Regione Lazio Marrazzo: “Sono grato, nel governo c’è chi mi difende”.&lt;br/&gt;Sindaco di Bari Emiliano: “Mi sono congratulato con il Governo per il pacchetto sicurezza” (È quello che impone le impronte digitali ai bambini rom, N.d.R.).&lt;br/&gt;Sindaco di Vicenza Variati: “Non si demonizza chi sta al governo”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;Quanto a Bassolino, Cacciari, Velardi, radici e storie e culture diverse, ma tutte “di sinistra”, rifiutano con sdegno la mite firma richiesta da Veltroni “per salvare l’Italia”. Sembrano davvero persuasi che, come spiegano, “non si firma contro il governo”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;Giustamente, lo stesso giorno il Corriere della Sera apre il paginone della cultura con il titolo: “Sinistra, hai tradito i valori della patria”. Era una vecchia storia di Orwell, ma che si adatta due volte in modo perfetto alla circostanza. Una prima volta perché ti fa capire che anche arrestare chi fruga nei cassonetti è più “da statista” che stare a sinistra, rinchiusi in una identità colpevole, misera e umile, mentre la vera vita politica trionfa altrove.&lt;br/&gt;In quell’altrove, c’è il misterioso “berlusconismo”. Se lo attacchi, vuole la leggenda, commetti un reato di estremismo che ti farà restare fuori dal potere e dai benefici del potere per altri vent’anni. Se non lo attacchi - ti dice la realtà di ogni Paese democratico in cui una vigorosa opposizione è ritenuta l’unica autocertificazione della libertà - resti per forza fuori dal potere e dai suoi benefici per tutti e cinque gli anni di una completa legislatura più i sette anni di un’intera presidenza della Repubblica.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;Come uscirne? Chiarisce, per noi del Pd Enrico Letta che - nelle primarie - si era candidato per esserne segretario: “l’antiberlusconismo è definitivamente archiviato. Tutti si stanno interrogando sul post-berlusconismo e noi dobbiamo essere tra quelli”. Essere post-berlusconisti mentre Berlusconi ricomincia appena a governare è come essere post-fascisti negli anni Trenta.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;In questo clima un po’ allucinato, Orwell è più che mai di casa, lui che ha inventato “il ministero della verità”. Non vi viene in mente quando sentite parlare del favoloso Ministro della Semplificazione, che siede allo stesso tavolo in cui una legge finanziaria triennale, priva di correlativa contabilità dello Stato, viene approvata in nove minuti senza che nessuno sappia che cosa c’è dentro? E senza che il ministro della semplificazione faccia una sola domanda, forse per non turbare il record dei nove minuti, non un secondo di più che ci sono voluti per approvare una manovra finanziaria triennale nel periodo più complicato e pericoloso della storia del mondo contemporaneo?&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;* * * *&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Incombe la questione del dialogo, del fare un sacco di cose insieme, maggioranza e opposizione, “per il bene dell’Italia”.&lt;br/&gt;Per esempio, ti chiedono i Radicali, facciamo insieme la riforma della Giustizia. È un progetto nobile e dovuto. Ma è davvero proponibile discutere quel problema con un primo ministro che è sfuggito alla giustizia solo con leggi speciali fatte per lui, dalla “Cirami” al “lodo Alfano”, una fuga durata dieci anni e fino ai nostri giorni, un specie di conte di Montecristo che ha scavato nei codici il buco della sua impunità?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Una volta stabilito, capito e fatto capire da chi è fatta la leadership di questo governo (alcune notizie interessanti e rivelatrici ci giungono quasi ogni giorno alla Camera dagli interventi di personaggi dell’Udc di Casini, che sanno per esperienza di che cosa parlano) “il bene dell’Italia” non sarebbe meglio garantito da una tenace, chiara, implacabile opposizione che tenga alta e ben distinta l’identità diversa di chi si oppone?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;“Senta, se devo proprio dirla tutta, le dirò che la questione del dialogo è stucchevole”, ha detto due giorni fa Berlusconi ad una giornalista incalzante. Se volete una prova del nostro pentimento per l’uso del persistente e intrattabile “antiberlusconismo” eccola. Scrivo qui per la prima volta: “Berlusconi ha ragione”. Lo so, i miei colleghi editorialisti della stampa libera lo scrivono tutti i giorni e poi si precipitano in televisione a ripeterlo. Per una volta - e pur sapendo che non trarrò gli stessi benefici e neanche un invito a “Ballarò” o a “Che tempo che fa” (parlo di fortini della resistenza televisiva) - lo dico anche io: “La questione del dialogo è stucchevole”. Lo è perché Berlusconi, come ha dimostrato in tutta la sua vita, come continua a dire con assoluta chiarezza, non concepisce alcuna modifica di ciò che decide, scrive, annuncia o progetta. Meno che mai sulla Giustizia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Tutti e quattordici i punti proposti come base di discussione dal documento parlamentare dei Radicali eletti nel Pd sono importanti, storicamente fondati e di evidente urgenza. Ma ha senso discuterli con gli avvocati di Berlusconi? Non è un percorso che taglia di traverso “il bene dell’Italia” e porta altrove?&lt;br/&gt;A meno di pensare che si debba discutere di Giustizia con Berlusconi come il Papato scelse di discutere di diritti religiosi della Chiesa con Mussolini. Non era fiducia nella religiosità di Mussolini. Era consapevolezza che il fascismo era ormai radicato e non c’era altra soluzione che accettarlo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;Quello che ci propongono, più che un dialogo, è un concordato con Berlusconi, mediato da Fini, che ha come simbolo il Campidoglio definitivamente di destra del sindaco Alemanno. Dunque l’accettazione del vincitore perenne.&lt;br/&gt;Chi ci ha votato merita di più.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Può essere legittimo dire che Di Pietro si occupa solo del suo partito, della sua immagine, della sua propaganda, quando si alza, irruente, alla Camera per denunciare ed accusare. Ma avremo il diritto di dirglielo solo dopo avere occupato tutto lo spazio di opposizione, davanti a milioni di italiani che hanno votato per noi e che aspettano. Finché aspettano.&lt;/p&gt;</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/45404659</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/45404659</guid><pubDate>Sun, 10 Aug 2008 12:31:37 +0200</pubDate><category>Opposizione</category></item><item><title>Per un PD nazional-popolare</title><description>&lt;object height="500" width="100%"&gt;
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&lt;a href="http://www.scribd.com/doc/4637116/Letta-per-un-PD-nazionalpopolare"&gt;Letta - per un PD nazionalpopolare&lt;/a&gt; -  Read this document on Scribd: &lt;a href="http://www.scribd.com/doc/4637116/Letta-per-un-PD-nazionalpopolare"&gt;Letta - per un PD nazionalpopolare&lt;/a&gt; intervista su Il Messaggero 9 agosto 2008</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/45296046</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/45296046</guid><pubDate>Sat, 09 Aug 2008 10:33:21 +0200</pubDate><category>Opposizione</category></item><item><title>Il destino del PD: non "liturgie", ma modelli organizzativi nuovi</title><description>&lt;h5&gt;
&lt;b&gt;L’Unità 8 agosto 2008&lt;/b&gt;
&lt;/h5&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;&lt;b&gt;&lt;i&gt;“Partito Democratico. Nuovi strappi e vecchie liturgie&lt;/i&gt;”&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;&lt;b&gt;Michele Ciliberto&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;i&gt;Il pensiero politico moderno ci ha insegnato che Stato e governo vanno tenuti su piani rigorosamente distinti così come la politica non va confusa con l’amministrazione&lt;/i&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;i&gt;Il Pd deve tenersi lontano da vecchie e nuove liturgie puntando invece su forme di aggregazione che permettano alla gente di svolgere un ruolo attivo nelle decisioni politiche&lt;/i&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Il nostro è un Paese paradossale: non molto tempo fa alcuni ministri della Repubblica sono scesi in piazza manifestando contro il governo di cui erano parte e contribuendo in questo modo alla sua dissoluzione senza suscitare particolare discussione; oggi si è acceso un vivace dibattito intorno alla decisione di &lt;b&gt;alcuni amministratori eletti nelle liste del Pd di non partecipare alla manifestazione nazionale indetta da questo partito per il 25 di ottobre&lt;/b&gt;.&lt;br/&gt;Mi guardo naturalmente bene dal mettere le due cose sullo stesso piano: la prima iniziativa era addirittura grottesca; la seconda pone invece dei problemi assai significativi sui quali merita fare una riflessione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;La tesi sostenuta dagli amministratori del Partito Democratico che non aderiscono alla manifestazione è ridotta all’essenziale: il problema, in questo momento, è anzitutto quello di collaborare con il governo, dal quale - almeno nel caso dei rifiuti di Napoli - è venuto un aiuto addirittura maggiore per risolvere i problemi di quello dato dal governo Prodi.&lt;br/&gt;In affermazioni di questo tipo, oltre che gli argomenti, pesano anche sentimenti, e perfino risentimenti, di carattere sia politico che personale che non è difficile individuare e che sono ordinari nella vita di un partito o anche nella lotta politica. Non vale dunque la pena di fermarsi su di essi. Conviene invece concentrarsi sui nuclei di fondo da cui discendono tesi come quella or ora citata.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;A mio giudizio vengono compiuti due errori sostanziali, da cui è necessario tenersi lontani: in primo luogo vengono identificati sullo stesso livello&lt;b&gt; Stato e governo&lt;/b&gt;, nonostante che tutto il pensiero politico moderno ci abbia insegnato a tenere rigorosamente distinti questi due piani; in secondo luogo, &lt;b&gt;la politica viene ridotta, e identificata, con l’amministrazione&lt;/b&gt;: punto di vista, quest’ultimo, tipico del pensiero conservatore nelle sue varie diramazioni. Si tratta di errori gravi, anzitutto sul piano teorico, in entrambi i casi: è infatti fondamentale distinguere partiti governo e Stato, mantenendo ferma la dialettica fra piani non riducibili l’uno all’altro; l’amministrazione è parte essenziale della politica che però si misura in un orizzonte e in una prospettiva più ampia di quella dell’amministrazione aprendosi - per usare due lemmi classici - sul “dover essere”, oltre che sull’“essere”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;Sono precisazioni elementari e colpisce, semmai, il fatto che esse debbano essere fatte, a conferma ulteriore, se ce ne fosse bisogno, della situazione di crisi complessiva nella quale ci troviamo ad ogni livello, in questo momento della nostra storia nazionale. Ma se si riflette bene su queste posizioni si vede che, al fondo, quello che si snerva e impallidisce è anzitutto il &lt;b&gt;concetto di opposizione&lt;/b&gt; e, insieme ad esso e prima di esso, quello di conflitto. Di questo, e non di altro, bisogna dunque discutere, perché è questo il nodo che sta venendo in questione.&lt;br/&gt;È interessante sottolineare da questo punto di vista che i rappresentanti più autorevoli dello schieramento di governo insistono oggi su due punti: sulla necessità di costituire uno &lt;b&gt;“spirito repubblicano” &lt;/b&gt;nel quale si dovrebbero ritrovare così il governo come l’opposizione; sul valore dei processi storici - rispetto a quelli immediatamente politici - arrivando addirittura a valorizzare i risultati della Bicamerale presieduta da D’Alema nel ‘97.