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<rss version="2.0"><channel><description>Una selezione di articoli, foto, siti, interventi d’interesse per il Partito Democratico</description><title>Rassegna Stampa PD Mira</title><generator>Tumblr (3.0; @pdmira)</generator><link>http://pdmira.tumblr.com/</link><item><title>Governo: i perché delle riforme mancate (e il PD costruisca controproposte praticabili)</title><description>&lt;p&gt;&lt;b&gt;La Stampa&lt;/b&gt;&lt;b&gt; 23 novembre 2009&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;Ma il tappo non è Tremonti&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;LUCA RICOLFI&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Tre sono, in natura, le strategie di sopravvivenza: l’attacco, la fuga, la simulazione della morte. La tigre attacca, la gazzella fugge, ma il caso più interessante è quello degli animali che - di fronte al pericolo - assumono una postura di perfetta immobilità, o per mimetizzarsi con l’ambiente circostante o per fingersi morti. E’ il caso di molti rettili, del rospo, del camaleonte africano, del martin pescatore.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nella politica economica succede la stessa cosa. Se guardiamo alla storia della seconda Repubblica, non è difficile riconoscere le tre strategie. Nella breve stagione che va dal 1992 al 1998, ossia dalla svalutazione della lira all’ingresso in Europa, prevaleva l’attacco. I problemi venivano riconosciuti e affrontati a viso aperto, indipendentemente dal colore politico dei governi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Sono gli anni della finanziaria da 90 mila miliardi (governo Amato), della riforma delle pensioni (governo Dini), del protocollo sulla politica dei redditi (governo Ciampi), della modernizzazione del mercato del lavoro (governo Prodi), dell’ingresso in Europa (ancora Ciampi e Prodi). Nel biennio 2006-2008, invece, prevalse la fuga. Il secondo governo Prodi anziché approfittare della congiuntura favorevole scelse di aggravare i problemi: con la Finanziaria 2007 aumentando una pressione fiscale già altissima e affrettando la crisi; con quella del 2008 pianificando un deficit maggiore di quello tendenziale e contro-riformando le pensioni.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In tutto il resto dell’ormai lungo periodo che va da Mani pulite (febbraio 1992) a oggi la strategia dominante è la simulazione della morte. Nonostante alcuni timidi tentativi di affrontare i nodi strutturali dell’Italia (soprattutto nel biennio 2003-2004), il registro dominante è il non fare, o meglio il fare tante, tantissime, piccole cose, nessuna delle quali va al cuore dei problemi. E’ solo con gli ultimi due anni, tuttavia, che questa attitudine mai esplicitamente dichiarata diventa una strategia esplicita, una sorta di credo. Sia nel 2008 sia nel 2009, tornato Tremonti al timone dell’economia, il cardine della legge Finanziaria è il non intervento, la ferma volontà di non modificare gli andamenti tendenziali dell’economia. Né la pressione fiscale, né la spesa pubblica, né i saldi fondamentali vengono toccati in modo significativo dall’azione di governo. Siamo in apnea, aspettiamo che torni l’ossigeno, nel frattempo qualsiasi movimento va evitato perché può risultare controproducente. Un mirabile esempio di simulazione della morte.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La politica che non affronta i problemi non mi è mai piaciuta. Da Tremonti e dai suoi predecessori mi sono aspettato sempre molto di più di quello che hanno fatto. E tuttavia devo confessare che ultimamente capisco sempre di più l’inerzia di Tremonti. Non mi piace ma la capisco. Quel che mi ha fatto cambiare atteggiamento è che ho smesso di confrontare le idee di Tremonti con quelle dei suoi critici accademici (che parlano senza avere responsabilità istituzionali), e mi sono preso la briga di analizzare le alternative reali alla linea di Tremonti, ossia quelle sostenute da veri soggetti politici. Per alternative reali intendo le contro-proposte di politica economica avanzate in questi mesi sia dall’opposizione (soprattutto quelle del Pd) sia dalla fronda interna alla maggioranza (ad esempio la contro-finanziaria di Baldassarri, o le richieste del cosiddetto partito del Sud). Ebbene, a mio parere ciascuna di esse avrebbe avuto ed avrebbe conseguenze macro-economiche nefaste: le proposte del Pd sono pericolose sul fronte dei conti pubblici, quelle di Baldassarri (in particolare il taglio dei consumi intermedi) metterebbero in ginocchio la Pubblica amministrazione, quelle del partito del Sud farebbero esplodere la spesa. Insomma, mi verrebbe da parafrasare Sartori, che qualche anno fa - in piena bufera su Oriana Fallaci - titolò un suo articolo: «Uditi i critici, ha ragione Oriana».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Con ciò non voglio certo difendere il non fare, che anzi mi sembra a sua volta molto dannoso per il Paese (oltreché per il centrodestra, che grazie ad esso si avvia a perdere le elezioni politiche del 2013). Quello che però vorrei dire è che forse, tutti quanti, non valutiamo a sufficienza un punto: in politica le alternative non sono fra quel che il governo fa e quel che le menti illuminate pensano. In politica le alternative vere sono solo fra forze in campo, fra gruppi e schieramenti realmente esistenti. E finora le forze che hanno combattuto Tremonti lo hanno fatto quasi sempre in nome di politiche che, se messe in atto, sarebbero risultate più dannose della linea di contenimento praticata dal Tesoro.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ora però il quadro sta cambiando, e non è forse casuale né intempestiva l’uscita di ieri del &lt;a href="http://www.corriere.it/politica/09_novembre_22/cazzullo-brunetta-basta-veti-tremonti_278efd6a-d752-11de-a7cd-00144f02aabc.shtml"&gt;ministro Brunetta, che - in un’intervista al Corriere della Sera&lt;/a&gt; - ha vigorosamente invitato il Governo a cambiare passo. Brunetta in teoria ha ragione, il momento peggiore della crisi sembra passato (anche se le sue conseguenze dureranno ancora un bel po’), è tempo di riprendere il cammino di modernizzazione dell’Italia e, perché no, «di aprire una grande discussione nel Paese, che coinvolga tutte le intelligenze, comprese quelle, tanto vituperate, degli economisti». E’ venuto il momento di tornare a una strategia di attacco, come nei primi Anni 90, lasciandoci alle spalle questi due anni di «simulazione della morte». L’occasione è ghiotta perché, per la prima volta nella storia della seconda Repubblica, il governo non solo ha una schiacciante maggioranza in Parlamento, ma ha davanti a sé la strada spianata dall’&lt;b&gt;assenza di elezioni&lt;/b&gt;: &lt;b&gt;dal 22 marzo prossimo fino alla fine della legislatura (3 anni dopo) non ci saranno più test elettorali importanti, visto che non solo le Europee ma anche le Regionali saranno alle nostre spalle.&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E tuttavia c’è qualcosa che Brunetta e i critici del Tesoro non sembrano vedere: le riforme non sono una bottiglia di champagne, e non è il tappo di Tremonti che impedisce il brindisi. Se le riforme non decollano è innanzitutto perché gli italiani che le temono sono di più di quelli che sarebbero pronti a sostenerle davvero, accettandone i rischi, le tensioni, i prezzi da pagare. E proprio per questo uno schieramento politico riformista diverso dal partito della spesa, al momento, non esiste ancora. Le riforme che servirebbero richiedono coraggio, e nessun governo ne avrà mai abbastanza finché l’opposizione sarà come quella, faziosa e pregiudiziale, che Prodi e Berlusconi hanno incontrato sui rispettivi cammini. Né si vede come questo dato di fondo della politica italiana possa cambiare rapidamente. L’agenda del centro-destra è continuamente stravolta dalla necessità di salvare Berlusconi dai suoi processi. Quella del centro-sinistra dall’imperativo categorico di impedire che Berlusconi la faccia franca. Nessuno è disposto a interrompere il circolo vizioso. Nessuno ha la forza di rimuovere l’ostacolo che blocca il confronto, nemmeno Tremonti. Peccato, perché più passa il tempo e più arduo sarà venir fuori dal pantano in cui la politica ha precipitato il Paese.&lt;/p&gt;</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/254171873</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/254171873</guid><pubDate>Mon, 23 Nov 2009 10:27:55 +0100</pubDate><category>Economia &amp;amp; Lavoro</category><category>Luca Ricolfi</category></item><item><title>Il PD risale nei sondaggi</title><description>&lt;p&gt;&lt;b&gt;Repubblica 22 novembre 2009&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;MAPPE&lt;!-- fine OCCHIELLO --&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;!-- inizio TITOLO --&gt;&lt;b&gt;Pd, il risveglio del partito latente&lt;/b&gt;&lt;!-- fine TITOLO --&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;ILVO  DIAMANTI&lt;/i&gt;&lt;!-- fine FIRMA --&gt;&lt;!-- fine SOMMARIO --&gt;&lt;/p&gt;
&lt;!-- inizio TESTO --&gt;
&lt;p&gt;Il Partito Democratico sta crescendo. Nei  sondaggi, perlomeno. Al contrario dell’inizio del 2009, quando assegnavano al Pd  circa il 23%. Il che spinse Veltroni a dimettersi anzitempo, in febbraio.  &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Da un paio di mesi, invece, si assiste a una risalita, anche rispetto al  risultato delle elezioni europee di giugno (26% dei voti validi). I sondaggi, al  proposito, mostrano oscillazioni ancora significative. L’Ispo di Renato  Mannheimer situa il Pd intorno al 28%. Come Euromedia, diretta da Alessandra  Ghisleri, l’istituto di fiducia di Berlusconi. L’Ipsos di Nando Pagnoncelli,  invece, stima il Pd oltre il 30%. &lt;a href="http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/114724/il_popolo_del_pd_torna_a_casa_chissa_perche"&gt;Secondo il politologo Paolo Natale (su  Europa), avrebbe superato la soglia del 31%&lt;/a&gt;. Come spiegare una crescita così  continua (perlomeno nei sondaggi)? &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;1. Anzitutto, con l’effetto della  stagione congressuale. Lunga e contorta, come abbiamo rilevato - polemicamente -  prima dell’estate. Però è servita a strutturare un partito che prima non c’era.  La fase dedicata agli iscritti ha, appunto, restituito il Pd agli iscritti. E  gli iscritti al Pd. Ha, inoltre, attribuito un ruolo agli apparati locali e  centrali. Nel bene e nel male: si è ricostruita, in qualche misura,  l’organizzazione di partito. Le primarie, invece, hanno confermato la domanda di  partecipazione che anima gli elettori del centrosinistra. Vi hanno partecipato  circa tre milioni di persone. Tante. Questa mobilitazione ampia, durata mesi, ha  fornito visibilità a un partito a lungo “latente”. Ne ha risvegliato gli  elettori “latenti”. &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;2. Poi, oggi il Pd dispone di una leadership  legittimata dal voto degli iscritti e degli elettori. Dopo un confronto vero,  fra candidati che si sono sfidati senza esclusione di colpi. Questa divisione,  lamentata da molti, ha dato l’idea di una competizione aperta che, in passato,  non c’era mai stata. Nel 2005 e nel 2007 le primarie avevano “plebiscitato” un  candidato pre-stabilito. Certo, Bersani deve dimostrare di essere capace di  sottrarsi al condizionamento dei “soliti noti”. Ma dispone di un’investitura  ampia. Accompagnata da un grado di fiducia elevatissimo presso gli elettori (non  solo del Pd). Favorito dall’immagine di competenza e concretezza che sta  trasmettendo. Prima di lui, Franceschini aveva guidato il partito in condizioni  di emergenza. Erede di un leader dimissionario, era apparso - necessariamente -  un segretario provvisorio e di passaggio. Difficile, per il Pd, non essere  percepito, a sua volta, come un partito provvisorio e di passaggio. Oggi il Pd  non è divenuto un “partito personale”, ma è certamente meno impersonale di  prima. E la sospensione delle ostilità interne, la stessa uscita di Rutelli, ne  hanno rafforzato l’immagine di coesione e unità.&lt;/p&gt;