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;È una tecnica tipica di coloro che detengono il potere, dall’età della pietra fino a quella dei computer, sia pure naturalmente con modalità differenti. Quello che resta invece fermo, e permane nelle varie posizioni, è l’idea di una storia che dispiegandosi nel suo processo dissolve progressivamente le opposizioni, e con esse il conflitto, configurandosi come &lt;b&gt;un campo nel quale tutti danno il proprio contributo&lt;/b&gt;, naturalmente secondo un progetto preciso che è quello, in genere, delle classi dominanti. Intendiamoci: non che non sia possibile individuare attraverso il conflitto punti di equilibrio e anche di compromesso; ma questo è tanto più possibile quanto più il conflitto venga riconosciuto nella sua potenza e quanto più siano distinti, come fatto addirittura fisiologico, le funzioni del governo e quelle dell’opposizione, evitando di cadere, come si rischia di fare oggi, in quella che un grande filosofo chiamava &lt;b&gt;«la notte in cui tutte le vacche sono nere»&lt;/b&gt;. Qui, come al solito, problemi teorici e problemi politici si intrecciano in un solo nodo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;Vorrei essere chiaro su questo: condivido pienamente l’invito del Presidente della Repubblica a costruire un clima nuovo che consenta di procedere nel modo più sereno possibile alle riforme di cui il paese ha bisogno, a cominciare da quelle costituzionali che sono ormai una urgenza non più rinviabile. E sono altresì convinto che il dialogo, ma anche il conflitto, fra maggioranza e opposizione, debba diventare anche da noi un fatto normale, come avviene nelle democrazie più avanzate. Ma questo è possibile - va ribadito - se si tengono ferme le distinzioni fra i vari livelli dell’articolazione costituzionale e statale e, soprattutto, se non si confondono i propri interessi privati con quelli della comunità nazionale. Cosa che, come abbiamo avuto agio di vedere in questi ultimi mesi, purtroppo non è accaduto, vanificando anche i tentativi fatti in questo senso dallo stesso Partito Democratico.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;Anzi, da questo tipo di politica, il Partito Democratico, è stato progressivamente spiazzato e logorato fino al punto di rischiare di trovarsi al capolinea prima ancora di essere partito (per riprendere il titolo di un gradevole libretto di &lt;a href="http://www.ibs.it/code/9788807710292/macaluso-emanuele/capolinea-controstoria-del.html"&gt;Emanuele Macaluso&lt;/a&gt;). Condivido personalmente da questo punto di vista il giudizio di chi sostiene che in questo momento il vero problema del Partito Democratico è anzitutto quello di &lt;b&gt;“organizzare se stesso” &lt;/b&gt;e - preciserei - di rimotivare le ragioni che ne sono state alla base e che ne hanno orientato la nascita e le prime mosse politiche.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Da questo punto di vista, la &lt;b&gt;manifestazione del 25 di ottobre&lt;/b&gt; - e questo a mio giudizio è il suo significato più profondo - deve congiungere questi due obiettivi fondamentali: rendere chiare le ragioni di fondo dell’opposizione al governo di Berlusconi e di Tremonti; rimotivare il popolo del centro-sinistra che si è riconosciuto nel Partito Democratico e che si è gettato con impegno ed entusiasmo in questo progetto. Questo, penso, deve essere anche il criterio di fondo per valutare le varie iniziative che il Partito Democratico sta prendendo in queste settimane, concernenti la ripresa politica nel mese di settembre. Non si tratta però - voglio ribadire anche questo - di &lt;b&gt;creare nuove “liturgie” &lt;/b&gt;come è stato affermato da un autorevole dirigente del Partito Democratico spiegando ai cronisti perché il segretario di questo partito abbia rinunciato a chiudere la Festa nazionale - dove si limiterà a dare solo un’intervista conclusiva - decidendo di chiudere, invece, i lavori della prima scuola politica del Partito. &lt;b&gt;L’intreccio tra politica e riti di ascendenza religiosa&lt;/b&gt; - ci ha insegnato un grande maestro degli studi storici, &lt;a href="http://www.ibs.it/code/9788815097118/mosse-george-l/nazionalizzazione-delle-masse.html"&gt;George Mosse &lt;/a&gt;- è tipico dei grandi movimenti di massa totalitari del Novecento, che delle “liturgie” hanno fatto un asse della propria azione politica, basando su questo piano i rapporti tra leader e massa, fra “popolo” e capi politici. Noi però non abbiamo più alcun bisogno di tutto questo: quello a cui dobbiamo lavorare è un &lt;b&gt;nuovo nesso fra partecipazione e rappresentanza&lt;/b&gt; chiamando ciascuno alle proprie responsabilità.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;Quella che sta di fronte a noi e su cui si gioca il destino del Partito Democratico è, in ultima analisi, precisamente una questione di democrazia. Se non attraverserà questo sentiero strettissimo il nuovo partito non avrà prospettiva e sarà destinato a scomparire dalla scena politica.&lt;br/&gt;In questo quadro va dunque valutata la stessa manifestazione che si sta organizzando per il 25 di ottobre, sulla quale è lecito avere dei dubbi proprio per quanto riguarda le sue &lt;b&gt;modalità organizzative&lt;/b&gt; e i problemi di democrazia che ne discendono. Si capisce l’urgenza di una manifestazione di questo genere, sia per motivi interni di partito sia per delineare le ragioni dell’opposizione al governo raccogliendo in una grande iniziativa un “popolo” che si è disperso e che deve essere riunificato, anche sotto nuovi simboli e nuove bandiere, senza le quali non si fa politica. Ma proprio perché questa è la posta in gioco, a me pare che le modalità organizzative scelte per il 25 ottobre appartengano a una &lt;b&gt;vecchia storia, continuino ad essere di tipo tradizionale&lt;/b&gt;: mentre si tratta invece di &lt;b&gt;inventare nuove forme di aggregazione che facciano perno sulla determinazione di nuovi nessi fra partecipazione e rappresentanza&lt;/b&gt;, riprendendo la lezione delle primarie, e mettendo la gente che si è ritrovata nel Partito Democratico in condizione di svolgere un ruolo di protagonista incidendo - anche attraverso &lt;b&gt;nuovi modelli organizzativi&lt;/b&gt;, lontanissimi da nuove e vecchie liturgie - nella determinazione delle decisioni politiche.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;La discussione di questi giorni nasconde dunque problemi di più vasta portata; ma sono persuaso che di questo si tratti in questi mesi: del &lt;b&gt;destino del Partito Democratico &lt;/b&gt;e che di questo al fondo si stia discutendo, anche quando si prende posizione - in un senso o nell’altro - nei confronti della manifestazione del 25 ottobre.&lt;/p&gt;</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/45170738</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/45170738</guid><pubDate>Fri, 08 Aug 2008 09:49:56 +0200</pubDate><category>organizzazione PD</category></item><item><title>Un referendum popolare per le riforme istituzionali?</title><description>&lt;p&gt;&lt;b&gt;La Stampa 7 agosto 2008 &lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;“L’unica via per fare le riforme”&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;EMANUELE MACALUSO&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nel corso di una conferenza stampa Berlusconi ha detto che l’opposizione non è «leale», che non c’è quel rispetto (nei suoi confronti) necessario per fare insieme le riforme le quali, ha aggiunto, saranno comunque realizzate «con la forza di una vasta maggioranza che gli italiani ci hanno dato sia alla Camera che al Senato». Forse è bene ricordare al presidente del Consiglio che in questa legislatura non ci sono parlamentari eletti, ma solo nominati dai capipartito e che la maggioranza è larghissima anche perché ha usufruito di un premio in seggi parlamentari grazie a una norma costituzionalmente discutibile e politicamente indecente. È bene anche ricordare che l’ &lt;b&gt;articolo 138&lt;/b&gt; della Costituzione ha previsto il meccanismo di approvazione delle modifiche costituzionali, anche con maggioranza semplice e possibilità di referendum, perché tutto l’impianto della Carta ha come premessa la legge con cui fu eletta la Costituente, cioè la proporzionale. &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Nessuno certo pensa di mettere in discussione la netta vittoria elettorale della coalizione governativa, ma pensare che quella maggioranza può fare e disfare la Costituzione è solo delirio di onnipotenza. Non è un caso del resto che i presidenti delle due Camere e i leader della Lega insistono per riaprire un dialogo tra maggioranza e minoranza per fare le riforme. Fatta questa affermazione, occorre verificare - con onestà e realismo - se i rapporti politici fra governo e opposizione consentono di attuare quelle riforme con gli stessi protagonisti di entrambi gli schieramenti impegnati nello scontro quotidiano nelle aule parlamentari. &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;b&gt;Luca Ricolfi&lt;/b&gt;, domenica scorsa su queste colonne, ha osservato che «sarebbe molto più facile cooperare sulle &lt;b&gt;riforme economico-sociali&lt;/b&gt; che sulla riforma delle istituzioni». Questo è assolutamente vero. E anch’io, che sono più vecchio di lui, avverto, come lui, un brivido alla schiena tutte le volte che sento ripetere che «questa sarà una legislatura costituente». Del resto bastano i primi cento giorni che hanno caratterizzato la vita di questo Parlamento per capire che legislatura sarà.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Il Capo dello Stato fa il suo dovere quando disinnesca mine che possono fare saltare tutti i ponti tra le due sponde del Parlamento e fa bene a sollecitare l’attraversamento anche di un solo ponte per costruire qualcosa che serva alle istituzioni e al Paese. Ma non è un caso che, disinnescata una mina, ne viene confezionata un’altra: sono prodotti della realtà politica in cui viviamo. Infatti nel momento in cui dal Quirinale venivano diffuse esortazioni alla distensione e al lavoro comune, in un altro Palazzo (il Palazzaccio), l’onorevole Di Pietro depositava la richiesta per indire un &lt;b&gt;referendum sulla legge Alfano&lt;/b&gt;. E questo senza sapere se e quando un’autorità giudiziaria si rivolgerà alla Consulta per contestare la costituzionalità di quella legge. &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Bene ha fatto Veltroni a respingere la richiesta dell’ex pm di aiutarlo a raccogliere le firme. Ma abbiamo visto con quanta prontezza due autorevoli esponenti del Pd amici di Prodi, &lt;b&gt;Arturo Parisi&lt;/b&gt; e &lt;b&gt;Franco Monaco&lt;/b&gt; hanno manifestato sostegno caloroso all’iniziativa dipietrista. Non saranno i soli se guardiamo il ventre molle del Pd. Un partito che non riesce ancora ad avere una politica e un’identità chiare come abbiamo visto nel voto promosso dalla destra per aprire, sul caso della povera Eluana, un conflitto di competenze tra il Parlamento e la magistratura. Di Pietro, ma anche Parisi e altri, sanno che la fermezza di Veltroni non reggerà e saranno in molti nel Pd a firmare la richiesta del referendum.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Faccio una parentesi per dire come, Berlusconi da una parte e Di Pietro dall’altra, entrambi beneficiari della transizione post-tangentopoli, continuano a tenere il &lt;b&gt;sistema in tensione&lt;/b&gt;. Insomma con il mio ragionamento voglio dire che nelle aule parlamentari non ci sono le condizioni per un comune progetto di riforme. Berlusconi continuerà ad accusare il Pd di «slealtà» e Veltroni a rinfacciare al Cavaliere di non volere seguire la linea suggerita dal Capo dello Stato. Un duetto che dura da anni e può durare ancora sino alla fine di questa legislatura checché ne pensi Tremonti. Il quale, nell’intervista alla Stampa, sulla base di dati politici incomprensibili, ritiene che &lt;b&gt;la bicamerale resusciterà&lt;/b&gt;. &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;E così al pessimismo di Ricolfi che non vede soluzioni Tremonti risponde con soluzioni solo sognate. Ai miei due amici dico che occorre rompere questo giuoco e &lt;b&gt;rivolgersi direttamente al popolo eleggendo con il sistema proporzionale 75 persone impegnate a trovare in un anno una soluzione condivisa o votata a maggioranza&lt;/b&gt; &lt;b&gt;ma, in ogni caso, sottoposta a referendum popolare&lt;/b&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Una forza che si chiama «partito del popolo» ha paura di un voto popolare? E una forza che si chiama «partito democratico» ha paura di una consultazione democratica?&lt;/p&gt;</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/45047882</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/45047882</guid><pubDate>Thu, 07 Aug 2008 11:09:53 +0200</pubDate><category>Riforme Istituzionali</category></item><item><title>Campagna Salva l'Italia: aumentano le perplessità all'interno del PD</title><description>&lt;object height="500" width="100%"&gt;
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&lt;a href="http://www.scribd.com/doc/4543637/firme-anti-governo-no-da-Cacciari"&gt;firme anti governo -no da Cacciari&lt;/a&gt; - &lt;a href="http://www.scribd.com/upload"&gt;&lt;/a&gt;Leggi su Scribd: &lt;a href="http://www.scribd.com/doc/4543637/firme-anti-governo-no-da-Cacciari"&gt;firme anti governo -no da Cacciari&lt;/a&gt; - &lt;i&gt;Repubblica 6 agosto 2008&lt;/i&gt;</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/44905772</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/44905772</guid><pubDate>Wed, 06 Aug 2008 09:23:00 +0200</pubDate><category>Opposizione</category></item><item><title>PD alla prova della dialettica, storica e interna</title><description>&lt;p&gt;&lt;b&gt;La Stampa  6 agosto 2008&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Il senno di poi&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;

&lt;b&gt;Crepe a sinistra&lt;/b&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Veltroni rischia di essere ricordato come l’ultimo segretario del PD, un partito sempre più fragile e diviso&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;b&gt;Andrea Romano&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Sostiene Tremonti che «in senso storico dieci anni sono un tempo breve… in una dialettica che si sviluppa fisiologicamente nella sequenza tesi, antitesi e sintesi». Viene da chiedersi se il &lt;b&gt;neohegelismo tremontiano&lt;/b&gt; non sia già il catechismo ufficiale dei dirigenti del Partito democratico. Che in questi giorni mostrano di voler affidare ai &lt;b&gt;tempi lunghi&lt;/b&gt; della storia la soluzione della malattia che li affligge, fingendo di non vedere l’esplosione di sintomi che entro pochi mesi potrebbe mandare in pezzi il Pd. &lt;br/&gt;&lt;br/&gt; Altro che un armonico dispiegarsi di tesi, antitesi e sintesi. Qui si moltiplicano le crepe in un edificio apparso fragile fin dall’inaugurazione e che rischia di non passare la prossima primavera, se ognuno dei maggiorenti persevererà nella strategia che si è scelto.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Quella di &lt;b&gt;D’Alema&lt;/b&gt; è al solito la più razionale. Dopo avere nuovamente collocato Veltroni al posto di comando come aveva già fatto nel 1998, benedicendone la carica di novità dieci anni dopo la prima investitura, ha deciso di tagliargli gli alimenti e di attenderne il completo logoramento. Quale sia la sua alternativa non è dato sapere, visto che D’Alema si guarda bene dal fare ciò che sarebbe normale in qualsiasi partito per l’appunto normale: si contesta il leader, ci si candida apertamente a prenderne il posto, si cerca il consenso necessario. Ma la normalità non sembra essere di questo mondo. E D’Alema un po’ si balocca di televisione e di filosofia, un po’ fa l’esatto contrario di quanto predica Veltroni e un po’ manda avanti ora questo ora quest’altro «junior partner» nella speranza di ripetere lo schema di cui fu vittima Piero Fassino: piazzare un segretario convinto di governare il partito ma in realtà commissariato dall’alto. &lt;br/&gt;&lt;br/&gt; Dall’altra parte, prendersela con il povero Veltroni rischia ormai di apparire banale. Eppure non sembra esserci fine all’agonia di un leader che qualche mese dopo avere preso in mano il Pd è già costretto a rifugiarsi nella nostalgia del bel tempo che fu. Nella conferenza stampa di fine stagione, ad esempio, ha rievocato con malinconia il «perduto entusiasmo dei primi mesi» e ci ha soprattutto informato che d’ora in avanti il Pd dovrà rimpiangere il risultato raggiunto alle ultime e già disastrose elezioni. Il che significa che si prepara ad incassare risultati sempre peggiori. Formulata da un leader di partito, non è esattamente una profezia destinata ad infondere entusiasmo nei militanti o nell’opinione pubblica. Soprattutto perché somiglia molto da vicino alla verità. Se le cose continueranno così – e non si vede perché debbano cambiare, considerando l’attuale condotta dei dirigenti –&lt;b&gt; il Pd è destinato a sprofondare sia alle europee del 2009 che alle regionali del 2010&lt;/b&gt;. E forse per allora la carta della nostalgia non basterà più a far scattare quel minimo di solidarietà a cui Veltroni forse puntava. &lt;br/&gt;&lt;br/&gt; Nel frattempo già oggi il Pd mostra di non avere alcuna consistenza in importanti aree del Paese. Cos’altro significa, se non che in Campania quel partito semplicemente non esiste, l’annuncio di &lt;b&gt;Bassolino &lt;/b&gt;di non avere intenzione di firmare la petizione contro il governo? La giustificazione è del tutto discutibile – non essendo Bassolino un prefetto tenuto all’imparzialità ma un governatore eletto con pieno mandato democratico –, ma la sostanza rivela che persino la più alta carica politica di quella regione ritiene di non tenere in alcun conto le indicazioni del suo partito affidandosi invece alla benevolenza del governo pur di restare in sella. E cosa dire del rifiuto di partecipare alla festa torinese del Pd venuto ieri da &lt;b&gt;Chiamparino&lt;/b&gt;, uno dei sindaci più autenticamente popolari del centrosinistra costretto (forse proprio per questo) a difendersi dal cannoneggiamento quotidiano del suo stesso partito? &lt;br/&gt;&lt;br/&gt; La verità è che di questo passo Veltroni sarà ricordato come il primo e ultimo segretario del Partito democratico. Colui che si era trovato per le mani una delle poche innovazioni reali della politica italiana di quest’ultimo decennio e che ha invece contribuito – in concorso con altri – a seppellirne le fragili spoglie. Colui che invece di prendere atto del disastro e di convocare un &lt;b&gt;congresso per discutere linea e leadership&lt;/b&gt;, come avviene in tutto il mondo democratico, ha scelto di tirare a campare affidandosi ai tempi lunghi della storia. Ma il Pd non può contare sulle &lt;b&gt;virtù terapeutiche della dialettica &lt;/b&gt;ma solo su quel coraggio delle scelte che ad oggi sembra mancare del tutto dalla visione di coloro che si trovano ancora a dirigerlo.&lt;/p&gt;</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/44905302</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/44905302</guid><pubDate>Wed, 06 Aug 2008 09:18:26 +0200</pubDate><category>organizzazione PD</category></item><item><title>La comunicazione nel PD</title><description>&lt;object height="500" width="100%"&gt;
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&lt;a href="http://www.scribd.com/doc/4512186/PD-Non-manca-solo-il-gioco-di-squadra"&gt;PD: Non manca solo il gioco di squadra&lt;/a&gt; - &lt;a href="http://www.scribd.com/upload"&gt;Baretta&lt;/a&gt; Leggi su Scribd: &lt;a href="http://www.scribd.com/doc/4512186/PD-Non-manca-solo-il-gioco-di-squadra"&gt;PD:Non manca solo il gioco di squadra&lt;/a&gt;</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/44774242</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/44774242</guid><pubDate>Tue, 05 Aug 2008 10:20:00 +0200</pubDate><category>organizzazione PD</category><category>Formazione politica</category></item><item><title>Politica come menzogna, a partire dal linguaggio</title><description>&lt;h5&gt;l’Unità 4 agosto 2008&lt;br/&gt;“La politica s’inchina a sua maestà la menzogna”&lt;br/&gt;Michele Prospero&lt;br/&gt;
&lt;/h5&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Molti i modi di mentire: dal fornire una versione comoda dei fatti, all’inventare&lt;br/&gt;pericoli inesistenti per eludere quelli veri&lt;/i&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;i&gt;Il filosofo Giacché spiega come funziona e a cosa serve l’odierna fabbrica del falso: in primo luogo a «tenerci buoni»&lt;/i&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;i&gt;«Le masse… cadranno vittime più facilmente di una grossa menzogna che di una piccola». Adolf Hitler in «Mein Kampf»&lt;/i&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;b&gt;I TAGLI? SI CHIAMANO «RIFORME».&lt;/b&gt; Le torture? «Tecniche di interrogatorio rafforzate». Un tempo le verità inconfessabili del potere erano coperte dal segreto, oggi la guerra contro la verità è combattuta e vinta sul terreno della parola.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Cosa tiene in piedi le società odierne nelle quali aumentano a vista d’occhio le &lt;b&gt;differenze di potere e di ricchezza &lt;/b&gt;e però nessun accenno compare verso un rifiuto collettivo delle nuove forme di dominio? Come mai in un sistema sociale che sforna in continuazione inedite esclusioni e cronicizza la flessibile precarietà dei lavori regna ancora più piatta la sovrastante potenza ordinatrice del capitale? Cosa impedisce la rivolta degli attori sociali in un mondo in cui le vacche del nord guadagnano con i sussidi loro erogati il doppio dei salari dei lavoratori del sud? Queste domande sono al centro del libro di &lt;b&gt;Vladimiro Giacché&lt;/b&gt;, &lt;a href="http://www.resistenze.org/sito/se/li/seli8f05-003226.htm"&gt;La fabbrica del falso&lt;/a&gt;, che riflette all’interno di una serrata critica dell’ideologia contemporanea coniugando con finezza una cruda e molto informata descrizione dei processi reali e una sottile ironia.&lt;br/&gt;&lt;img src="http://giotto.ibs.it/cop/copj13.asp?f=9788889969519" align="left" border="1" vspace="2" width="200" height="329" hspace="2"/&gt;L’autore, con alle spalle un &lt;b&gt;dottorato di filosofia alla Normale&lt;/b&gt;, e un presente nei ruoli direttivi del mondo dell’economia e della finanza, dinanzi ai dilemmi di oggi suggerisce una risposta ai limiti della provocazione teorica.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il nucleo del suo ragionamento è questo: oggi &lt;b&gt;mancano soggetti sociali combattivi &lt;/b&gt;perché il grande protagonista del discorso pubblico è diventata la fabbrica del falso. &lt;b&gt;La menzogna con i suoi meccanismi linguistici di occultamento del dato empirico si afferma in ogni ambito del vissuto &lt;/b&gt;neutralizzando così i processi reali sempre più relegati su uno sfondo lontano e invisibile. Le parole chiave del lessico contemporaneo rivelano questa perdita di referenzialità che porta alla costruzione di eterei fantasmi che rendono impalpabili gli interessi sociali. Ci sono parole inventate solo per nascondere, altre invece servono per deviare e occultare.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;Nel mondo attuale trionfa un aspro e selettivo sistema sociale che però preferisce rimuovere il suo ingombrante e ancora sospetto nome, capitalismo globale, per assumerne uno più mite e in apparenza gradevole, quello di &lt;b&gt;economia di mercato&lt;/b&gt;. Il linguaggio tecnico con i suoi eufemismi leggeri contribuisce a fare del mercato proteso alla massimizzazione del profitto una cornice naturale e del tutto astorica.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per esemplificare questa torsione del linguaggio in chiave ideologica, Giacché conta che in un solo giorno la parola mercato compare ben 82 volte sul maggiore quotidiano economico. Persino il Trattato europeo parla per ben 78 volte di mercato, per 27 volte compare in esso la parola concorrenza e una sola volta esce il termine residuale occupazione. E le parole dominanti segnalano un più profondo cambiamento avvenuto nei rapporti sociali. I media rafforzano le potenze egemoni quando diffondono all’unisono una autentica &lt;b&gt;metafisica dell’economia&lt;/b&gt; che attribuisce al mercato una ragione assoluta e contorce il senso del reale quando parla con trasporto di «restituzione» al mercato di imprese che però sono sempre state in mani pubbliche.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;Oltre a parole che servono per addolcire o per sviare, la fabbrica del falso sforna parole che servono solo per stigmatizzare, per colpire un nemico immaginario per mettere all’erta altri più insidiosi. Giacché rammenta, a questo proposito, una risoluzione del 2006 con la quale il parlamento europeo invita a respingere l’ideologia comunista vista come in sé repressiva. Non se la passano bene al setaccio della &lt;b&gt;repressione linguistica imperante&lt;/b&gt; neanche classici come Goethe, Kafka, Dostojevski che sono stati cancellati dai programmi scolastici polacchi perché giudicati immorali, nichilisti, e persino criminali. Il linguaggio serve anche a coniare parole spauracchio e per questo nella repubblica ceca è stata messa fuori legge la gioventù comunista perché nei suoi documenti ufficiali parla ancora di lotta di classe, mentre la costituzione vieta persino l’uso dell’espressione desueta e ormai criminogena.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Con locuzioni devianti, con simboli ingannevoli viene coperto il crudo dominio postmoderno che Giacché rende bene con queste cifre:&lt;b&gt; l’1 per cento detiene il 40 per cento del patrimonio finanziario e immobiliare del mondo, il 50 per cento delle popolazione accede solo all’1 per cento della ricchezza planetaria.