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&lt;p&gt;&lt;br/&gt;3.  Un ulteriore motivo della risalita del Pd, nelle stime elettorali, è  riconducibile all’asfissia delle formazioni di sinistra, ma soprattutto al  parallelo &lt;b&gt;calo dell’Idv&lt;/b&gt;. Che riflette un certo declino dell’immagine (e della  visibilità mediatica) del suo leader, Di Pietro. D’altronde, l’Idv è un partito  personale. Fino a ieri: Lista Di Pietro. Lo stesso dualismo con De Magistris ne  mina l’identità. Tuttavia, conta anche il ritorno di una domanda di opposizione  “politica” più che espressiva. Partitica più che personale. &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;4.  D’altronde, siamo entrati in una fase di campagna elettorale. Non tanto per le  minacce di voto politico anticipato. (Non se ne vedono le condizioni). Ma perché  sono prossime le &lt;b&gt;elezioni regionali&lt;/b&gt;. Le quali avranno, assai più che le europee,  un significato politico nazionale, oltre che territoriale. Per gli elettori e  per i partiti. Lo schema della competizione regionale, d’altra parte, è  “maggioritario” (e “presidenzialista”). E il risultato del voto avrà effetti  molto più diretti sulla realtà politica e sulla vita delle persone, rispetto  alle europee. Per cui, presso gli elettori, la domanda di “vincere” e di  governare è destinata a prevalere sulla voglia di fare opposizione e  sull’indignazione. &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;5. Ancora: la ripresa del Pd riflette quella del &lt;b&gt;Pdl.  Che i sondaggi stimano oltre il 38%&lt;/b&gt;. Nonostante la fiducia nel leader-premier  non sia cresciuta, ma semmai calata, dopo le elezioni europee. Tuttavia, la  figura di Berlusconi, in questa fase, ha ulteriormente polarizzato la meccanica  del sistema partitico. Anzi: l’ha bipartizzata. L’identificazione tra Berlusconi  e il Pdl - insieme alla centralità della questione giustizia - ha ridotto la  visibilità della Lega. Invischiata nella discussione sulla spartizione delle  candidature in vista delle prossime elezioni regionali. Definita su basi  rigidamente nazionali. E personali: attraverso il dialogo diretto e personale  fra Berlusconi e Bossi. Ebbene: anche la Lega, come l’Idv, appare in lieve  flessione, nei sondaggi. Perché l’asse della politica nazionale si è spostato  sul Pdl di Berlusconi. E valorizza, di riflesso, il Pd. &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;/p&gt;
&lt;!-- do nothing --&gt;
&lt;p&gt;Resta il problema di fondo. Il Pd è ancora lontano  dal Pdl: 7-8 punti percentuali. Il bacino elettorale a cui si rivolge, a  sinistra, si è ridotto. Il suo alleato più stretto, l’Idv, è divenuto un  competitor, a livello nazionale. Mentre sul territorio è un alleato debole,  perché non ha radici. Per cui dovrà riesaminare il tema delle alleanze,  guardando, necessariamente, al centro. All’Udc, più che a Rutelli (la cui uscita  non sembra avere scalfito, per ora, l’elettorato del Pd né quello dell’Udc).  Soprattutto, però, il Pd dovrà chiarire meglio il proprio progetto. La propria  offerta politica. Un ambito ancora nebuloso. Non può restare a lungo così. Né  può immaginare di affidare la propria identità al solo leader. Inseguendo il Pdl  di Berlusconi sul suo terreno (mediatico). Per tornare ad essere un’opposizione  credibile e possibile. Capace di raccogliere il voto di un terzo degli elettori.  E di attrarre altri partiti, intorno a sé. Senza divenire ostaggio di alleanze  tanto larghe quanto incoerenti. Il Pd: non può accontentarsi di rappresentare il  “male minore”.&lt;/p&gt;</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/253078693</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/253078693</guid><pubDate>Sun, 22 Nov 2009 15:43:36 +0100</pubDate><category>Organizzazione PD</category><category>ilvo diamanti</category></item><item><title>Bersani: al via la nuova Segreteria, c'è Davide Zoggia</title><description>&lt;p&gt;&lt;a id="aptureLink_ylooMtPR2s" href="http://www.scribd.com/doc/22843063"&gt;&lt;img title="radB6855 tmp" src="http://placeholder.apture.com/ph/660x390_ScribdItem/" width="440px" height="440px"/&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/251760191</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/251760191</guid><pubDate>Sat, 21 Nov 2009 10:53:00 +0100</pubDate><category>Davide Zoggia</category><category>Organizzazione PD</category></item><item><title>Dario Franceschini: "In 10 parole. Sfidare la destra sui valori"</title><description>&lt;p&gt;&lt;i&gt;&lt;b&gt;Europa 20 novembre 2009&lt;/b&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Franceschini: «Il Pd non favorisca i partitini»&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;L’ex segretario ha accettato di fare il capogruppo «perché siamo ancora giovani, non possiamo permetterci conflitti»&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;Rudy Francesco Calvo&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Chi temeva (o sperava) che la «gestione plurale», come ama chiamarla Bersani, avrebbe finito per annebbiare la piattaforma politica che ha sostenuto la candidatura di Dario Franceschini alle primarie del 25 ottobre, da ieri può stare un po’ più tranquillo (o indisporsi, dipende dai punti di vista).&lt;br/&gt;Lo stesso Franceschini lo ha fatto capire, spiegando i motivi che lo hanno portato ad accettare il ruolo di capogruppo alla camera e ribadendo la ragione principale per cui era sceso in campo: «Va bene stringere alleanze, ma non possiamo tornare a coalizioni come l’Unione, che non sono più credibili ».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;L’ex segretario ha presentato il proprio libro (&lt;a href="http://www.ibs.it/code/9788845264382/franceschini-dario/in-10-parole-sfidare.html"&gt;In 10 parole. Sfidare la destra sui valori&lt;/a&gt;), che raccoglie i dieci &lt;b&gt;Discorsi agli italiani&lt;/b&gt; pronunciati nella campagna congressuale, insieme a Renato Soru, &lt;a href="http://www.unita.it/news/italia/91486/franceschini_presenta_il_suo_libro_scintille_fra_scalfari_e_bertinotti"&gt;Eugenio Scalfari e Fausto Bertinotti&lt;/a&gt; («Mi ha invitato perché sono un esperto di sconfitte», scherza l’ex presidente della camera). In sala sono presenti anche molti sostenitori della sua corsa alle primarie, compreso Walter Veltroni.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;Incassati il (prevedibile) sostegno del patron di Tiscali e la notizia che il fondatore di Repubblica ha votato per lui alle primarie («Anche se quando ho saputo che aveva vinto Bersani non ho messo il lutto»), Franceschini risponde alle critiche che gli vengono mosse da Bertinotti (sulla necessità di ripensare il modello della sinistra riformista; sul presunto rapporto privilegiato con gli imprenditori, anziché con gli operai; sulla crisi del modello democratico), dimostrando che tra i riformisti e la sinistra radicale «ci sono elementi che ci uniscono, ma non sono sufficienti a governare insieme. Non basta avere un avversario comune ».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;Il presidente dei deputati dem contesta l’analisi bertinottiana della società, pur riconoscendo la crisi del sistema della globalizzazione, così com’è stato realizzato finora. «È un modello da riscrivere – spiega Franceschini – ma non si possono usare le categorie del secolo scorso. Debole non è più solo il lavoratore precario, ma anche l’artigiano, per esempio». A dar man forte a Franceschini ci pensa Scalfari: «Avete dimostrato che non capite la politica – dice rivolto a Bertinotti – quando eravate al governo l’avete sempre votato, è vero, ma l’avete anche segato, contestandolo in ogni occasione. D’altra parte avete anche illustri precedenti…&lt;br/&gt;Ingrao non ne ha mai azzeccata una!».&lt;/p&gt;
&lt;!-- more --&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;Il Pd, per l’ex segretario, deve trarre le dovute conseguenze: «Occorre andare oltre l’identità della sinistra, altrimenti si lascia spazio a chi non si riconosce in quella identità e si favorisce la frammentazione ». Un modo per rivendicare la semplificazione del quadro politico introdotta proprio con la nascita del Pd, per opporsi alla nascita di «forze politiche che difendono solo piccoli privilegi personali», ma anche per lanciare un messaggio a Bersani: «Non abbiamo bisogno di una nuova Udeur, non guidata da Mastella. Dobbiamo lavorare anche per riaggregare la sinistra e non per frammentarla ulteriormente, sperando che un pezzo si avvicini di più a noi».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Se la strategia del Pd è quella di circondarsi di partitini satellite, dall’Api di Rutelli a Vendola, socialisti, verdi e radicali, Franceschini garantisce quindi che la sua Area democratica farà sentire la propria voce.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;La strategia alternativa la spiega a Scalfari, che ammette di non aver capito il senso della “vocazione maggioritaria”: «Il Pd deve mettere in campo una linea includente, stringendo alleanze che non ci riportino all’Unione e non appaltino la ricerca del consenso ad altri. Gran parte dell’elettorato ormai si sposta con facilità da una parte all’altra: dobbiamo lavorare lì».&lt;br/&gt;Ricordando i tempi in cui era capogruppo dell’Ulivo, nella scorsa legislatura, si chiede: «Dall’altra parte ormai c’è un’alleanza tra due sole forze politiche, il Pdl e la Lega. Noi pensiamo di essere credibili tornando a una coalizione di 14 partiti?»&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nonostante la sconfitta e la volontà di ribadire le proprie idee, Franceschini mette un freno a chi, anche all’interno della propria area, è tentato dalla possibilità di lasciare il partito: «Se un progetto politico è giusto – sostiene – lo è anche quando non lo si guida». Sa bene che esiste ancora il rischio di una scissione ben più consistente di quella che si è configurata finora e proprio questo è stato uno dei motivi che lo ha spinto ad accettare la carica di capogruppo alla camera.&lt;br/&gt;«Il Pd è ancora giovane – spiega – la colla è troppo fresca e quindi va consolidato. Questa fase richiede che ognuno metta le proprie idee a disposizione di questo percorso. Non possiamo ancora permetterci una conflittualità interna ». Anche Scalfari condivide la linea: «Serrate le fila – dice appellandosi a tutto il partito – perché da un momento all’altro si può andare a votare».&lt;/p&gt;</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/251015233</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/251015233</guid><pubDate>Fri, 20 Nov 2009 19:39:00 +0100</pubDate><category>dario franceschini</category><category>Area Democratica</category><category>recensioni</category></item><item><title>Politica in tempo di crisi: la sfida del PD</title><description>&lt;p&gt;&lt;a id="aptureLink_zOrGBRIgT2" href="http://www.scribd.com/doc/22753209"&gt;&lt;img aptureproxy="55" height="440" width="440" src="http://placeholder.apture.com/ph/660x390_ScribdItem/" title="PD_crisi"/&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/249573151</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/249573151</guid><pubDate>Thu, 19 Nov 2009 13:09:36 +0100</pubDate><category>Alfredo Reichlin</category><category>Organizzazione PD</category></item><item><title>PD: lo spazio del cattolicesimo democratico</title><description>&lt;p&gt;&lt;a id="aptureLink_gDen0RBD7r" href="http://www.scribd.com/doc/22714631"&gt;&lt;img aptureproxy="55" height="390" width="440" src="http://placeholder.apture.com/ph/660x390_ScribdItem/" title="Binder1"/&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/248597500</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/248597500</guid><pubDate>Wed, 18 Nov 2009 18:00:16 +0100</pubDate><category>Area Democratica</category><category>Cattolici Democratici</category></item><item><title>La bontà del progetto-PD: una risposta a Rutelli, da parte di chi ben lo conosce</title><description>&lt;p&gt;&lt;a id="aptureLink_D1KISXetXc" href="http://www.scribd.com/doc/22649144"&gt;&lt;img aptureproxy="55" height="390" width="440" src="http://placeholder.apture.com/ph/660x390_ScribdItem/" title="Gentiloni"/&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/247163901</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/247163901</guid><pubDate>Tue, 17 Nov 2009 12:57:00 +0100</pubDate><category>Francesco Rutelli</category><category>Paolo Gentiloni</category></item><item><title>Il fantasma dell'anticomunismo si aggira per l'Italia</title><description>&lt;p&gt;&lt;a id="aptureLink_UlG3EKqYSW" href="http://www.scribd.com/doc/22602330"&gt;&lt;img aptureproxy="55" height="390" width="440" src="http://placeholder.apture.com/ph/660x390_ScribdItem/" title="SII1002"/&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/245960097</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/245960097</guid><pubDate>Mon, 16 Nov 2009 13:40:46 +0100</pubDate><category>ilvo diamanti</category></item><item><title>PD: il ritorno alla politica attiva dell'ex-segretario Veltroni</title><description>&lt;p&gt;&lt;b&gt;Corriere della Sera 15 novembre 2009&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt; &lt;/b&gt;&lt;i&gt;L’intervista - L’ex SEGRETARIO: in questi mesi ho taciuto di fronte a cose insopportabili&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;«Torno a partecipare alla vita del Pd»&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Veltroni: dobbiamo rinnovare profondamente la nostra classe politica al Sud &lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;Aldo Cazzullo&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Walter Veltroni, lei non ha anco­ra commentato la vittoria di Bersa­ni.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;«Era nell’ordine delle cose che po­tesse accadere. Il risultato va letto più in profondità. Le primarie sono andate bene: chi sosteneva che non si elegge così un segretario di partito aveva torto. Però sarebbe sbagliato nascondersi che è diminuito il nume­ro dei votanti, in un momento di scontro con Berlusconi molto più for­te che nel 2007, quando c’era il gover­no Prodi. Non c’è dubbio che ci siano stati meno entusiasmo, meno carica, meno partecipazione di giovani. Det­to questo, le primarie si rispettano».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Quindi lei resta?&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;«Ho detto che rispetto le primarie e il loro risultato. Rutelli se n’è anda­to. D’Alema ha dichiarato che in caso di vittoria di Franceschini avrebbe dovuto fondare un nuovo partito di sinistra. Io credo nel Pd, ci credo da sempre, anche quando tanti irrideva­no questa prospettiva. L’ho fondato. Il mio posto è qui. In questi mesi, per amore del Pd, ho taciuto anche di fronte a cose insopportabili. Vedo che ora si ricorre alle ‘veline rosse’, fogli secondo cui starei per andarme­ne dal mio partito. È un mondo che mi fa tristezza, che non frequento; so­no abituato a dire le cose in prima persona. Domani ci sarà la direzione del partito e andrò, con lo stesso spi­rito sereno di questi mesi. Avevo det­to che sarei rimasto fuori dalla fase congressuale, e l’ho fatto. Ora la fase congressuale è finita, e riprenderò a partecipare alla vita del Pd».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Cosa si attende da Bersani?&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;«Bersani è un segretario rispettato da tutti. Da me, che conosco le diffi­coltà di quel lavoro, lo sarà più che da altri. Spero che rispetti tutte le opi­nioni. Io vinsi le primarie con il 76%, e certo non ho dato al partito una conduzione solitaria: negli organi di­rigenti era rappresentato ogni orien­tamento, e le decisioni sono state pre­se senza dissensi. Bersani è stato elet­to con il 53%; il 47% non ha votato per lui. Sono convinto che la sua in­telligenza lo spinga a capire che il Pd va diretto rispettando le identità, le culture, le differenti posizioni. C’è bi­sogno di un Pd unito».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Che impressione le ha fatto l’ad­dio di Rutelli?&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;«Non lo condivido affatto. Ma non condivido neppure le reazioni. Non mi piace che aleggi, come nei tempi andati, l’accusa di tradimento. Quan­do sento definire un uomo indipen­dente come Calearo ‘uno che ha sba­gliato ristorante’, riconosco uno stile che credevo superato con la coraggio­sa svolta di Occhetto di vent’anni fa. Ma fa pensare anche sentire Tabacci, fino a ieri favorevole all’elezione di Bersani, dire oggi che con Bersani il Pd è troppo a sinistra. È come se si volesse far arretrare il Pd in un recin­to più tradizionale per fare spazio a posizioni centriste. Io resto fedele al progetto originario».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;E invece?&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;«Il rischio è che si ritorni allo sche­ma del centrosinistra col trattino. Il modello in verità non è l’Ulivo, per­ché l’Ulivo del ‘96 è diventato nel frat­tempo il partito democratico. Il mo­dello è l’Unione: coalizzare tutte le forze contrarie alla destra per impe­dirle di vincere le elezioni. Bene; ma poi? Così si costruiscono governi che faticano a stare in piedi. Senza una maggioranza riformista coesa non si cambia l’Italia, non si fanno la rivolu­zione verde, la lotta all’evasione fisca­le e alla precarietà, la battaglia per la legalità. E non si porta l’Italia fuori dalla guerra civile permanente».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Guerra civile?&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;«Quale altro paese ha avuto vent’anni di fascismo, la guerra fred­da con i morti per le strade, il terrori­smo, Tangentopoli, 15 anni di berlu­sconismo, con l’elemento permanen­te della mafia, delle stragi, di un gru­mo di oscurità? Quale altro paese pas­serebbe sotto silenzio la denuncia del procuratore Grasso, che all’Anti­mafia ha detto di vedere dietro le stragi del ’92 la ‘regia di un’entità esterna’?».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Quale entità esterna, secondo lei?&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;«Ci sono processi in corso; l’ulti­ma cosa che farei è interferire in un processo. Leggeremo le testimonian­ze. Certo c’è un rapporto tra mafia e politica. C’è una cappa di piombo che si preferirebbe non sollevare. Ve­do che Maroni e Bassolino concorda­no nel dire che il video dell’omicidio di Napoli non andava mostrato; inve­ce è giusto mostrarlo, perché ci ha da­to quella che Gadda chiamava la co­gnizione del dolore, e dell’indifferen­za. In campagna elettorale io dicevo che avrei schiantato la mafia, Berlu­sconi diceva che Mangano è un eroe. Sono segnali. Messaggi che si manda­no, come candidare o meno Cosenti­no. Ma la lotta alla mafia chiama in causa anche il Pd. Dobbiamo rinnova­re profondamente la classe politica al Sud, a partire dalle regionali. Facce nuove, energie nuove, prese anche dalla società civile. Uomini come Raf­faele Cantone, il magistrato che ha combattuto la camorra in Campa­nia» .&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Gli uomini che lei scelse dalla so­cietà civile non l’hanno delusa?&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;«Ricordo quando Berlinguer portò in Parlamento Natalia Ginzburg, Gi­no Paoli, Andrea Barbato, Altiero Spi­nelli, Alberto Moravia; personaggi che oggi sarebbero accolti dal sorri­setto ironico dei professionisti della politica. Io rivendico di aver portato in Parlamento Pietro Ichino, Umber­to Veronesi, Achille Serra, Salvatore Vassallo, il prefetto De Sena, intellet­tuali come Carofiglio, donne e uomi­ni che si battono per i diritti civili co­me Paola Concia e Jean-Léonard Touadi, imprenditori come Calearo e Colaninno, un operaio con una robu­sta intelligenza politica come Boccuz­zi… » .&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Rivendica pure la Madia?&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;«Mi fa piacere che si parli bene di Marianna Madia, e la si trovi intelli­gente e colta, ora che pare non so­stenga più le mie posizioni. Io la sti­mavo prima e la stimo ora».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Lei ebbe un ruolo anche nella scelta di Marrazzo. Cosa prova ades­so?&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;«Più che lo sconcerto politico per questa intricata vicenda, provo dolo­re per la persona e per la famiglia. Ciò non implica che sia sbagliato sce­gliere persone che non vengono dal­la politica. Ricordiamoci delle perso­ne che vengono dalla politica e si so­no macchiate di frequentazioni crimi­nali» .&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Perché Prodi ce l’ha tanto con lei?&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;«Psicologicamente lo capisco, ma il rapporto di stima tra noi non è mai cambiato. Prodi è stato convinto che il voltafaccia di Mastella sia stato pro­dotto dalla scelta, espressa al Lingot­to, della vocazione maggioritaria del Pd. Ma ci si dimentica della fatica quotidiana di quel governo. Dei cen­to sottosegretari, della crisi dopo un anno, della maggioranza appesa al re­spiro di Turigliatto, delle manifesta­zioni in piazza di ministri contro il governo, della riduzione drastica del consenso, della sentenza di un socio di maggioranza come Bertinotti che parlò di una fase politica conclusa. E poi quanto è accaduto dopo lascia credere che Mastella avesse matura­to il proposito di passare dall’altra parte. Proposito realizzato».