&lt;/b&gt; Inoltre tra i 100 principali soggetti economici mondiali 51 sono imprese, 49 sono i paesi. Su queste basi materiali di dominio, lavora poi un immaginario leggiadro che nega la visibilità mediatica del conflitto e si rifugia in una neolingua del mercato che si autonomizza dalla politica.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;La fenomenologia della menzogna prescrive come sua regola aurea che&lt;b&gt; la visibilità stessa del disagio sociale vada sempre rimossa&lt;/b&gt;. Giacché ricorda che ad Atene, per i giochi olimpici del 2004, furono deportati 11 mila senzatetto. Negare la tangibilità delle contraddizioni della metropoli è un imperativo supremo per scacciare per sempre i problemi sociali dalla sfera pubblica. Per questo oggi nelle città si vieta l’accattonaggio e il sindaco si veste da sceriffo. In una società della merce, la vista del &lt;b&gt;disagio estremo&lt;/b&gt; crea imbarazzo nei consumatori. E perché mai turbare i sensi esteticamente esigenti del consumatore finale con scene imbarazzanti di quotidiana povertà? Per gli ultimi basta la compassione, e la carità può prendere il posto della solidarietà pubblica. Importante è che nessuno pensi di mutare le condizioni sociali di esistenza, o prospetti addirittura strategie per i diritti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Vengono per questo progettate forme di esplicito depistaggio per inculcare in chiunque la paralizzante percezione di vivere insicuri. Lo Stato sociale viene così superato dallo &lt;b&gt;Stato penale &lt;/b&gt;che deve inventarsi emergenze e nemici alle porte. Giacché rammenta che sotto Blair non solo si fece ricorso alla schedatura del dna, ma vennero impiantate 4,2 milioni di telecamere spia e inventati 3023 nuovi reati.&lt;br/&gt;Per favorire l’ingresso nello Stato penale emergenziale, la menzogna più grande che viene fabbricata riguarda&lt;b&gt; il lavoro&lt;/b&gt;. La sua sconfitta deve essere irreparabile e duratura. Le cifre al riguardo sono quelle che Giacché riporta. Trent’anni fa l’85 per cento della popolazione attiva aveva un lavoro stabile. Nel 2010 un impiego sicuro e protetto toccherà ad appena il 25 per cento. Il lavoro nelle sue retribuzioni non supera spesso la soglia di povertà. Già oggi 3 milioni di lavoratori percepiscono meno di 800 euro al mese e altri 3 milioni sono al di sotto dei mille euro. Esiste una povertà strutturale che nasce dal lavoro, non dalla esclusione dei derelitti. Eppure ciò che la grande officina del falso nasconde è proprio la ragione stessa del conflitto sociale per i diritti e per il salario migliore. In una società che rende ognuno un uomo precario, che può essere acquistato con decine di modalità contrattuali, sembrano sfumare le classi e con esse le ragioni della mobilitazione collettiva. Spesso si riscontra il paradosso, una vera forma di scissione la chiama Giacché, per cui il lavoratore, conferendo i soldi per la sua pensione ad un fondo pensione, si tramuta in investitore che potrebbe, per la sua stessa azienda, decidere delocalizzazioni, licenziamenti. In questi casi - conclude Giacché - non solo &lt;b&gt;il lavoro non pagato origina il plusvalore ma è «il salario differito a trasformarsi immediatamente in capitale».&lt;/b&gt;&lt;br/&gt;La immensa fabbrica del falso contribuisce a occultare il dominio reale facendo sì che una grande quantità di soggetti, da ritenersi senz’altro oggettivamente dei &lt;b&gt;proletari postmoderni&lt;/b&gt; per reddito e condizione occupazionale, soggettivamente si sentano tutt’altro altro e rifiutino con sdegno ogni identificazione in termini di classe sociale. Interviene qui il &lt;b&gt;miracolo del consumo&lt;/b&gt; che, in virtù di una gigantesca macchina mondiale adibita alla produzione illimitata dei desideri, rende tutti cacciatori instancabili di tendenze, sedotti dai messaggi della ricchezza a portata di mano, grazie a bancomat e carte di credito. Quando tutti inseguono la pubblicità per cercare di somigliare ai suoi modelli di consumo, declina ogni&lt;b&gt; responsabilità civica&lt;/b&gt;. Compare così una democrazia sfregiata che perde ogni aggancio con l’idea di una eguaglianza da costruire con politiche di inclusione. Quello che continua a portare il nome di democrazia in realtà è sempre più uno stanco rituale con il quale una élite dell’economia e degli affari si lascia legittimare, a scadenze prefissate, dal voto passivo di elettori distratti e disincantati. Tra ingorde oligarchie del denaro e rampanti gestori dei media che si contendono il potere, la libertà torna ad essere una mera appendice della sicurezza e della proprietà che ovunque conquista posti di comando nelle istituzioni.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;E che ne è del pensiero critico? La tendenza della società dell’iperconsumo è quella di fare del consumo l’unico collante sociale. Tutto l’agire sociale pare risolversi perciò in una &lt;b&gt;ricerca frenetica di sponsorizzazione e in perenne organizzazione di eventi&lt;/b&gt;. Gli stessi luoghi classici di produzione del sapere, le università, entrano nel vortice del consumo e, benché prive di fondi per la ricerca, riescono a spendere per la pubblicità la bellezza di 20 milioni di euro. Come attendibile spirito del tempo Giacché riporta l’esemplare caso della pubblicità dell’Università di Macerata: «Liscia o Gassata? Università di Macerata fonte di cultura, sorgente di professionalità». Tutte le forme di espressione, anche quelle del sapere, assumono ormai i devianti codici espressivi della pubblicità. Depotenziato dalle metafore deformanti della neolingua della merce, il soggetto sociale ancora manca e non si presenta sulla scena pubblica.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In attesa che qualcosa sconvolga la seduzione ingannevole della merce, Giacché propone di cominciare &lt;b&gt;assediando intanto il linguaggio per ripulirlo, e per riconsegnare così il reale alla sua durezza espressiva&lt;/b&gt;. La filosofia è insomma il proprio tempo negato (per ora) solo con il pensiero.&lt;/p&gt;</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/44650040</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/44650040</guid><pubDate>Mon, 04 Aug 2008 13:08:59 +0200</pubDate><category>Recensione</category><category>Economia &amp; Lavoro</category></item><item><title>I giovani che vanno a destra</title><description>&lt;a href="http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/politica/cosa-rossa-2/diamanti-generazione-perdente/diamanti-generazione-perdente.html"&gt;I giovani che vanno a destra&lt;/a&gt;: &lt;h5&gt;
&lt;b&gt;“La generazione perdente che va a destra” &lt;/b&gt; ILVO DIAMANTI, Repubblica 4 agosto 2008&lt;br/&gt;
&lt;/h5&gt;</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/44649463</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/44649463</guid><pubDate>Mon, 04 Aug 2008 12:59:18 +0200</pubDate></item><item><title>I punti oscuri della riforma federale</title><description>&lt;h5&gt;Corriere della Sera, 2 agosto 2008&lt;br/&gt;
&lt;/h5&gt;
&lt;h5&gt;UNA RIFORMA POCO DISCUSSA&lt;/h5&gt;
&lt;h5&gt;“Il paradosso del federalismo”&lt;/h5&gt;
&lt;h5&gt;Angelo Panebianco&lt;/h5&gt;
&lt;p&gt;Non conosciamo ancora le sole cose che davvero contino in questa materia, e cioè i dettagli, ma siamo comunque abbastanza sicuri del fatto che stiamo per diventare (qualunque cosa ciò concretamente significhi) uno Stato «federale». Dopo decenni di sforzi, alcuni coronati da successo e altri meno, di spostamento di poteri e competenze verso la periferia, Regioni e enti locali, sta per arrivare il &lt;b&gt;«federalismo fiscale»&lt;/b&gt;. Che del federalismo politico, almeno in linea di principio, è l’anima, la struttura portante. Lo reclama la Lega, lo hanno promesso Berlusconi e Tremonti, lo vogliono anche le Regioni e le amministrazioni locali, soprattutto del Nord, guidate dal centrosinistra.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Certo, saremo comunque uno Stato federale un po’ strano, uno Stato federale con i &lt;b&gt;prefetti&lt;/b&gt;: rimarremo, cioè, una mescolanza di vecchio centralismo napoleonico e di nuovo federalismo. Ma non c’è dubbio che se davvero arriverà il federalismo fiscale (se non sarà solo un bluff) la fisionomia del nostro sistema statale cambierà. Non subito, magari. Ma col tempo cambierà, e di parecchio. Però, c’è un però. Forse eravamo distratti quando la spiegazione è stata data ma non abbiamo ancora capito come la classe politica giustifichi di fronte al Paese una simile rivoluzione istituzionale e costituzionale. Non mi si fraintenda. Magari è un’idea eccellente (al Nord ne sembrano convinti quasi tutti, anche se poi, scavando un po’, si scopre che ciascuno ha in mente un federalismo diverso da quello del suo vicino) ma bisognerà pur spiegarla al Paese, possibilmente andando al di là degli slogan e della propaganda di derivazione prevalentemente leghista. Per esempio: quale sarà l’utilità del federalismo fiscale, se c’è, per il Mezzogiorno?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Mentre si prepara una rivoluzione istituzionale, almeno potenzialmente, di immensa portata, come il federalismo fiscale, il Sud è silente. Sembra che la sola preoccupazione della classe politica meridionale sia quella di assicurarsi «compensazioni» adeguate (la quota del gettito fiscale che le Regioni più ricche dovranno comunque trasferire, tramite lo Stato centrale, alle Regioni più povere). Tutto qui? Il Sud non ha altro da dire? Solo garantirsi di essere sussidiato per l’eternità? In epoche intellettualmente più felici per il Mezzogiorno è esistito un pensiero meridionalista di grande qualità e spessore che ha guardato anche al federalismo come a un possibile motore di sviluppo, a un mezzo di emancipazione economica e sociale. Di quell’epoca e di quel pensiero non è rimasto nulla? Oggi non sembra arrivare alcun contributo di idee e di proposte alla &lt;b&gt;«impresa federalista» dal Mezzogiorno d’Italia&lt;/b&gt;. Il federalismo parla solo, o prevalentemente, con accenti e inflessioni del Nord. Forse è anche per questo che la classe politica ha qualche difficoltà a presentarlo come un grande progetto per il Paese nel suo insieme.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’assenza di spiegazioni articolate alimenta voci e chiacchiere. Come quella secondo cui solo con il federalismo fiscale si potranno ridurre le tasse. Questa, se permettete, è una bugia. Il livello di imposizione fiscale può benissimo scendere anche in uno Stato centralista. Anzi, col centralismo, di solito, è più facile decidere di ridurre la pressione fiscale. Il federalismo, per contro, può anche far lievitare, anziché contrarre, la spesa pubblica (rendendo così impossibile la riduzione delle imposte): perché, ad esempio, crescono i &lt;b&gt;«costi di transazione»,&lt;/b&gt; ossia i costi che dipendono dall’accrescimento dei livelli istituzionali e dalle aumentate negoziazioni fra Stato centrale, Regioni, enti locali. Ma, si dice, col federalismo fiscale, gli amministratori locali dovranno giustificare davanti ai loro elettori ogni tassa e la sua entità. E qui sorge un interrogativo che l’assenza di una discussione pubblica sul federalismo fiscale non aiuta a chiarire. &lt;b&gt;Davvero le classi politiche locali, anche quelle del Nord (anche quelle leghiste), sono pronte a un simile salto nel buio?&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ha osservato giustamente G&lt;a href="http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&amp;currentArticle=IUOO3"&gt;uido Tabellini (Il Sole 24 Ore, 31 luglio) &lt;/a&gt;che il federalismo fiscale può innescare comportamenti fiscali virtuosi solo a patto che si stabilisca un legame diretto fra spesa e prelievo: il politico locale sa che se non contiene le spese e le imposte pagherà un prezzo politico. Ciò è possibile solo se, trasferimenti perequativi dalle Regioni ricche a quelle povere a parte, i governi locali avranno &lt;b&gt;ampi margini nelle scelte delle aliquote&lt;/b&gt; e le basi imponibili locali saranno ben visibili ai cittadini. Solo in quel caso l’aumento delle tasse, o la loro mancata riduzione, non verrà imputato dai cittadini allo Stato centrale ma agli amministratori regionali e locali. Veniamo da anni in cui le spese locali sono cresciute a dismisura perché ciò era nell’interesse di Comuni e Regioni (al Nord come al Sud): tanto, le tasse si pagavano prevalentemente al centro (allo Stato centrale) ed era solo sul centro che si scaricava quindi il malcontento.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Come la metterebbero Regioni e Comuni se, con un «vero» federalismo fiscale, la musica dovesse davvero cambiare? Non ne uscirebbero destabilizzate quasi tutte le amministrazioni regionali e locali attuali? Per esempio, è curioso il fatto che i leghisti vogliano più di tutti il federalismo fiscale e allo stesso tempo si oppongano (più o meno come si opponeva Rifondazione comunista nel passato governo Prodi) alla &lt;b&gt;liberalizzazione dei servizi locali. &lt;/b&gt;Ma il federalismo (fiscale e non) non è per l’appunto voluto soprattutto al fine di favorire concorrenza, riduzione dei monopoli pubblici, comportamenti locali virtuosi? Urgono ragguagli sul perché stiamo per diventare uno Stato federale.&lt;/p&gt;</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/44538546</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/44538546</guid><pubDate>Sun, 03 Aug 2008 12:38:00 +0200</pubDate><category>Federalismo</category></item><item><title>Caso-Englaro: la posizione del PD</title><description>&lt;h5&gt;l’Unità 2 agosto 2008&lt;/h5&gt;