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;La ‘vocazione maggioritaria’ non ha forse fallito?&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;«No. Non ho mai pensato all’auto­sufficienza del Pd. Pensavo, e penso, che il Pd debba costruire una maggio­ranza riformista. Posso ricordarle un dato che a molti sfugge? Nel 2008 la coalizione riformista ha preso gli stessi voti del Pdl. Nel ‘96 vincemmo perché la Lega andò da sola e avem­mo bisogno della desistenza di Rifon­dazione. Nel 2008 i riformisti hanno preso gli stessi voti della destra: mai accaduto prima nella storia d’Italia. Ora Rutelli dice: mi metto fuori e con­tratto. E in Sinistra e libertà affiorano venti di scissione. Ma se questa idea si fa strada si torna alla frammenta­zione, ai 19 gruppi parlamentari».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Il Pd non dovrebbe accettare il confronto sulle riforme, a comincia­re dalla giustizia?&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;«Anche questa legislatura a mio av­viso è ormai sprecata. Il mio schema era quello delle democrazie occiden­tali: maggioranza e opposizione se le danno di santa ragione, ma le rifor­me istituzionali si fanno insieme. Raf­forzare il potere di controllo del par­lamento, dimezzare il numero dei parlamentari e ridurne le retribuzio­ni, superare il bicameralismo a favo­re di una democrazia che decide non è un favore a chi governa. Siamo noi per primi che abbiamo interesse ad evitare il degrado delle istituzioni. Ma Berlusconi non vuole le riforme; vuole risolvere i suoi problemi. Non ci sono già più le condizioni per l’ac­cordo » .&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Cosa pensa dell’ipotesi di D’Ale­ma ministro degli Esteri dell’Ue?&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;«Le nostre profonde differenze po­litiche sono note, e si sono accresciu­te. Questo non mi impedisce di vede­re che la nomina di D’Alema sarebbe un’opportunità per l’Europa, per il paese e per il centrosinistra. Mi augu­ro vada in porto».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Dalla Lanzillotta a Vernetti, chi la­scia il Pd lamenta che non sia stata seguita la linea di Veltroni. È in cor­so la sua riabilitazione?&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;«So come va il mondo. Leggo che l’onorevole Marini si rallegra che il Pd non sia più un ‘partito frou-frou’. Da lui mi sarei atteso sem­mai qualche parola di autocritica sul voto in Abruzzo. Sono fiero della campagna del 2008, di essere stato in 110 piazze, quasi rimettendoci la sa­lute. Sono stato a pranzo con le fami­glie italiane, ho girato il paese tenen­domi agli antipodi dalla politica spet­tacolo. Ho lasciato, dopo la grande manifestazione del Circo Massimo (altro che partito liquido), un Pd con centinaia di migliaia di iscritti e un bilancio splendido. Soprattutto, cre­do di aver destato una speranza che non è ancora spenta. L’Italia oggi è un paese triste. Ma è anche un paese straordinario, pieno di talento e di energie. Un paese che potrebbe sboc­ciare. Io sento il dovere di continuare a servire il paese che amo. Di tenere vivo quel sogno che volevamo realiz­zare, e a cui insieme non possiamo rinunciare».&lt;/p&gt;</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/244858266</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/244858266</guid><pubDate>Sun, 15 Nov 2009 16:36:00 +0100</pubDate><category>Walter Veltroni</category></item><item><title>L'Alleanza per l'Italia di Rutelli: una sfida per il PD</title><description>&lt;p&gt;&lt;a id="aptureLink_19IN0EPj5y" href="http://www.scribd.com/doc/22542126"&gt;&lt;img title="alleanza per l'Italia" src="http://placeholder.apture.com/ph/660x390_ScribdItem/" width="440px" height="390px"/&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/243542599</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/243542599</guid><pubDate>Sat, 14 Nov 2009 12:16:36 +0100</pubDate><category>Francesco Rutelli</category></item><item><title>Il PD e il dopo-Berlusconi: l'esempio di Tremonti</title><description>&lt;p&gt;&lt;a id="aptureLink_HijKVUR8Pi" href="http://www.scribd.com/doc/22506013"&gt;&lt;img aptureproxy="55" height="390" width="440" src="http://placeholder.apture.com/ph/660x390_ScribdItem/" title="Crisi del Berlusconismo e PD"/&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/242512336</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/242512336</guid><pubDate>Fri, 13 Nov 2009 13:31:54 +0100</pubDate><category>Aldo Schiavone</category></item><item><title>Seconda Repubblica: uno sconsolato bilancio della situazione italiana</title><description>&lt;p&gt;&lt;b&gt;Corriere della Sera 12 novembre 2009&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;La Repubblica dei giocattoli &lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Il bilancio negativo di due progetti&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;GIOVANNI SARTORI&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La cosiddetta Se­conda Repubblica ce la stiamo go­dendo da un quin­dicennio. Qual è il bilancio a oggi? Quando ne scrive­ranno gli storici a mente più distaccata della nostra, probabilmente diranno, immagino, che non ha combinato quasi nulla di costruttivo. Ha mantenuto più che altro le infrastrut­ture materiali e di persona­le della Prima, peggiorate dall’usura del tempo e dal­la cattiva gestione, mentre ha brillato per l’invenzione di due «giocattoli»: il pro­getto Italia di Prodi e il pro­getto Italia di Berlusconi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il giocattolo di Prodi è oramai esploso, come era inevitabile, uccidendo pri­ma se stesso (il suo ultimo governo), poi Veltroni e Franceschini, così lascian­do in eredità a Bersani un partito dimezzato. Mi limi­to a ricordare che Rutelli, alle elezioni del 2001, ot­tenne quasi il 43% dei suf­fragi, mentre oggi come oggi Bersani, senza Rutelli, non può contare su più del 20% dell’elettorato. Il fia­sco del giocattolo di Prodi è davvero da manuale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Invece Berlusconi, all’ini­zio, nel 1994, non aveva in mente un progetto Italia; perduta la copertura di Cra­xi voleva soprattutto salva­re il suo nascente impero mediatico. Ma ebbe subito un’idea geniale, che poi di­ventò il suo giocattolo: por­si come anello di congiun­zione tra un Bossi e un Fini che allora neanche si salu­tavano. Nacque così uno strano terzetto che nel ’94 vinse le elezioni e lo inse­diò a Palazzo Chigi. Dopo sei mesi fu Bossi a silurar­lo. Ma quindici anni dopo lo strano terzetto (modifi­cato) è di nuovo, per la ter­za volta e più forte che mai, al governo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Modifica­to perché nel frattempo Berlusconi aveva messo a segno un altro colpo. &lt;b&gt;Il pro­getto prodiano era stato di fondere attorno a sé tutta la sinistra&lt;/b&gt;. Prodi ha coltiva­to questo disegno per una quindicina di anni senza cavarne le gambe. Berlu­sconi ha contromanovrato in un giorno, e tempo un anno ha messo assieme Forza Italia e An rifuse sot­to il nome di &lt;b&gt;Popolo della Libertà&lt;/b&gt;. Con i colonnelli di Fini diventati «suoi», suoi ministri, mentre Fini viene promosso per essere emar­ginato. Sembrerebbe un’altra operazione geniale andata a buon fine. Tanto più che la Lega, senza volerlo, gli ha regalato una legge elet­torale, il &lt;b&gt;Porcellum&lt;/b&gt; , che gli consente di presentarsi al­le elezioni da solo, di vin­cerle da solo, e così di otte­nere grazie al premio di maggioranza, il 55% dei seggi della Camera: il che lo svincolerebbe anche dal condizionamento di Bossi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Insomma, il giocattolo del Cavaliere ha sinora funzio­nato a meraviglia. Eppure la costruzione berlusconiana scricchiola. Forse il Cavaliere è logora­to dalla sua vita di «super­man » ( ipse dixit ). Forse è logorato perché il potere logora. Ma soprattutto scricchiola perché ha incu­bato un problema più gran­de di lui. Nonostante lo sgambetto iniziale, Bossi è diventato il suo alleato di ferro. E più Bossi si raffor­za, più diventa esigente. Di recente, a Venezia, ha ri­spolverato il suo grido di battaglia iniziale: «La Pada­nia sarà Stato indipenden­te ». Non succederà; ma già&lt;b&gt; il&lt;/b&gt; &lt;b&gt;fede­ralismo fiscale sta più che mai spaccando il Paese in due&lt;/b&gt;. L’Italia è sempre stata divisa tra un Nord più ricco e più puli­to, e un Sud clientelare e pove­ro. Finora il Nord ha accettato, sia pure con crescente malavo­glia, di sovvenzionare il Sud. Ma perché la Sicilia deve essere più indipendente della Pada­nia? Già, perché? Alle ultime elezioni Berlusco­ni in Sicilia ha stravinto. Gratis? Sicuramente no. E così la gestio­ne scandalosa dell’autonomia si­ciliana continua impunita e si moltiplica risalendo la peniso­la. Il Sud non vuole l’indipen­denza perché dipende dai soldi che riceve da Roma. Ma vuole gli stessi vantaggi che Bossi chiede per sé. Il nuovo «presi­dente » della Sicilia, Lombardo, è tosto; ed è un anti-Bossi in pectore. Il fatto è che quanto più Berlu­sconi concede a Bossi, e quanto più gli lascia spazio elettorale a Nord, di altrettanto il Pdl diven­ta un partito meridionalizzato che sempre più pesca i suoi voti al Sud. Ma il voto del Sud è parti­colarmente inquinato da mafie, clientelismo e corruzione. Non è un voto che si vince con la tele­visione, ma un voto che si deve pagare e comprare in loco. Per­tanto i genuflessi di Montecito­rio sanno che sul territorio i vo­ti se li debbono guadagnare, e quindi rialzano il capino facen­do sapere al gran capo che alla casa propria «ghe pensi mi». La cerniera Nord-Sud non tiene più, e si sta trasformando in un imprevisto boomerang.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;Al col­mo del suo potere il Cavaliere scricchiola&lt;/b&gt;, mi sembra, perché è la sua Italia che si scolla. Il «progetto Berlusconi» rischia anch’esso di esplodere, o di im­plodere, come il progetto Prodi. Come dicevo all’inizio, forse gli storici spiegheranno come me la vicenda della Seconda Re­pubblica: una repubblica del nulla che però è riuscita, sia con la sinistra che con la destra, a in­gigantire oltre misura il debito pubblico, a precipitare agli ulti­mi posti in Europa nel suo tasso di crescita, a perdere 15 punti nella produttività del lavoro, a salvare pensioni anticipate che nessun Paese si può permette­re, e via di questo passo. Quan­to ai prossimi (passi), io mi affi­do a San Gennaro.&lt;/p&gt;</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/241686118</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/241686118</guid><pubDate>Thu, 12 Nov 2009 19:40:00 +0100</pubDate><category>Giovanni Sartori</category><category>Riforme Istituzionali</category><category>federalismo</category></item><item><title>Modelli organizzativi per il PD: guardare avanti, senza nostalgie</title><description>&lt;p&gt;&lt;i&gt;&lt;b&gt;Europa 11 novembre 2009&lt;/b&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;Organizzazione, non si può tornare al Pci di trent’anni fa&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;Mario Rodriguez&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Quando sento parlare di riunioni sullo “stato del partito” e di una campagna per aprire 500 circoli sui luoghi di lavoro e di studio provo la stessa sensazione di Livia Turco: mi ricorda un tempo lontano, almeno trent’anni fa, ma diversamente dalla Turco, non mi dà nessuna gioia. Anzi, mi preoccupo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;Mi vengono in mente i ragionamenti che già allora si facevano per mettere a fuoco i problemi di un’organizzazione burocratica complessa come era il Pci anche se nessuno accettava questa definizione.&lt;br/&gt;Ricordo un piccolo gruppo di lavoro con Aldo Schiavone, Cesare Salvi e il sottoscritto per trovare forme di coordinamento e di “utilità” dei centri studi, il &lt;a id="aptureLink_hv7zFdd3Bj" href="http://www.centroriformastato.it/"&gt;Centro della riforma dello stato&lt;/a&gt; , il &lt;a id="aptureLink_cnzrhn24Ca" href="http://www.fondazionegramsci.org/"&gt;Gramsci&lt;/a&gt;  e il &lt;a id="aptureLink_FVSnbg2TxL" href="http://www.fondazionecespe.it/"&gt;Cespe&lt;/a&gt; . Ci si poneva il problema di come aprire un partito, fortemente strutturato, alle competenze esterne, non si usavano termini come chiusura o apertura, né autoreferenzialità o think tank. L’America era ancora lontana, ma al Cespe era spesso ospite il Nobel dell’economia Modigliani ed era chiaro che la politica non è la sintesi dei saperi ma una delle competenze necessarie per risolvere problemi attraverso le istituzioni di governo. Già in quegli anni in cui il Pci si misurò più direttamente con il governo emerse che uno dei nodi cruciali di un’organizzazione politica sarebbe stato sempre più il rapporto tra la società civile, gli eletti nelle assemblee rappresentative e gli organismi decisionali.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;Il partito di massa era una struttura piramidale, gerarchica, aveva come obiettivo l’elaborazione della linea da parte del suo gruppo dirigente e la sua diffusione attraverso l’organizzazione nella società. Il Partito dirigeva le componenti presenti nelle organizzazioni di massa.&lt;br/&gt;Finché ci sono state le &lt;b&gt;preferenze plurime&lt;/b&gt;, il Pci ha sempre organizzato, e con successo, l’elezione dei candidati. La scelta dei rappresentanti non era lasciata agli elettori ma era effettuata da cittadini che liberamente accettavano (spesso richiedevano) l’indicazione del partito. &lt;b&gt;L’indicazione del partito&lt;/b&gt; era la chiave. I candidati degli altri partiti, una volta conquistata la presenza in lista, competevano tra loro con tutti i mezzi disponibili per la preferenza degli elettori. Di qui gioie e dolori del nostro sistema elettorale.&lt;br/&gt;Per molti dirigenti comunisti &lt;b&gt;la direzione e il comitato centrale&lt;/b&gt; erano più importanti dell’essere parlamentare perché quelli erano i luoghi in cui si contava davvero e si decideva anche chi poteva diventarlo. Spesso, andare in parlamento era una forma di giubilazione se non di pensionamento.&lt;br/&gt;In quel contesto la forma dell’organizzazione aveva una forte coerenza con gli obiettivi che perseguiva, con le cose che faceva, con i suoi output. Era coesa perché chi vi aderiva la riteneva giusta o necessaria, certo efficace. Ed essendo l’esperienza più efficace della storia politica italiana è diventata quasi per tutti il paradigma di riferimento, il modello cui ispirarsi.&lt;br/&gt;Ma era una cultura indissolubilmente legata al suo tempo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;Oggi il contesto è profondamente cambiato e, ovviamente, il Partito democratico – come tutti gli altri partiti politici italiani – deve definire una cultura organizzativa del tutto nuova.&lt;br/&gt;Come ha sostenuto Bersani non c’è spazio per la nostalgia. L’obiettivo principale di una libera associazione è dare un senso all’adesione.&lt;br/&gt;Parte importante di questo senso, è poter di influire nelle decisioni, per passione, disinteressatamente, ma anche, spesso soprattutto quando le decisioni politiche influiscono sulla vita personale, interessatamente.&lt;br/&gt;L’elemento cruciale è quindi chi e come si decide. Da qui dipendono legittimità della leadership, autorevolezza e unicità di indirizzo.&lt;br/&gt;Con grande amore per la concretezza, Bersani ha fatto l’esempio di decisioni del tutto ordinarie: la strada, il termovalorizzatore, eccetera.&lt;br/&gt;Bene, restiamo a questo livello anche se la selezione dei candidati è forse più importante. Se ci sono opinioni diverse chi decide? Gli eletti o l’organizzazione territoriale corrispondente? Il sindaco o il segretario del circolo? Chi è legittimato a fare la sintesi? Qual è il metodo che garantisce una decisione migliore? Se non si pensa alle articolazioni del partito come ancelle degli eletti (non credo si pensi di ripristinare cinghie di trasmissione) ma come luoghi di consapevole partecipazione, bisognerà entrare nel merito e dire qualcosa di preciso.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;Non sarà facile perché dietro queste scelte ci sono quei grandi cambiamenti tecnologici e culturali che, aumentandone la complessità, hanno trasformato la nostra società che qualcuno ha definito “liquida”. Furono quei grandi cambiamenti a decretare la crisi definitiva delle tradizionali forme di organizzazione della rappresentanza (tutte) e quindi anche del partito politico di massa. La crisi non fu causata da mancanza di volontà, malevolenza, insufficienza delle persone ma dal cambiamento del contesto e dalla mancanza di chiavi interpretative efficaci.&lt;br/&gt;La necessità di trovare forme nuove e contemporanee di organizzazione non nasce con il Pd ma, almeno, all’inizio degli anni 80 quando l’avvento della società post industriale fu accelerato e consolidato dall’avvento della società dell’informazione dominata dalla tv: la cosiddetta “rivoluzione silenziosa”. La caduta del Muro di Berlino e Tangentopoli sono state solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;&lt;b&gt;Un po’ di sociologia&lt;/b&gt; farebbe bene alla politica e anche al Pd. Una maggior apertura verso le culture nate nell’&lt;b&gt;esperienza organizzativa delle aziende&lt;/b&gt; farebbe bene ai tanti politici di formazione letteraria e filosofica. Qualche ragionamento sull’evoluzione delle organizzazioni complesse e sul &lt;b&gt;passaggio da forme piramidali a forme piatte e a rete&lt;/b&gt; non farebbe male anche per strutturare le organizzazioni politiche. Uno dei convegni di studio di cui ha bisogno il Pd è quello sui modelli organizzativi. Un convegno aperto ai sociologi dell’organizzazione, ai manager, non solo ai giuristi sempre pronti a cercare la soluzione tecnica a livello di government piuttosto che la soluzione efficace, a livello di governance.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;Come si articola oggi quella funzione essenziale che svolgono i partiti politici di cerniera tra società civile e istituzioni democratiche? Cosa devono fare i circoli e le federazioni? Non sarà che la “sintesi” diventa difficile perché, nella nostra società “liquida”, l’autorevolezza delle gerarchie è in crisi e la ridefinizione dell’autorità della leadership – se non vuole essere &lt;b&gt;mediatico carismatica&lt;/b&gt; – deve comunque passare da &lt;b&gt;forme ampie di negoziazione&lt;/b&gt;, partecipazione e coinvolgimento nelle decisioni?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Come Bersani nella sua relazione, non uso la parola &lt;b&gt;“primarie”.&lt;br/&gt;&lt;/b&gt;In quell’esperienza, diventata parte della cultura materiale del Pd, c’è molto da precisare ma anche un indirizzo di fondo da confermare per costruire le risposte di cui il Pd ha bisogno: il baricentro dei processi di legittimazione delle decisioni conviene ed è bene sia sempre più spostato verso la società, oltre i confini del partito.&lt;br/&gt;E al partito spetta il grande compito di organizzare questo &lt;b&gt;flusso di legittimazione&lt;/b&gt; democratica.&lt;br/&gt;È questa la sfida che la modernità pone a chi crede in un agire politico che non considera i cittadini audience, folla o tifoseria. E pensa che i partiti debbano esistere perché accrescono l’efficacia delle istituzioni e la qualità della democrazia e non solo perché se ne parla nella Costituzione.&lt;/p&gt;</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/240150453</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/240150453</guid><pubDate>Wed, 11 Nov 2009 11:14:45 +0100</pubDate><category>Mario Rodriguez</category><category>Organizzazione PD</category></item><item><title>Il linguaggio del PD: per parlare alle masse</title><description>&lt;p&gt;[ricordate &lt;a href="http://pdmira.tumblr.com/post/201805231/pierluigi-bersani-per-un-nuovo-modo-di-comunicare-in"&gt;un botta /risposta sul Sole 24 ore&lt;/a&gt;, qui riportato, a forza di citazioni catoniane? Questo l’intervento odierno di Serra, sulla complessità del linguaggio della sinistra, e sui tentativi bersaniani di staccarsi dal &lt;i&gt;glamour &lt;/i&gt;delle gestioni precedenti, verso una concretezza d’approccio che tratti “il popolo” da adulto, con modi pacati e non da imbonitore]&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;a id="aptureLink_OLWVIYjdBM" href="http://www.scribd.com/doc/22352497"&gt;&lt;img aptureproxy="57" height="390" width="440" src="http://placeholder.apture.com/ph/660x390_ScribdItem/" title="serra"/&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/238969128</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/238969128</guid><pubDate>Tue, 10 Nov 2009 09:47:00 +0100</pubDate><category>Michele Serra</category><category>pierluigi bersani</category></item><item><title>Nuovi assetti PD: l'area popolare sottorappresentata?</title><description>&lt;p&gt;&lt;b&gt;&lt;a id="aptureLink_JyvCoBoaKW" href="http://www.scribd.com/doc/22306400"&gt;&lt;img aptureproxy="57" height="390" width="440" src="http://placeholder.apture.com/ph/660x390_ScribdItem/" title="marini1"/&gt;&lt;/a&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;L’Unità 8 novembre 2009&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;I malumori dei cattolici &lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;Andrea Carugati&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Chi temeva un Bersani day all’insegna della nostalgia per il Pci-Pds-Ds è stato seccamente smentito. Ieri alla Fiera di Roma è andata in onda una guerriglia in casa ex ppi che ha fatto pensare a un congresso della vecchia Dc. Marini a chiedere posti per la sua area sottorappresentata, Franceschini irritato («Franco ha troppo istinto protettivo, noi non vogliamo posti»), Fioroni alternante tra la sonnolenza (durante la relazione di Bersani) e la fibrillazione per un incarico agognato e non ancora arrivato. Mentre Rosy Bindi ed Enrico Letta, freschi di incoronazione a presidente e vicesegretario, venivano sostanzialmente scaricati dai vecchi “compagni” della Dc. «Anch’io vengo dai popolari, quella di Marini mi sembra una rivendicazione correntizia», dice Rosy. Più sornione Letta: «Solo scosse di assestamento, mi aspettavo molto peggio, Bersani ha parlato solo con Dario perché è lui il capo della mozione…».