&lt;h5&gt;
&lt;br/&gt;“Eluana, il Pd e la destra miope”&lt;br/&gt;
&lt;/h5&gt;
&lt;h5&gt;Roberto Zaccaria*&lt;/h5&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;* Vice Presidente Commissione Affari Costituzionali Camera dei Deputati&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/08/01/la-fuga-del-pd.html"&gt;L’articolo di ieri di Miriam Mafai su Repubblica&lt;/a&gt; in merito alla drammatica vicenda di &lt;a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Eluana_Englaro"&gt;&lt;b&gt;Eluana Englaro&lt;/b&gt;&lt;/a&gt; discussa giovedì alla Camera dei deputati deforma completamente la posizione del Partito Democratico.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;Innanzitutto non c’è stato silenzio. Il Pd ha espresso formalmente la propria posizione all’inizio del dibattito in Aula attraverso il mio intervento, che tutti hanno potuto ascoltare e con grande attenzione. L’intervento è stato riportato dalle agenzie ed è &lt;a href="http://web.camera.it/resoconti/dettaglio_resoconto.asp?idSeduta=46&amp;resoconto=stenografico&amp;indice=alfabetico&amp;tit=00090&amp;fase=#sed0046.stenografico.tit00090"&gt;facilmente leggibile come sempre nello stenografico immediato della Camera&lt;/a&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;&lt;b&gt;Non c’è stata astensione&lt;/b&gt;, perché il Partito Democratico, convinto che la proposizione del conflitto da parte del Pdl fosse una mossa tattica, manifestamente infondata dal punto di vista costituzionale e chiaramente strumentale ha scelto di &lt;b&gt;non partecipare al voto&lt;/b&gt;, comportamento che si adotta, quando il provvedimento è del tutto &lt;b&gt;estraneo alle regole parlamentari&lt;/b&gt;. Non è un caso del resto che un simile atteggiamento sia stato tenuto anche da un gruppo non trascurabile di liberali del centro destra (Della Vedova, Chiara Moroni, La Malfa ed altri).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;Non c’è stata quindi nessuna “fuga del Pd” dall’esame del problema, come si legge nel titolo dell’articolo di ieri. È vero esattamente il contrario: è stata la maggioranza che attraverso la proposizione di un improbabile e rischiosissimo &lt;b&gt;conflitto di attribuzioni&lt;/b&gt; ha messo in pratica una vera e propria “fuga dal Parlamento” dalla via maestra di una soluzione legislativa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;Su questi temi delicatissimi della disciplina della fine della vita c’è stato, soprattutto al Senato nel corso della XV legislatura, un ampio dibattito che aveva anche registrato positive convergenze. Un intervento legislativo equilibrato sarebbe oggi possibile sulla base, del divieto, da un lato, di praticare ogni forma di eutanasia e, dall’altro, dell’accanimento terapeutico, si potrebbe disciplinare al contempo l’alleanza nella terapia tra medico e paziente, l’equa distribuzione delle cure palliative e l’accompagnamento terapeutico. Questi concetti sono presenti, del resto, in un ordine del giorno presentato dal Pd al Senato su questa vicenda.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;La strada del conflitto di attribuzioni davanti alla Corte costituzionale è costellata di errori di grammatica e rischia di diventare un pericoloso boomerang.&lt;br/&gt;Non si possono sollevare conflitti contro provvedimenti giurisdizionali non ancora definitivi e il ricorso di ieri del procuratore generale di Milano contro il provvedimento della Corte di appello ne è chiaramente la prova; non si può contestare attraverso il conflitto il diritto dovere dei giudici di pronunciarsi anche nel caso di incompletezza della norma legislativa, perché in mancanza di una legge più chiara è il giudice del caso concreto che deve bilanciare i principi fondamentali anche costituzionali (art.12 delle preleggi).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;Non si può in ogni caso considerare una sentenza per quanto importante della Suprema &lt;b&gt;Corte di Cassazione&lt;/b&gt;, alla stregua di un atto legislativo perché nel nostro ordinamento quella decisione vale solo per il caso concreto deciso e non ha alcun valore di precedente vincolante in altri casi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;Ma c’è un rischio ancora più pericoloso nel voler chiamare in causa la Corte Costituzionale come una sorta di Giudice di ultima istanza sulla vicenda Englaro.&lt;br/&gt;Il rischio estremamente concreto è che la Corte rifiuti molto presto un conflitto di attribuzioni così inconsistente e finisca col porre inevitabilmente, nella lettura mediatica, un ancor più pesante sigillo su tutta questa vicenda.&lt;br/&gt;Di fronte ad un atteggiamento della maggioranza così miope e così irrispettoso del ruolo proprio del Parlamento che è quello di fare le leggi e di non impedire ai giudici di fare il loro dovere, non partecipare a questa messa in scena, era il minimo che si potesse fare.&lt;br/&gt;Il rispetto per le istituzioni di garanzia significa anche non cercare di coinvolgerle in riti chiaramente strumentali.&lt;/p&gt;</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/44449683</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/44449683</guid><pubDate>Sat, 02 Aug 2008 15:12:07 +0200</pubDate><category>Etica &amp; Politica</category></item><item><title>L'opposizione alla sfida dell'autunno</title><description>&lt;object height="500" width="100%"&gt;
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&lt;h6&gt;
&lt;a href="http://www.scribd.com/doc/4371608/Scalfari-Nuova-Opposizione"&gt;Scalfari - Nuova Opposizione&lt;/a&gt; - &lt;a href="http://www.scribd.com/upload"&gt;Upload a Document to Scribd&lt;/a&gt; Read this document on Scribd: &lt;a href="http://www.scribd.com/doc/4371608/Scalfari-Nuova-Opposizione"&gt;Scalfari - Nuova Opposizione&lt;/a&gt;
&lt;/h6&gt;</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/44315822</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/44315822</guid><pubDate>Fri, 01 Aug 2008 11:09:00 +0200</pubDate><category>Opposizione</category></item><item><title>Il riformismo del PD a confronto con le risposte del riformismo di destra</title><description>&lt;h5&gt;l’Unità 31 luglio 2008&lt;br/&gt;“Tremonti, giacobino alla rovescia”&lt;br/&gt;Michele Ciliberto&lt;br/&gt;
&lt;/h5&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;All’interno del governo sono presenti linee molto diverse perfino contraddittorie tra loro&lt;/i&gt;. &lt;i&gt;Quella di Tremonti, ad esempio destinata a cozzare prima o poicon quella della Lega. E non solo&lt;/i&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Il governo Berlusconi, in queste settimane, sta dando una prova di ostinazione della quale occorre prendere atto. Sarebbe però sbagliato, a mio giudizio, sottovalutare la compresenza nel governo di linee molto diverse l’una dall’altra, potenzialmente contraddittorie e perfino dissolvitrici dell’attuale assetto governativo. Vale la pena, in questa prospettiva, di commentare brevemente &lt;a href="http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&amp;currentArticle=ITFFQ"&gt;l’intervista di Giulio Tremonti apparsa su Libero&lt;/a&gt;, domenica 27 luglio.&lt;br/&gt;Si tratta, infatti, di un testo importante, perché esprime in forma piena e articolata il punto di vista dell’attuale ministro dell’Economia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;Ciò a cui occorre mettere mano - questo è il centro del ragionamento di Tremonti - è una &lt;b&gt;riforma radicale dello Stato&lt;/b&gt;: «Lo Stato - dice il ministro - deve tornare a fare solo l’essenziale. Deve ritirarsi nel suo perimetro di competenze storiche». Ed è precisamente in questo quadro strategico che si pone la manovra finanziaria in corso di approvazione alle Camere. «In una fase in tutto e per tutto non ordinaria», essa si pone l’obiettivo di «rilanciare l’economia e di rifare lo Stato», in modi e forme radicali: «non c’è mai stato come questa volta - insiste Tremonti - un cambiamento tanto radicale, su una pluralità di fronti e concentrato in così breve tempo».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;Non è il caso,in questa sede, di verificare se quello che dice il ministro corrisponda a verità: conta sottolineare la nettezza e il vigore del suo ragionamento. Quello che Tremonti ha in mente è una riforma organica dello Stato e dell’amministrazione pubblica italiana che si pone in antitesi diretta con quella che è stata la politica dell’Italia nell’“epoca democristiana” (uso io questo termine, per comodità): &lt;b&gt;rigore economico, controllo della spesa, lotta al clientelismo, polemica frontale contro «tutte le ipotesi “deficiste”,&lt;/b&gt; tutti gli inviti ad accendere maggiore spesa pubblica finanziata con coperture fittizie o, peggio, inesistenti».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;La lotta contro i “deficisti” (un lemma nuovo, se non m’inganno) - e le conseguenze delle loro politiche economiche (da ultimo l’estendersi delle pensioni di invalidità al Sud come al Nord) - è un leitmotiv di tutta l’intervista; né è difficile capire con chi se la prende il ministro. In termini schematici: se la prende con il &lt;b&gt;compromesso tra “capitale” e “lavoro”&lt;/b&gt; realizzato in Italia,sul piano politico, dalla Democrazia Dristiana da un lato, dal Partito comunista dall’altro (procedo anche qui in modo sommario). Per Tremonti, è necessario mutare totalmente strada, puntando su nuove politiche europee e nazionali e su nuovi strumenti economici a cominciare da quel «gigante finora addormentato», che è la &lt;b&gt;Cassa depositi e prestiti&lt;/b&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma, in primo luogo, bisogna lavorare a una nuova definizione della figura e del ruolo dello Stato, il quale deve essere il vero &lt;b&gt;dominus della vita economica&lt;/b&gt; del Paese, dell’uso delle risorse,delle politiche di spesa: «Occorre decidere al centro - dice Tremonti - per andare sul grande,non dalla periferia perdendosi nel piccolo come sinora è avvenuto». Stabilite le linee generali, poi è opportuno «sentire la voce delle Regioni come di tutti coloro che operano nel settore delle infrastutture» e questo sarà, appunto, fatto, dopo aver concentrato tutti i &lt;b&gt;Fondi europei di sviluppo presso il Cipe&lt;/b&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;È un ragionamento complesso, quello svolto da Tremonti ma i nuclei centrali appaiono netti: &lt;b&gt;neo-centralismo, federalismo, privatizzazioni, conservatorismo compassionevole&lt;/b&gt;…&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;Sarebbe sbagliato non riconoscerlo: si tratta di un disegno di &lt;b&gt;«modernizzazione&lt;/b&gt;, già sperimentato per altro in europa, da altre forze di destra», imperniato però in primo luogo - ed è questo il punto da sottolineare - su un neo-centralismo dello Stato, al quale vengono affidate le funzioni di direzione economica fondamentali, mentre le politiche sul territorio sono assegnate, nei gangli centrali, alle Regioni, rilanciando il federalismo, il quale ha il compito di «raddrizzare la pianta storta dello Stato, caricato di troppe cose da fare e di troppi debiti».