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Già, la mozione, o meglio «l’area», che c’era e forse da ieri non c’è più. Il nervosismo parte tra giovedì e venerdì, quando Bersani, a sorpresa, sceglie come vice Letta, punta i piedi sulla Bindi presidente e sceglie come capogruppo alla Camera Franceschini. Difficile dire che manchino ex diccì nella stanza dei bottoni, ma Marini e Fioroni sono insoddisfatti. Il primo cullava l’idea che Bersani insistesse per averlo come presidente (ma smentisce: «Sarebbe assurdo pretendere ruoli a 76 anni»). In alternativa, si è tentata la carta di Fioroni vicesegretario, ma nella notte tra venerdì e sabato è arrivato lo stop di Bersani. Tagliati fuori. Eppure proprio loro due, a differenza di Dario, già durante la campagna per le primarie avevano lanciato diversi ramoscelli d’ulivo a Bersani e soprattutto a D’Alema, mentre «Dario» picchiava duro.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E così &lt;b&gt;Marini, mentre dietro le quinte la trattativa era ancora in corso, ha fatto un intervento durissimo dal palco&lt;/b&gt;, per dire che sì, «da questo approdo non torniamo indietro», ma se Bersani vuole davvero una gestione unitaria, sappia che «la struttura del partito lascia scoperta un’area». In parole più semplici: «Mio figlio mi chiederà “te le hanno date le chiavi di casa?”, ma io le chiavi in tasca non le ho. Non mi impicco alla questione del vicesegretario, ma il tema deve essere affrontato. Non siamo marginali, perché la mozione ha preso il 34% alle primarie. Chi sono questi? Dei coglioni?». Gelo in sala. Franceschini prende subito le distanze e Fioroni sbuffa: «Io così i miei in periferia non li tengo, ci sono pressioni ad andare con Rutelli…». Ma per ora non pensa al trasloco: «Nessuno può sfrattarmi da casa mia».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma non è chiaro che incarico avrà: probabilmente la conferma al settore istruzione. «È anche troppo», malignano amici della Bindi. Intanto &lt;b&gt;Vasco Errani&lt;/b&gt;, dato realmente in pole-position per il &lt;b&gt;coordinamento della segreteria&lt;/b&gt;, si avvia verso il terzo mandato come presidente dell’Emilia Romagna. Sabato l’assemblea del Pd emiliano gli chiederà di ricandidarsi, e lui avrebbe già dato l’ok. Troppo alto il rischio, si ragiona in area Bersani, di un cambio a pochi mesi dalle regionali.&lt;/p&gt;</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/237898349</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/237898349</guid><pubDate>Mon, 09 Nov 2009 10:04:00 +0100</pubDate><category>Franco Marini</category><category>Beppe Fioroni</category><category>Organizzazione PD</category></item><item><title>Il nuovo PD di Bersani: In costruzione</title><description>&lt;p&gt;&lt;b&gt;&lt;img src="http://media.tumblr.com/tumblr_kssph0EmPv1qz77h6.bmp"/&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;L’Unità 8 novembre 2009&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;IL NUOVO PD MODELLO BERSANI SI GIOCA TUTTO&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;IL PARTITO E L’ALTERNATIVA&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;Pietro Spataro&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Da oggi il Pd non è più quello di ieri. Via le citazioni, i pantheon e le frasi a effetto, lo stile Bersani è un’altra cosa: concretezza, riformismo, fatti. Certo, questo comporta anche meno emozione. Ma l’uomo è così, spiegano i suoi. È uno con il passo da montanaro, come dice Franco Marini. Anche la scenografia dell’assemblea che lo ha incoronato terzo segretario del Pd dava il segno del mutamento: moquette rossa, un po’ di verde, bianco sullo sfondo. E un podio sistemato ad altezza delegato. Il messaggio: il leader è in mezzo a voi, come voi. È questo uno dei segnali più forti del nuovo corso. Bersani lo ha spiegato così: voi non siete una folla, ma siete un largo gruppo dirigente. Quindi no a un partito con un uomo solo al comando. Sì a un partito invece nel quale contano le idee. Che non ha paura delle responsabilità e che punta su un mix di organizzazione e freschezza della società. E che infine non cede alla nostalgia ma si mette alla ricerca di una nuova identità. Impresa difficile, ovviamente.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Già ieri qualche avvisaglia di tensioni da spartizione di posti si è avvertita. Marini l’ha chiesta dal palco, Fioroni nei corridoi. E’ il pericolo da cui il segretario deve guardarsi: se il Pd finisce nel meccanismo perverso dei pesi e contrappesi saranno guai. I tre milioni delle primarie non hanno votato per questo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’altro versante del “Bersani style” è in una parolina antica come la sinistra: alternativa. Che vuol dire: alleanze larghe nel recinto del centrosinistra ma anche in quello dell’opposizione (l’Udc, insomma). Il Pd di Bersani vuole giocare in campo aperto. E vuole sfidare Berlusconi dettando l’agenda e non rincorrendo la sua. A partire dalle riforme che vanno fatte ma respingendo le spinte populiste e puntando su superamento del bicameralismo perfetto e legge elettorale che consenta di scegliere i parlamentari. Allo stesso modo la giustizia va “aggiustata” ma guardando ai problemi del cittadino e non a quelli del premier. La parte più robusta è quella economica, condensata in uno slogan: il lavoro al centro. Se questa impostazione entrerà nel Dna del nuovo Pd Berlusconi se la vedrà con un’opposizione più insidiosa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Tuttavia non è cosa facile dettare l’agenda all’uomo che riesce a dettarla da 15 anni. Ma soprattutto va evitato anche solo il rischio che il confronto sulle riforme non finisca per apparire un cedimento. Per il Pd la prova comincia oggi. Bersani sa che per lui, ma non solo per lui, è una prova senza appello. La benedizione di Prodi arrivata in serata è un buon segnale. Così come lo è una donna della tenacia di Rosy Bindi alla presidenza. Ora tocca al segretario, che nel suo discorso ha ricordato Alda Merini, riuscire a dimostrare, per citare la poetessa, che per l’Italia non è «perduta ormai la via della speranza».&lt;/p&gt;</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/237041211</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/237041211</guid><pubDate>Sun, 08 Nov 2009 15:58:51 +0100</pubDate><category>pierluigi bersani</category><category>Organizzazione Politica</category></item><item><title>PD ed evoluzione della forma-partito nell'Italia di oggi</title><description>&lt;p&gt;&lt;i&gt;&lt;b&gt;Repubblica 8 novembre 2009&lt;/b&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;MAPPE&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;I partiti personalizzati svuotano la democrazia &lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;ILVO DIAMANTI&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Mentre ieri l’Assemblea del Pd proclamava Pierluigi Bersani segretario del partito, Rutelli se n’era già andato, insieme ad altri ex-democratici. Anche se non è chiaro dove approderanno. Nell’orbita dell’Udc, probabilmente. Ne è convinto Casini, che ha preconizzato, per il proprio partito, il raddoppio della base elettorale. Anche se i sondaggi, per ora, non hanno rilevato variazioni nelle stime di voto dell’Udc e del Pd. Il quale appare, anzi, in crescita. L’Udc diverrebbe, in questo caso, un partito diverso.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;D’altronde, è una fase incerta, che coinvolge non solo Rutelli e Casini, il Pd e l’Udc, ma il sistema politico italiano nell’insieme. Scosso da tensioni trasversali agli schieramenti e ai partiti. Basta rammentare la turbolenza che investe, in questa fase, l&lt;b&gt;‘Idv&lt;/b&gt;, dove la leadership di Antonio Di Pietro subisce la concorrenza di Luigi De Magistris. Anche nell’altro versante, però, si colgono alcune crepe. Nel Pdl cresce l’insofferenza di alcuni leader nei confronti del protagonismo e delle scelte di Tremonti. E, parallelamente, cresce l’insofferenza di Tremonti verso le pretese degli altri ministri di condizionarlo - e di ridimensionarlo. Avvisaglie - per alcuni versi - della “guerra di successione” (preventiva) a Berlusconi. Perfino nel regno monocratico della Lega emerge una timida ricerca di autonomia personale rispetto alla leadership di Bossi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Questi casi, profondamente diversi, riflettono l’equilibrio instabile del sistema politico italiano, dove è difficile - quasi impossibile - distinguere le persone dai partiti e i partiti dalle persone. Rutelli, per ora, è un leader senza partito. Alla ricerca di un partito. Senza movimenti, fondazioni, comitati oppure liste che lo sostengano. Mosso da intenti che meritano rispetto. Ma vaghi. L’accusa rivolta al Pd, di essere il Pds senza la “S”, evoca un rischio concreto. Tuttavia, il richiamo a un soggetto politico riformista e moderato è un po’ generico. Tutti in Italia - salvo la sinistra radicale ormai fuori gioco - si definiscono tali. Riformisti e moderati. Inoltre, pare difficile che il riferimento ai valori gli permetta di attrarre gli elettori cattolici del Pd. I quali, peraltro, non sono troppo sensibili al richiamo della Chiesa, su questi temi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Anche l’Udc, a cui Rutelli guarda con interesse (ricambiato), è un “partito personalizzato”. Riassunto, a livello nazionale, da Casini. Altri leader, come Tabacci, godono di ampio credito, al di là dei confini del partito. Ma, per questo, non lo rappresentano e non lo identificano. D’altronde, il distacco dell’Udc dal centrodestra nasce dal rifiuto di Casini di confluire nel Pdl nel dicembre del 2007. Per non recitare, in eterno, la parte della “giovane promessa” (felice formula di Edmondo Berselli). Per non sparire, insieme all’Udc, nel PMM, il Partito Mediatico di Massa. Casini, allora, preferì spostarsi al centro. Cioè: alla periferia del sistema bipolare. (Aiutato da Bossi e dalla Lega). Mentre Fini si “ritirò” a Montecitorio. Visto che il gruppo dirigente di An, in larga maggioranza, non avrebbe accettato di sfidare il Cavaliere. Fini. Altro leader senza partito. Interpreta il ruolo di presidente della Camera da protagonista politico.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’Udc, tuttavia, non è un “partito personale” (secondo la definizione di &lt;b&gt;Mauro Calise&lt;/b&gt;). Non è il Pdl e neppure la Lega. È una rete di gruppi personali e di interessi locali. Un arcipelago sopravvissuto alla scomparsa del continente democristiano. Casini offre loro un’immagine comune. Una regia nazionale. Il riferimento all’identità cattolica, peraltro, è importante, ma non “distintivo”. D’altronde, la Chiesa, per tutelare i propri valori e interessi, preferisce agire in proprio. Rivolgersi ai partiti maggiori e soprattutto al governo. Non alle formazioni minori. L’Udc, per questo, è un partito ” personalizzato”. Orientato dalle strategie personali del leader, ma anche da quelle dei gruppi dirigenti locali e della base elettorale. Per metà, insediata nel Centrosud. Zone di forza: Sicilia e Calabria. Per questo, l’arrivo di Rutelli ne può accrescere la visibilità. Il peso politico. Ma non i voti. Non più di tanto, comunque, fino a quando resterà in vigore questa legge elettorale - ironia della sorte: voluta dall’Udc - che premia le coalizioni e schiaccia chi sta in mezzo. Nell’Udc crescerà , semmai, la concorrenza “personale”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;D’altronde, nel Pd, Rutelli era divenuto “periferico”, dopo la sconfitta nell’elezione a sindaco di Roma, un anno e mezzo fa. E dopo la vittoria di Bersani al congresso e nelle primarie del Pd. Afflitto anch’esso dal dualismo fra partito e persone. Ma in senso contrario rispetto agli altri casi. Perché il Pd tende ad apparire oggi una sorta di “partito impersonale”. Il che non è un male, se ci si riferisce a un partito non ridotto a una sola persona; dove il peso organizzativo e associativo è più importante del leader. Ma la definizione suggerisce dell’altro. Un’identità politica pallida. Oltre al sospetto che il potere effettivo di Bersani - per quanto legittimato dal voto degli iscritti e dei simpatizzanti - sia condizionato, nel retroscena, dai soliti noti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La politica personale - o impersonale - rende, dunque, vulnerabile soprattutto il centro-sinistra. Nell’altro versante, il rapporto fra partito e persona è diretto. Berlusconi, in particolare, non è solo il leader unico del Pdl. Ma “impersona” l’ideologia condivisa dagli elettori. Dove pubblico e privato si confondono, nell’esercizio e nella “messa in scena del potere”, attraverso i media, che egli stesso controlla.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nell’Idv, al contrario, Di Pietro, oscurato da mesi in tv (e non solo per volontà della destra), ha perso consenso e fiducia popolare. Mentre la concorrenza di De Magistris sta logorando le fondamenta (personali) del partito. Questa seconda Repubblica. Ridotta a un catalogo di combinazioni tra partiti e persone. Partiti personali, personalizzati e impersonali. Accanto a persone senza partito e in cerca di partito. Evoca una democrazia povera. (Povera democrazia!). Di idee e di identità. Di passione e partecipazione. Speriamo che passi presto.&lt;/p&gt;</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/237017357</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/237017357</guid><pubDate>Sun, 08 Nov 2009 15:23:00 +0100</pubDate><category>Ilvo Diamanti</category><category>Organizzazione Politica</category></item><item><title>Assemblea Nazionale PD: il giorno di Bersani</title><description>&lt;p&gt;&lt;b&gt;&lt;img src="http://media.tumblr.com/tumblr_ksqupmCJCa1qz77h6.jpg"/&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;L’Unità 7 novembre 2009&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;Pd, il giorno di Pier Luigi Bersani. Rosy Bindi eletta presidente del partito&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E’ il giorno di Pier Luigi Bersani. Davanti alla platea dei delegati eletti alle ultime primarie, l’Assemblea nazionale del Partito Democratico, l’ex ministro è stato ufficialmente eletto nuovo segretario e si è rivolto al paese e al partito con un discorso denso  di proposte, dalla crisi economica alle riforme istituzionali. Grande attenzione naturalmente al profilo del partito, al suo rafforzamento e alla sua organizzazione; fair play nei confronti dei due candidati sconfitti, Dario Franceschini e Ignazio Marino, che Bersani promette di valorizzare e coinvolgere.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E’ anche il giorno delle nomine nei nuovi organismi, dai vicesegretari ai dipartimenti tematici, passando per il nodo particolarmente importante della presidenza del partito. L’assemblea nazionale ha scelto come &lt;b&gt;presidente Rosy Bindi&lt;/b&gt;, eletti subito dopo i due vicepresidenti dell’assemblea nazionale: &lt;b&gt;Ivan Scalfarotto&lt;/b&gt; e &lt;b&gt;Marina Sereni&lt;/b&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;[NdR: vicesegretario, infine, proclamato &lt;b&gt;Enrico Letta;&lt;/b&gt; &lt;b&gt;Tutti gli eletti&lt;/b&gt;,&lt;a href="http://www.lunita.it/news/italia/90921/dalla_a_alla_z_i_nomi_degli_eletti"&gt; &lt;b&gt;qui&lt;/b&gt;&lt;/a&gt;].&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ecco il discorso integrale di Bersani:&lt;/p&gt;
&lt;!-- more --&gt;
&lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;&lt;b&gt;Care democratiche e cari democratici, cari amici e cari compagni&lt;/b&gt;,&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;&lt;br/&gt;prima di ogni altra cosa voglio che da questa nostra Assemblea venga un saluto affettuoso al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e un ringraziamento per la personalità, la forza e l’equilibrio con cui sta esercitando il Suo altissimo ruolo di garanzia.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Un saluto voglio rivolgere anche a nome vostro a Romano Prodi. Lo sentiamo qui con noi nelle radici profonde della nostra grande avventura e conosciamo l’affetto e l’attenzione con cui segue le vicende del nostro e del suo Partito.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;br/&gt;&lt;i&gt;Un ringraziamento anche a tutti quelli che ci hanno portato fin qui in una vicenda complessa, difficile, ma esaltante. In particolare un ringraziamento a Dario Franceschini che mi ha preceduto in questo ruolo e che si è confrontato lealmente con me e con Ignazio Marino in nome delle migliori prospettive del Partito. &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Nei temi che ricorrono in questa relazione c’è ovviamente molto di mio, ma anche non poco di loro perché mentre ci confrontavamo ho cercato sempre di ascoltarli. Infine un ringraziamento e un saluto cordiale ai Rappresentanti delle quaranta Ambasciate che sono presenti oggi e che testimoniano con la loro presenza il rilievo del nostro appuntamento.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Ho detto più volte che non credo al Partito di un uomo solo ma ad un collettivo di protagonisti. So bene che la formazione di un collettivo deve avere forme nuove e contemporanee; ma rinunciarvi, per un partito popolare, non sarebbe andare avanti, sarebbe regredire.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Dunque mi rivolgo a voi non come ci si rivolge ad una folla ma come ci si rivolge al largo gruppo dirigente del nostro Partito corresponsabile con me di questa nostra straordinaria avventura. Vi propongo subito e con chiarezza i nostri essenziali compiti. Costruire il Partito, preparare l’alternativa. Sono compiti che richiedono un lavoro importante per durata e per profondità. Inutile cercare scorciatoie o immaginare strade senza inciampi. Cerchiamo piuttosto di darci solidità, di darci una tranquilla certezza di noi stessi e obiettivi chiari. La forza c’è e la si è vista in questi mesi. La sera delle primarie ho detto che dentro la vittoria di tutti c’era anche la mia vittoria. E’ stata davvero una vittoria di tutti. Più di 400.000 (466.573 pari al 56% aventi diritto) iscritti hanno partecipato ai congressi di circolo, più di 3 milioni (3.102.709) di cittadini hanno votato alle primarie.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Una spinta enorme, un incoraggiamento enorme!&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Quante cose possiamo capire meglio dopo questa vicenda!&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Cose che riguardano noi e cose che riguardano l’Italia. Cose che riguardano noi innanzitutto. Ad esempio la evidente sintonia fra iscritti e cittadini elettori ci dice, al di là della contingenza, una cosa molto profonda, che purtroppo abbiamo avuto in dubbio fin qui e che ora possiamo fissare con certezza. E’ possibile immaginare un grande Partito in cui organizzazione ed apertura alla società si tengono, non sono in tensione od in alterità ma possono rafforzarsi reciprocamente. E’ un assunto determinante per indicarci la strada. Ma più ancora da questo nostro percorso è venuta una parola nuova all’Italia, una parola che non dobbiamo lasciare spegnere, una parola sulla questione democratica aperta nel Paese, sulle possibili prospettive della nostra democrazia. Ancor più dopo queste settimane, noi siamo orgogliosi di sentirci costruttori di un Partito. Orgogliosi, perché costruendo un Partito realizziamo la nostra Costituzione che parla di Partiti e non di popoli. Costruendo un Partito in un modo nuovo e con larghi meccanismi di consapevole partecipazione noi diciamo con i fatti che esiste un’altra modernità alternativa alla deformazione populista e plebiscitaria del nostro quadro politico e costituzionale. Una novità che può venire dall’innovazione dei partiti secondo regole che siamo pronti a discutere in applicazione dell’art. 49 della Costituzione. Una novità che può venire dal rafforzamento e dalla riforma del sistema parlamentare. Una novità che può venire da una legge elettorale che riconsegni ai cittadini la scelta dei parlamentari.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Un mese fa, alla nostra Convenzione ho descritto come in molti Paesi del mondo emerga una caduta di efficacia e quindi di credibilità della democrazia rappresentativa per la natura dei problemi e dei poteri che si muovono oggi nel mondo, problemi e poteri difficili da afferrare e da riportare al controllo dei cittadini rappresentati; ho cercato di dire come nella particolare situazione italiana tutto questo possa scivolare in deformazioni e semplificazioni regressive della rappresentanza col rischio di rimpicciolire il nostro Paese nel contesto delle grandi democrazie mondiali, ne impedirebbe la modernizzazione, lo lascerebbe ostaggio delle sue arretratezze.