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per come viene presentato - va sottolineato anche questo - è un disegno di &lt;b&gt;modernizzazione essenzialmente dall’alto, di tipo “giacobino”&lt;/b&gt; (come del resto dimostra, in modo esemplare, proprio la vicenda della manovra finanziaria). Nè, di per sé, è un fatto sorprendente: il “giacobinismo”, in modi ovviamente diversi, è un tratto tipico degli intellettuali italiani di matrice laica, permanentemente protesi a “riformare” &lt;i&gt;ab imis fundamentis&lt;/i&gt; società e Stato. E Giulio Tremonti, come si sa, “nasce” come intellettuale, quale professore di Diritto tributario all’Università di Pavia né, pur essendo sceso in politica, ha mai rinunziato alla sua attività di saggista, di professore…&lt;br/&gt;I “giacobini” però - e Tremonti lo sa bene - senza “consenso” sono destinati al fallimento.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nella sua intervista discorre perciò a più riprese di &lt;b&gt;“spirito repubblicano”,&lt;/b&gt; cioè della necessità di coinvolgere larghe forze politiche e sociali nel suo progetto, arrivando addirittura a sostenere che &lt;b&gt;chi non dialoga con il governo «va contro l’Italia»&lt;/b&gt;. Sono battute un po’ eccessive, ma non vanno ascritte, a mio giudizio, solo al genere letterario dell’intervista. Tremonti sa bene da dove gli viene il “consenso”, ma per diretta esperienza è altrettanto consapevole che Berlusconi è, al tempo stesso, la forza e la debolezza del suo disegno di modernizzazione. In effetti, è grazie al Popolo della libertà che Tremonti è riuscito a varare una manovra economica assai dura su una “pluralità di fronti”, spossessando di fatto tutti gli altri ministri e senza prestare ascolto a nessuna voce di protesta, qualunque fosse la sua autorevolezza.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma, come dimostra tutta la sua vicenda imprenditoriale e politica, Berlusconi è figlio diretto della storia che Tremonti vorrebbe chiudere una volta per sempre; e, se mira a qualcosa, pensa a ricostituire un moderno &lt;b&gt;partito “interclassista”&lt;/b&gt; che estenda ed rafforzi con nuove forme di “consenso” l’interclassismo di matrice democratico-cristiana. Per Berlusconi, &lt;b&gt;il “consenso” politico e sociale delle corporazioni che fanno capo al suo partito è il primum obiettivo della sua azione di governo&lt;/b&gt;,decifrabile come una forma di &lt;b&gt;“dispotismo dolce”&lt;/b&gt; mediaticamente imposto, il contrario preciso del “giacobinismo”; né è difficile prevedere le tensioni,e anche le contraddizioni, che si apriranno nel governo, quando le misure di Tremonti cominceranno a toccare pezzi del blocco sociale che si raccoglie intorno al Popolo della libertà, nel quale sono confluiti - sulla base di interessi corporativi precisi - forze e ceti che facevano capo alla Dc e allo stesso Partito Socialista.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A quel livello, le politiche compassionevoli di Tremonti - compresa la &lt;b&gt;social card&lt;/b&gt; - non serviranno a niente; si riveleranno per quello che sono:un espediente buono solo per chi - a differenza dei “deficisti” - non è in grado di far sentire la sua voce. Le tensioni non si apriranno però solo su questo terreno: nonostante le tante dichiarazioni di accordo e di empatia, il neo-centralismo di Tremonti è destinato a cozzare anche con le politiche &lt;b&gt;della Lega&lt;/b&gt;, la quale ha una idea del federalismo - e della funzione dello stato centrale - assai diversa da quella del ministro dell’Economia. È difficile che la Lega continui ad accettare che i fondi europei siano concentrati nel Cipe o che le stesse Regioni si rassegnino ad essere convocate dal ministro, con gesto napoleonico, quando gli sembrerà più opportuno. Anche qui, al fondo ci sono due concezioni strategiche assai diverse. Non sono invece rilevanti,a mio giudizio, i contrasti - posto che ci siano - con Alleanza Nazionale, che non è più, ormai, un attore politico autonomo, effettivo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;Su tutto questo le opposizioni al governo avranno, penso, ampia materia di intervento. Ma il discorso è più complesso, e va fatto con chiarezza. Tremonti &lt;b&gt;dà risposte conservatrici a una serie di problemi reali&lt;/b&gt;, con cui le forze riformatrici devono confrontarsi, senza complessi, come hanno già cominciato a fare col governo Prodi. L’esigenza di una riforma dello Stato e dell’amministrazione pubblica è centrale; ed altrettanto decisiva è la battaglia per un diverso uso delle risorse, per definire nuovi criteri di spesa e di intervento pubblico, in dura contrapposizione con le politiche di tipo clientelare che hanno afflitto - e rovinato - il nostro Paese (con tutto quello che ciò comporta sul piano dei rapporti con il sindacato). Il federalismo è una esigenza reale e va soddisfatta, senza, naturalmente, cadere in forme di neocentralismo dello stato. Il primato del merito - nel pieno riconoscimento del dettato costituzionale - è decisivo in una moderna democrazia, e deve essere la bandiera delle forze che vogliono riformare l’Italia.&lt;b&gt; Valorizzare il merito non significa, certo, privilegiare la strada della privatizzazione, &lt;a href="http://ecodempisa.blogspot.com/2008/07/testo-dellintervento-di-michele.html" title="intervento Ciliberto sull'Unità"&gt;come si fa nel decreto del 25 giugno&lt;/a&gt;&lt;/b&gt;: l’università pubblica va salvaguardata come principio di libertà e di eguaglianza. Ma proprio per questo occorre anche sapere intervenire drasticamente nei guasti che cattive politiche di governo e perverse pratiche accademiche hanno introdotto in questo ganglio centrale della vita scientifica e civile del Paese. Se si ha a cuore il futuro dell’università pubblica, è necessario battersi per una sua riforma radicale, mettendo fine alle degenerazione di questi ultimi decenni. Altrimenti si fa una battaglia, pur importante, ma di retroguardia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;Ma questo è solo un esempio; a me preme, anzitutto, sottolineare che quello che abbiamo di fronte è un &lt;b&gt;percorso assai più mobile e dinamico di quanto si potrebbe pensare.&lt;/b&gt; Sta al Partito Democratico usare le possibilità che la situazione gli offre: tanto più lo farà quanto più svilupperà un’azione limpidamente riformatrice.&lt;/p&gt;</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/44178191</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/44178191</guid><pubDate>Thu, 31 Jul 2008 09:37:00 +0200</pubDate><category>Opposizione</category></item><item><title>L'Italia che cambia, in peggio: le colpe del governo</title><description>&lt;p style="background: white; margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;" class="MsoNormal"&gt;&lt;b&gt;l’Unità 30 luglio 2008&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
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&lt;p style="background: white; margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;" class="MsoNormal"&gt;&lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt;Gli ultimi sempre pi&lt;/b&gt;&lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt;ù&lt;/b&gt;&lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt; ultimi&lt;/b&gt;&lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="background: white; margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;" class="MsoNormal"&gt;&lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt;Roberto Cotroneo&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p style="background: white; margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;" class="MsoNormal"&gt;Eravamo un paese sganghe­rato forse, ma senza fero­cia, senza razzismi, senza catti­verie. Eravamo un paese miseri­cordioso alla fine: cattolico e con una morale fluttuante che ci salvava da certe durezze e spietatezze. Ma ora? Metto in fi­la poche parole, una di seguito all’altra: precari, immigrati, rom, pensioni sociali. Ne ag­giungo altre, per riempire i rami di questo albero della vergogna.&lt;/p&gt;

&lt;p style="background: white; margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;" class="MsoNormal"&gt;La norma sul &lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt;precariato&lt;/b&gt; è contro gli ul­timi, quelli che un lavoro non riesco­no a trovarlo, quelli che non possono comprarsi una casa, che non hanno accesso ai mutui, che non possono progettare nulla, che non hanno la possibilità di pensare a un futuro che non sia un futuro a termine, come i lo­ro contratti di lavoro, come i loro sala­ri miserandi, come le loro vite sospe­se, in un vuoto che non possono riempire.&lt;/p&gt;
&lt;p style="background: white; margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;" class="MsoNormal"&gt;Le&lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt; impronte digitali per i Rom&lt;/b&gt;, inclu­si i bambini, è qualcosa di terrifican­te. Messo a punto senza vergogna per un paese che non ha protestato abba­stanza, perché non è mai abbastanza protestare su una schedatura di adulti e bambini solo perché di etnia diver­sa. E che ci rende, davanti all’Europa, un paese allo stesso tempo ridicolo e inquietante. E con gli immigrati sia­mo allo stato di emergenza. Il mini­stro Maroni, che si annuncia come il peggior ministro dell’Interno di que­sto dopoguerra, parla di emergenza, e di stato di allerta. Ma la situazione è sempre la stessa, e questo è solo un modo per tenere buono un paese che è diventato razzista, cattivo e per nul­la solidale. Un paese di pochi privile­giati, e di molti che devono subire di­scriminazioni sempre più forti. Intanto ieri si è rovesciato un altro gommone a sud di Lampedusa, sem­brano sei i morti, e pochi giorni fa so­no morti anche due bambini. Ma tut­to scivola nell’indifferenza, e ci stia­mo preparando, come un paese suda­mericano, come un Venezuela qua­lunque, a sopportare l’esercito nelle città per garantire l’ordine pubblico. A vedere i militari per strada, come li vedi a Caracas. Peccato che Caracas è la città più violenta del mondo. Ma ora la vigilanza e&lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt; l’emergenza sull’im­migrazione &lt;/b&gt;diventa un caso naziona­le. Mille soldati sono destinati a con­trollare i centri immigrati. Metteran­no il filo spinato? Faranno le ronde? Che ordini avranno? E perché questa decisione? Non sarà una bella sensa­zione vedere i militari per strada. Ma cosa possiamo pretendere di più da questa classe dirigente? Andiamo avanti perché l’albero della vergogna si infittisce sempre di più. Il consiglio d’Europa ce lo ha detto chiaro. E una fredda nota di agenzia dice testual­mente: «Il Commissario per i Diritti umani del Consiglio d’Europa,&lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt; Thomas Hammarber&lt;/b&gt;g, si dice “estrema­mente preoccupato” per il &lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt;pacchetto sicurezza&lt;/b&gt; e la dichiarazione dello &lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt;sta­to d’emergenza&lt;/b&gt; per l’afflusso di cittadi­ni extracomunitari da parte del Go­verno italiano. È quanto si legge in un comunicato diffuso sul sito del Commissario per i diritti dell’uomo». Il ministro leghista Maroni si indi­gna. Si dichiara sdegnato. Ma intanto dobbiamo incassare lo sdegno della civile Europa.&lt;/p&gt;

&lt;p style="background: white; margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;" class="MsoNormal"&gt;E non è finita. Ieri si è consumata la sceneggiata tragica del­le pensioni. Prima vogliono tagliare le &lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt;pensioni sociali&lt;/b&gt;, poi si correggono e dicono che no, che la norma riguar­da solo gli extracomunitari. E non le casalinghe e quelli che hanno meno di dieci anni di contributi. Che non si preoccupassero. Verrà corretta, che poi saranno gli estracomunitari a pa­gare, che cosa ce ne importa. Noi gli prendiamo le impronte digitali, sche­diamo i bambini, li controlliamo con l’esercito, incassiamo l’imbarazzo e il disprezzo della civile Europa, e abbia­mo ancora il coraggio di protestare. Come hanno fatto gli immigrati afri­cani nel duomo di Napoli. Una prote­sta dentro una chiesa, che da sempre è sempre stato un luogo di accoglien­za, ma che in questo caso, ha genera­to l’immediata reazione dell’esercito in tenuta antisommossa. Per contra­stare immigrati che dentro una chie­sa chiedevano una casa. Un paese che vuole che gli ultimi sia­no gli ultimi, sempre e comunque: questo siamo diventati? Sarebbe faci­le dire che è tutta demagogia, che è un modo del governo per fare una &lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt;propaganda banale soprattutto sull’ ordine pubblico, in vista del disastro sociale ed economico che ci attende in autunno.&lt;/b&gt; Sarebbe facile dire che la rabbia di avere dei salari che non au­mentano - di fatto - da quindici anni, contro un costo della vita e un au­mento dei prezzi che non ha parago­ni nel resto d’Europa, può essere inge­nuamente contenuta con misure roboanti, e prive di concretezza. Ma questa è una interpretazione sbaglia­ta.&lt;/p&gt;

&lt;p style="background: white; margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;" class="MsoNormal"&gt;Non è questo il punto. Una parte di questo paese, quella che si riconosce nel centro destra, quella che vota Le­ga Nord, quella che gravita attorno ad Alleanza Nazionale, quella che ve­de in Berlusconi il modello di riferi­mento umano e politico, oltre che im­prenditoriale, è cambiata. Cambiata in peggio. È in caduta libera. &lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt;Senza più vincoli etici, religiosi e culturali. Immorale e ignorante. È un paese che emargina, è un paese che non ha più gli strumenti culturali per capire quel­lo che gli succede attorno, è un paese che non sa adattarsi alla complessità&lt;/b&gt;. È un paese rimbecillito da valori inuti­li, che vede nei modelli di riferimento che lo governano, dei modelli positi­vi: machismo, intolleranza, razzi­smo, culto della ricchezza, l’idea che vincono i più ricchi, i più furbi, i più disinvolti, senza rispettare le regole. Perché sono governati da persone che non rispettano le regole. Berlusco­ni per primo. Bossi per secondo, e tut­ti gli altri a seguire. Gente che non ri­spetta i valori comuni su cui è stato fondato questo paese. Veri &lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt;eversori dello spirito della Costituzione &lt;/b&gt;e della convivenza civile.&lt;/p&gt;
&lt;p style="background: white; margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;" class="MsoNormal"&gt;Il razzismo era qualcosa che eravamo riusciti a non sentire sulla nostra pelle neppure, ed è tutto dire, quando furo­no varate le leggi razziali del 1938. In tutte le case italiane, ognuno di noi conserva un racconto, una memoria, di un parente, di un vicino, di qualcu­no che si oppose, che aiutò, e soprat­tutto di un paese che non capiva. Ep­pure accadde quello che accade. Le impronte digitali ai bambini non so­no una manovra diversiva per accetta­re sacrifici per questo autunno; precarizzare i giovani non è un modo per mantenere i privilegi di quelli che pre­cari non sono; abolire o ridimensiona­re le pensioni sociali non è un modo per distrarre il ceto medio da quello che gli sarà chiesto tra qualche mese; e mandare i militari nei centri per im­migrati non è una furba trovata per di­re a quelli che non arrivano alla fine del mese: vedete, vi diamo la sicurez­za. Sono il risultato di qualcosa che è cambiato nella testa della gente, sono il &lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt;frutto di un paese irriconoscibile, di gente cattiva, ignorante, egoista, spie­tata&lt;/b&gt;. I &lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt;totalitarismi &lt;/b&gt;iniziano sempre da dettagli marginali, da piccoli segni che nessuno voleva vedere. E non sia­mo immuni da nulla.&lt;/p&gt;

&lt;p style="background: white; margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;" class="MsoNormal"&gt;L’opposizione della sinistra sarà certamente vigoro­sa, ma non basta la politica se manca una &lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt;cultura comune&lt;/b&gt;, una cultura che faccia uscire questo paese da una sec­ca di pochezza e di ignoranza. L’igno­ranza di gente come Bossi che vuole professori del nord, nelle scuole del nord, per i bambini del nord, l’igno­ranza che in una città come Roma, ap­pena arrivata una giunta di centro de­stra, ha già spento le luci sul patrimo­nio culturale di questa città. Cancel­lando un lavoro di anni, che ha tra­sformato Roma nella città più impor­tante, sotto l’aspetto culturale, d’Euro­pa. L’ignoranza di inventarsi anziché le notti bianche, le notti futuriste. &lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt;L’ignoranza di pensare che la crescita di un paese non possa che essere eco­nomica, e non per tutt&lt;/b&gt;i, ma sempre per i più furbi e i più ricchi. Siamo ca­duti in basso e gli ultimi non saranno i primi dalle nostre parti, ma rimar­ranno ultimi, ultimissimi. Per una classe di governo che ora dovrebbe vergognarsi.&lt;/p&gt;
&lt;p style="background: white; margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;" class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;&lt;u&gt;&lt;a href="http://www.robertocotroneo.net/"&gt;&lt;a href="http://www.robertocotroneo.net"&gt;www.robertocotroneo.net&lt;/a&gt;&lt;/a&gt;&lt;/u&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/44052799</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/44052799</guid><pubDate>Wed, 30 Jul 2008 10:58:00 +0200</pubDate><category>Opposizione</category></item><item><title>PD: l'agenda parlamentare, declinata su 3 fronti</title><description>&lt;p style="background: white; margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;" class="MsoNormal"&gt;&lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt;Il sole 24 ore 30-07-2008&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="background: white; margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;" class="MsoNormal"&gt;&lt;i style="mso-bidi-font-style: normal;"&gt;I tre fronti. Possibile il dialogo sul fisco federale, pi&lt;/i&gt;&lt;i style="mso-bidi-font-style: normal;"&gt;ù&lt;/i&gt;&lt;i style="mso-bidi-font-style: normal;"&gt; difficile sulla giustizia&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="background: white; margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;" class="MsoNormal"&gt;&lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt;Pd, sì al confronto sulla legge elettorale&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="background: white; margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;" class="MsoNormal"&gt;&lt;b&gt;Lina Palmerini&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="background: white; margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;" class="MsoNormal"&gt;&lt;b&gt;ROMA&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="background: white; margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;" class="MsoNormal"&gt;La via sarà quella parlamenta­re - distinta dalla piazza del 25 ot­tobre contro la manovra - e si sno­derà su tre strade: legge elettorale europea, federalismo fiscale, ri­forma della giustizia. Ormai fuori dalla retorica del dialogo, il Parti­to democratico «ragiona solo sul­la concretezza dell’agenda», co­me dice &lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt;Giorgio Tonini&lt;/b&gt;, che par­la, appunto, di quei tre fronti co­me i primi test dell’autunno. Cia­scuno, però, ha un suo percorso ed esiti che possono essere ben di­versi: sulla legge elettorale euro­pea, per esempio, nessuno lo di­chiara ufficialmente ma le pre­messe per un accordo ci sono. Sul federalismo fiscale, invece, il Pd è compatto nel sostenere la necessi­tà di una riforma ma avverte nell’aria più di un rischio. Altro di­scorso ancora sulla giustizia: su questo capitolo non solo può di nuovo saltare il rapporto con la maggioranza ma è per lo stesso Pd un banco di prova di compattezza del partito. Non è un miste­ro che c’è più di una linea sulla ri­forma della magistratura e che questo - ancora una volta - ripro­porrà lo schema di veltroniani versus dalemiani senza contare la “competition” giustizialista di Di Pietro e della sinistra.&lt;/p&gt;
&lt;p style="background: white; margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;" class="MsoNormal"&gt;Cominciamo dalla&lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt; legge eletto­rale europea&lt;/b&gt;, l’unica sponda per il dialogo che in questi giorni si in-travvede. Per molti quella di un ac­cordo è una prospettiva vicina perché Roberto Calderoli ha mo­dificato l’impianto iniziale propo­nendo il 4% di sbarramento, op­tando per circoscrizioni (da 5 a 10) suggerite dal Pd e puntando sulla preferenza unica. «Alcuni nostri punti di vista sono passati. Credo che sia anche un modo per riagganciare il Pd in vista del con­fronto sul federalismo fiscale. Di­ciamo che è propedeutico», spie­gava Tonini che rifiuta il dilem­ma del dialogo-non dialogo e cer­ca solo terreni sostanziali su cui misurarsi.&lt;/p&gt;
&lt;p style="background: white; margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;" class="MsoNormal"&gt;Uno, appunto è quello del &lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt;federalismo fiscale&lt;/b&gt;, su cui ilPd si misurerà soprattutto per le pressioni delle strutture del parti­to del Nord. Non a caso la delega a trattare è di Sergio Chiamparino che non ha mai escluso possibili alleanze locali con la Lega.&lt;/p&gt;
&lt;p style="background: white; margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;" class="MsoNormal"&gt;«Noi sul federalismo ci siamo anche perché la Lega ha abbando­nato il progetto di legge lombar­da. E non giocheremo di rimessa visto che presenteremo una no­stra proposta. Il punto è cruciale anche per un altro motivo: dopo l’abolizione dell’Ici e i tagli agli en-ti locali c’è un problema di bilanci per Comuni e Regioni che sta per esplodere», raccontava &lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt;Paolo Fontanelli&lt;/b&gt;, responsabile degli en­ti locali per il Pd che annuncia, già per domani, una prima bozza di ri­forma dopo il lavoro del comitato ristretto. Ma il problema non so­no solo i bilanci dei Comuni che stanno per saltare - con l’aggra­vante che il 2009 è l’anno di &lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt;elezio­ni amministrative &lt;/b&gt;per 4.200 città (molte delle quali guidate dal Pd) - il rischio che vede il Pd è soprat­tutto un altro. Così lo spiega Fontanelli: «Temiamo che sul federa­lismo si scriva una delega generi­ca, utile alla maggioranza a fini propagandistici ma che poi rinvii a decreti attuativi del Governo -non si sa come né quando - la vera riforma. Ecco questo è il pericolo che vogliamo evitare».&lt;/p&gt;
&lt;p style="background: white; margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;" class="MsoNormal"&gt;C’è infine il &lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt;fronte giustizia&lt;/b&gt;: quello più insidioso non solo per le trappole del Pdl dopo l’espe­rienza lodo Alfano e blocca-processi, ma perché diventa un test di tenuta per lo stesso Pd. L’area dalemiana sembra più pronta a una riforma con la maggioranza soprattutto in funzione dell’alle­anza con l’Udc, che mostra dispo­nibilità al dialogo con il Pdl anche su questo capitolo. C’è però un’ampia area del partito, a parti­re dagli stessi veltroniani, che è più prudente. «Le proposte mi sembrano, al momento, irricevibi­li», diceva &lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt;Stefano Ceccanti&lt;/b&gt;, costi­tuzionalista vicino al segretario. Ma sulla giustizia conterà il ruolo degli alleati del premier, da An al­la Lega, che mostrano di non vo­lersi appiattire troppo sui temi ca­ri al loro leader.&lt;/p&gt;</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/44049262</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/44049262</guid><pubDate>Wed, 30 Jul 2008 10:55:00 +0200</pubDate><category>Opposizione</category></item><item><title>WTO al capolinea?</title><description>&lt;object height="500" width="100%"&gt;
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&lt;a href="http://www.scribd.com/doc/4276021/WTO"&gt;WTO&lt;/a&gt; -Carlo Petrini, Repubblica 30/7/2008 su Scribd: &lt;a href="http://www.scribd.com/doc/4276021/WTO"&gt;WTO&lt;/a&gt;</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/44049868</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/44049868</guid><pubDate>Wed, 30 Jul 2008 10:48:00 +0200</pubDate><category>Economia e Lavoro</category></item><item><title>Sondaggi e buon governo</title><description>&lt;p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify;"&gt;&lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt;Il Corriere della Sera  martedì 29 luglio 2008&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-indent: 14.2pt; text-align: justify;"&gt;&lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt;“GOVERNARE SENZA SONDAGGI&lt;/b&gt; “&lt;/p&gt;
&lt;p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-indent: 14.2pt; text-align: justify;"&gt;&lt;b&gt;GIOVANNI SARTORI&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-indent: 14.2pt; text-align: justify;"&gt;Tra poco anche la politica andrà in vacanza. Sarà, per Silvio Berlusconi, la prima vacanza tranquilla. Perché ha finalmente sistemato tutti i suoi interessi privati (da quelli del suo impero mediatico a quelli delle sue residue pendenze giudiziarie). Finalmente il Nostro è un uomo libero, libero di mostrare la sua bravura come uomo di governo, la sua statura di statista. Finora Berlusconi si è molto regolato, nel suo passato governare, sui &lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt;sondaggi di opinione&lt;/b&gt;. Così fanno un po` tutti; ma nessuno quanto lui. Ecco allora la domanda: un governo molto (moltissimo) guidato dai sondaggi può essere un buon governo? Dipende da come i sondaggi vengono letti. Il più delle volte, male. E il punto è che&lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt; il territorio coperto dai sondaggi è molto più piccolo del territorio, dell`ambito, che i governi debbono coprire&lt;/b&gt;. Che lo vogliano o no.&lt;/p&gt;
&lt;p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-indent: 14.2pt; text-align: justify;"&gt;I sondaggi rilevano tra le tante cose - i pareri e le priorità dell`&lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt;«uomo comune»&lt;/b&gt; difeso e elogiato negli anni Quaranta da &lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt;&lt;a href="http://www.ideazione.com/settimanale/5.cultura/65-10-05-2002/65allodi.htm"&gt;Karl Friedrich&lt;/a&gt;&lt;/b&gt; (un importante costituzionalista di allora). Il che già indica quale ne sia la gittata.&lt;/p&gt;
&lt;p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-indent: 14.2pt; text-align: justify;"&gt;Ma vediamo meglio distinguendo fra tre contesti.&lt;/p&gt;
&lt;p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-indent: 14.2pt; text-align: justify;"&gt;In primo luogo il &lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt;contesto dei &lt;i style="mso-bidi-font-style: normal;"&gt;tutti&lt;/i&gt;. &lt;/b&gt;In questo contesto i sondaggi mettono in evidenza l`esperienza quotidiana, e quindi più frequente, dell`uomo comune: la spesa per mangiare, il costo della vita, il peso delle tasse e simili. Queste priorità sono ovvie; ma i sondaggi le misurano, e per ciò stesso ne precisano l`importanza, il «peso».&lt;/p&gt;
&lt;p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-indent: 14.2pt; text-align: justify;"&gt;In secondo luogo ci sono le cose che fanno infuriare soltanto &lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt;porzioni (più o meno estese) della popolazione&lt;/b&gt;: la lentezza della burocrazia, la paralisi della giustizia, lo sfascio della scuola e della sanità, l`insufficienza delle infrastrutture e simili. Ma siccome non si dà mai il caso che tutti abbiano cause in corso (anche se gli italiani che aspettano giustizia sono più di 7 milioni), che non tutti sono simultaneamente a scuola, che non tutti sono malati, ecco che i valori percentuali di questi casi scendono.&lt;/p&gt;
&lt;p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-indent: 14.2pt; text-align: justify;"&gt;Ma sarebbe una cattiva lettura dei dati ricavarne che per gli italiani quei problemi siano poco rilevanti. La differenza rilevata dai sondaggi riguarda solo la frequenza con la quale ciascuno di noi «batte la testa», in concreto, in queste disfunzioni.&lt;/p&gt;
&lt;p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-indent: 14.2pt; text-align: justify;"&gt;In terzo luogo ci sono i &lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt;problemi che per il grosso pubblico sono «astratti»&lt;/b&gt;, e che non capisce finché la tegola non gli cade sulla testa. L`uomo comune non afferra che le disfunzioni di cui sopra dipendono da una macchina istituzionale che a sua volta non funziona. E afferra ancor meno i problemi in arrivo, i problemi del futuro (anche se prossimo).&lt;/p&gt;
&lt;p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-indent: 14.2pt; text-align: justify;"&gt;L`acqua, la benzina, l`elettricità e anche i prodotti alimentari stanno già diventando insufficienti; ma acqua, benzina, energia gli mancano soltanto quando di fatto mancano; non prima e purtroppo non a tempo.&lt;/p&gt;
&lt;p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-indent: 14.2pt; text-align: justify;"&gt;Dal che consegue che&lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt; i sondaggi sottostimano alla grande il problema ecologico &lt;/b&gt;che è, invece, il più grave di tutti.&lt;/p&gt;
&lt;p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-indent: 14.2pt; text-align: justify;"&gt;E` proprio per questo che un governante che asseconda e ascolta soltanto i sondaggi è un pessimo governante. &lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt;Il non-fare perché «tanto agli italiani non interessa» è un non-fare vergognosamente irresponsabile.&lt;/b&gt; Ci sono tantissime cose che un buon governo deve fare (per essere buono) a prescindere dai sondaggi.&lt;/p&gt;</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/43921944</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/43921944</guid><pubDate>Tue, 29 Jul 2008 13:02:27 +0200</pubDate><category>Formazione politica</category></item><item><title>Il Valore del Lavoro</title><description>&lt;object height="500" width="100%"&gt;
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&lt;a href="http://www.scribd.com/doc/4235431/il-Valore-del-lavoro"&gt;il Valore del lavoro&lt;/a&gt; - Leggi questi documento su Scribd (&lt;i&gt;cliccare in alto a dx per visualzzazione a schermo intero&lt;/i&gt;): &lt;a href="http://www.scribd.com/doc/4235431/il-Valore-del-lavoro"&gt;il Valore del lavoro&lt;/a&gt;</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/43922111</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/43922111</guid><pubDate>Tue, 29 Jul 2008 10:48:00 +0200</pubDate><category>Formazione politica</category></item><item><title>Una sinistra battuta nel proprio terreno dalla destra</title><description>&lt;p&gt;&lt;b&gt;il Riformista 28 luglio 2008&lt;br/&gt;&lt;/b&gt;&lt;i&gt;Allarmi Se il governo di destra le ruba anche l’anima&lt;br/&gt;&lt;/i&gt;&lt;b&gt;“Lo scippo, destino terminale della sinistra”&lt;/b&gt;&lt;br/&gt;&lt;b&gt;Antonio Polito&lt;/b&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Col caldo che fa, non si vorrebbe sprecare energie in cerca della sinistra. I suoi apparati politici si sono liquefatti, e stanno defluendo &lt;i&gt;down the drain&lt;/i&gt;, giù per il lavandino, come dicono gli inglesi. È il caso del congresso di &lt;b&gt;Rifondazione&lt;/b&gt;, che si è svolto nelle riunioni di corrente a porte chiuse proprio come un congresso democristiano di altri tempi. E che si è concluso nel peggiore dei modi, quasi sfiorando una scelta extraparlamentare.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma è anche il caso del gruppo dirigente del Pd, che quei voti lasciati liberi ora dovrebbe cercare, e che invece, quando non sfoglia la margherita (francese, spagnolo, tedesco… vocazione maggioritaria… non autosufficienza), scrive articoli di giornale. Ultimo in ordine di tempo quello di &lt;a href="http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&amp;currentArticle=IT590"&gt;Veltroni al “Foglio&lt;/a&gt;”, in cui si raggiungeva il massimo della contraddizione che nol consente: scoprire nel 2008 che &lt;b&gt;Berlusconi è inaffidabile&lt;/b&gt; personalmente e politicamente, e riproporsi come partner di un &lt;b&gt;dialogo parlamentare per cambiare regole del gioco&lt;/b&gt; che presuppongono la reciproca affidabilità delle parti. &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Però la cosa curiosa è che mentre la sinistra politica muore, di sinistra nel paese ce ne deve essere tanta, se i governanti della destra la evocano a ogni piè sospinto, le ammiccano compiacenti, la sdoganano ogni volta che possono. E prima &lt;b&gt;Tremonti con Robin Hood, e poi Berlusconi con il Welfare di Sacconi, e poi Brunetta che si autoproclama centrosinistra&lt;/b&gt;. Nella precedente legislatura berlusconiana, &lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giuliano_Cazzola"&gt;Giuliano Cazzola&lt;/a&gt; scrisse un articolo sul “Riformista” sostenendo che il governo di destra faceva politiche di sinistra senza dirlo. Ora lo dicono pure. Vuol dire che da quella parte i voti ci sono ancora, e comunque c’è un senso comune contro il quale non si può andare, senza rischiare di perdere la mente e il cuore del paese. I titolari del marchio sociale della sinistra ne sono sconcertati, irritati, quasi offesi. Lo sentono come un furto. E non riescono a capacitarsi di come sia possibile che un governo così smaccatamente di destra possa vantare politiche di sinistra.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ripetono pari pari lo stesso errore di sempre, Occhetto, Fassino o Veltroni non cambia niente, perché tanto hanno fatto le stesse scuole e letto gli stessi libri, e dunque, messi alla prova, hanno sempre le stesse reazioni. L’errore sta nel non capire più che cos’è, nell’Italia di oggi, una politica di sinistra. Faccio un esempio: i &lt;b&gt;fannulloni nella pubblica amministrazione&lt;/b&gt;. La sinistra continua a pensare che minacciarli e colpirli sia una politica di destra. Invece è una politica classicamente di sinistra, perché punta a ristabilire la parità di diritti e di doveri, in definitiva l’uguaglianza. Sono bastati gli annunci di Brunetta perché &lt;b&gt;gli statali si ammalassero il 18% per cento in meno&lt;/b&gt; in due mesi. Credete che nelle fabbriche, tra i giovani disoccupati, tra i nuovi poveri, la cosa sia stata presa male? Che sia scattata una forma di solidarietà di classe verso i compagni lavoratori statali che non possono neanche più godersi i loro tre giorni di malattia senza una visita fiscale? Pensate che sia un politica di destra? Lo pensa forse il Pd. Certamente lo pensò nella passata legislatura, quando un gruppo di parlamentari presentò il &lt;b&gt;disegno di legge Ichino per un’authority che sorvegliasse sulla produttività degli statali&lt;/b&gt;, e li premiasse o li punisse di conseguenza. Non se ne fece nulla perché la Cgil non voleva, e bisognava salvare la tranquillità del ministro del tempo, Nicolais, che sarebbe stata turbata da uno sciopero. &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Oppure prendiamo i precari. Ora la sinistra li cavalca di nuovo, per quell’emendamento un po’ subdolo che vorrebbe &lt;b&gt;togliere ai giudici del lavoro il potere di fare gli organici delle aziende&lt;/b&gt;. Ma la sinistra sui precari si è già bruciata. Perché - sorpresa delle sorprese - ci sono molti precari che preferirebbero restar precari piuttosto che diventare disoccupati. Durante il governo Prodi fu approvata una norma per la quale &lt;b&gt;non si potevano prorogare contratti a termine oltre i 36 mesi&lt;/b&gt;, nella convinzione cartesiana che avrebbe portato alla loro assunzione definitiva. Sembrò una fantastica politica di sinistra. Alcuni riformisti avvertirono che non funzionava proprio così. E infatti qualche mese dopo, scaduti i 36 mesi per migliaia di precari che lavorano in Rai, l’azienda non li assunse tutti in pianta stabile, ma tentò di mandarli via per prendere altri e nuovi precari, con grande incazzatura dei vecchi precari per cui quella legge era stata fatta. È qui, in questo spaesamento, &lt;b&gt;il cuore nero della sinistra che non sa diventare riformista&lt;/b&gt;. Avesse messo in riga i fannulloni, dato più lavoro anche se a termine, combattuto il crimine che colpisce i più deboli, forse sarebbe ancora al governo e Rifondazione esisterebbe ancora.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Oggi si trova davanti un governo che fa sì molti scappellamenti a destra (le maronate sugli immigrati, l’antimercatismo di Tremonti, lo statalismo bancocentrico sull’Alitalia) ma che realizzando quelle due o tre cose che avrebbe dovuto fare la sinistra le occupa lo spazio vitale, l’asfissia nell’opinione pubblica, e alla fine se la fagociterà se non arriverà per tempo un salvatore, qualcuno che ha capito come va il mondo di oggi semplicemente perché ci è nato.&lt;/p&gt;</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/43784621</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/43784621</guid><pubDate>Mon, 28 Jul 2008 10:28:26 +0200</pubDate><category>Formazione politica</category></item><item><title>Ceccanti su sistema tedesco e riforma elettorale</title><description>&lt;object height="500" width="100%"&gt;
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