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Ho anche detto, e lo ripeto qui, che questo rischio non può essere affrontato con una impostazione difensiva o nobilmente conservatrice. Ci chiamiamo Democratici perché poniamo al Paese il problema di una democrazia efficiente. Ci chiamiamo Riformisti perché vogliamo le riforme. Noi rifiutiamo in radice l’idea che il consenso venga prima delle regole, che la partecipazione democratica significhi eleggere un capo, che la società civile sia ridotta a tifoseria. Riconosciamo, nel contesto delle grandi democrazie del mondo, la pari dignità di modelli parlamentari e di modelli presidenziali bilanciati. Ma rivendichiamo per il nostro Paese in ragione della nostra grande tradizione costituzionale e in ragione delle concrete nostre condizioni sociali, culturali e storiche, un modello parlamentare rinnovato, rafforzato e reso efficiente. E quindi avanziamo una nostra idea di riforma. Un idea di riforma che non affidiamo al cosiddetto dialogo, parola malata ed ambigua, ma al confronto trasparente nelle sedi proprie e cioè nel Parlamento. &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Proponiamo di partire da quattro punti:&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p class="MsoListParagraphCxSpFirst"&gt;&lt;i&gt;·         Superamento del bicameralismo perfetto, Senato federale, riduzione del numero dei parlamentari, rafforzamento delle funzioni reciproche di Governo e Parlamento;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p class="MsoListParagraphCxSpMiddle"&gt;&lt;i&gt;·         Attuazione dell’art. 49 della Costituzione con una coerente e moderna legislazione sui partiti;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p class="MsoListParagraphCxSpMiddle"&gt;&lt;i&gt;·         Nuova legge elettorale che consenta ai cittadini di scegliere i Parlamentari, attraverso un confronto con le forze politiche cominciare da quelle dell’opposizione senza escludere una legge di iniziativa popolare;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p class="MsoListParagraphCxSpLast"&gt;&lt;i&gt;·         Nuove norme sui costi della politica fissando parametri che ci mettano stabilmente e chiaramente nella media comparata dei principali Paesi europei;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;br/&gt;&lt;i&gt;Queste sono le nostre priorità sul fronte istituzionale e costituzionale. Altre ne segnalerò più avanti sul fronte economico e sociale. Non pretendiamo di imporre queste priorità ma non accetteremmo che l’agenda delle riforme ci fosse semplicemente dettata da altri. Voglio dire una parola chiara anche sul tema della giustizia, sul quale insiste una confusa pressione da parte di Governo e maggioranza, paradossalmente in assenza di proposte leggibili. Se parliamo del servizio-giustizia noi non pensiamo che le cose vadano bene così. Al netto delle immancabili eccezioni, la giustizia è un servizio inefficiente e negato a gran parte dei cittadini. Nella crisi economica attuale, ad esempio, le recenti norme sulla giustizia civile appaiono palliativi di fronte ad un sistema in cui le relazioni economiche non hanno un vero presidio e chi esige un proprio diritto è spesso nell’abbandono e non raramente nella disperazione.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Vogliamo discutere, nella crisi, di norme urgenti e radicali sulla giustizia civile; vogliamo parlare di ragionevole durata del processo? Vogliamo partire da qui e affrontare, a partire da qui i problemi che hanno rilievo anche nella dimensione costituzionale? Siamo d’accordo. Ma non possiamo non vedere l’enorme difficoltà di un confronto totalmente e unicamente centrato sull’equilibrio dei poteri e soprattutto invaso dall’insuperabile interferenza di questioni che si riferiscono alle situazioni personali del Presidente del Consiglio, e segnato dall’aggressività e dalla volontà di rivincita scagliate contro il sistema giudiziario e la Magistratura; sono sentimenti ed intenzioni che oggettivamente inquinano la discussione. E’ in grado la maggioranza di liberare il tavolo da queste ipoteche? Questa è la domanda, ed è una domanda ineludibile. Obiettivamente ineludibile.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;In questa lunga campagna congressuale ho cercato di mettere al centro un tema che ripropongo qui. Fra questione democratica e questione sociale c’è un nesso inscindibile. Dobbiamo sapere che nella divisione e nella incomunicabilità di queste due questioni c’è la nostra sconfitta. Nella loro consapevole connessione c’è la prospettiva vincente dell’alternativa. Parliamone al concreto. Le condizioni reali dell’economia e della società non hanno un reale rilievo nella discussione pubblica e nel confronto politico. Ciò avviene perché il sistema è deformato non solo dal lato dell’informazione e della comunicazione ma nei suoi aspetti strutturali cioè nella formazione delle decisioni. &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;La narrazione fatta di cieli azzurri e di nuvole passeggere che ci ha costretti all’immobilità e all’impotenza davanti alla realtà dei problemi non avrebbe potuto aver luogo se la formazione delle decisioni e delle leggi non fosse stata imbrigliata da un meccanismo che consente la nomina dei Parlamentari, che consente la valanga di voti di fiducia e di decreti omnibus, e che induce alla passività non solo la società politica ma, inevitabilmente, anche quella civile. Come nel gioco delle tre carte il luogo e il tempo per discutere i problemi reali sono sempre altri. Il vuoto viene coperto da divagazioni addirittura paradossali su cui si adagia il conformismo. Abbiamo discusso per alcuni giorni di posto fisso mentre decine di migliaia di precari il posto fisso lo stavano trovando a casa loro!&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Tutto questo alza un muro pericoloso fra dimensione sociale e realtà istituzionale e politica. Riscopriamo che senza dialettica politica e parlamentare non c’è dialettica sociale, non c’è la possibilità di inquadrare una gerarchia di problemi davvero riconoscibile dai cittadini. Parliamo dunque con linguaggio di verità di questa crisi. La crisi non è psicologica, non è una nuvola passeggera, non l’abbiamo alle spalle. Nessuno di noi vuol fare il pessimista o il catastrofista. Pretendiamo semplicemente che si riconosca che abbiamo un problema serio, un problema che non si risolve da sé, un problema che altri non risolveranno per noi. Pretendiamo, dopo diciassette mesi, che il Governo si rivolga al Parlamento e al Paese con una analisi realistica e con proposte e intenzioni che mostrino finalmente la consapevolezza della situazione internazionale e nazionale.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;La situazione internazionale, innanzitutto. Abbiamo alle spalle la crisi finanziaria? A guardare profitti e bonus delle grandi banche del mondo si direbbe di sì. Ma ciò deriva da fiumi gratuiti di denaro che arrivano dalle Banche Centrali e che vanno su azioni e titoli piuttosto che sull’economia reale mentre i default delle famiglie possono ancora crescere, mentre le difficoltà delle imprese aumentano, mentre il livello di capitalizzazione della Banche resta inadeguato. Ciò sospinge a una tendenza di fondo. Le banche non si prendono rischi nuovi verso l’economia reale. Intanto, niente di veramente sostanziale si è mosso per la riforma dei mercati finanziari e c’è un rischio reale di tornare a poco a poco dove si era prima. Quanto all’economia reale, la domanda mondiale è bassa, i paesi esportatori in particolare soffrono, c’è una sovraccapacità produttiva difficile da assorbire. Il sostegno pubblico alla domanda che avviene nei più grandi Paesi del mondo è una ricetta necessaria che tuttavia mette sul futuro non solo l’ipoteca del debito ma anche il rischio di riproporre gli stessi modelli squilibrati nelle relazioni economiche mondiali che sono stati la vera origine della crisi. Solo negli Stati Uniti e nel Giappone si affaccia l’idea peraltro ancora incerta di correzioni del modello di crescita. Altrove non se ne vede traccia. Si tratta di correzioni che dovrebbero essere il vero nuovo orizzonte delle politiche progressiste nel mondo sul quale avviare un confronto internazionale che ancora non si vede. Percome si muovono le cose nella dimensione mondiale non possiamo pensare che gli altri risolvano i nostri problemi. Noi abbiamo alle spalle lunghi anni di minor crescita a causa di condizioni che, se non corretta, agiranno ancora facendoci uscire più lentamente di altri dalla crisi.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Tutto ci dice che nell’inerzia tornare per noi alle condizioni del 2007 sarà una strada lunga. Bisogna che non sia troppo lunga. Se permettiamo cioè che l’impatto della recessione sia troppo duro sull’apparato produttivo ne avremo danni difficili da rimediare. Se lasciamo che la recessione indebolisca ancora la nostra già incerta attitudine ad un salto tecnologico del sistema produttivo ne avremo danni difficili da rimediare. La sostanza è che rischiamo un ridimensionamento strutturale delle nostre attività e quindi difficoltà serie nel dare prospettive di lavoro alle nuove generazioni. Per questo invochiamo una risposta nazionale ad uno sforzo che solleciti nel Paese il contributo anche di chi non sta vivendo la crisi, per fronteggiare con più determinazione i rischi che si affacciano. Non ci si presenti per favore, con una finanziaria fatta di segnali irrilevanti. Ci servono misure vere.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;E’ ora di recuperare il tempo perduto e di affrontare una nuova agenda sia dal lato dell’emergenza, sia dal lato delle riforme.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Parliamo dunque di emergenza. Molte piccole e medie imprese non hanno fiato sufficiente per una crisi lunga. Il loro fiato si chiama liquidità. La liquidità è fatta di pagamenti, di pagamenti della Pubblica Amministrazione, di carico fiscale, di accesso al credito e di costo del credito. Si devono scegliere dentro a questo mix soluzioni più concrete e forti di quelle viste fin qui. Non vado nei particolari. Siamo pronti a dire la nostra. Anche la capitalizzazione delle imprese può servire a dar fiato purché non sia affidata a meccanismi barocchi ed estranei al senso comune della nostra imprenditoria.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Ancora sull’emergenza. Gli ammortizzatori. Non è vero che tutto funziona. C’è un problema di massimali, c’è un problema di prolungamento della cassa ordinaria, c’è un problema di erogazione della cassa in deroga, c’è una larga scopertura del precariato. Molte famiglie di lavoratori sono in gravi difficoltà, alcune sono nel dramma.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;E ancora: per rianimare i consumi bisogna cominciare a portare risorse ai reddito medio-bassi impoveriti (salari, stipendi, pensioni) e a chi è sotto la soglia di povertà. Per stimolare minimamente l’economia ci vuole un grande piano di immediate piccole opere da affidare ai Comuni e un potenziamento degli interventi per il risparmio e l’efficienza energetica. Tutto questo costa. Costa peraltro poco di più di quella sciagurata manovra di inizio legislatura che tra abolizione totale dell’ICI, cancellazione della tracciabilità nei pagamenti, straordinari e Alitalia ci fece sprecare più di dieci miliardi mentre la crisi era già lì. Sappiamo bene che per affrontare sia l’emergenza che le riforme bisogna garantire l’equilibrio dei conti. Lo si può ottenere solo in tre modi:&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Abbandonare i tagli lineari e mettere le mani nei meccanismi che generano la spesa pubblica a cominciare dai grandi comparti e dall’acquisto di beni e servizi imponendo a tutti i livelli, centrali, regionali e locali e a tutti i centri di spesa le migliori pratiche e riorganizzando su questa base la Pubblica Amministrazione;&lt;br/&gt;Incrementando la fedeltà fiscale non solo con tecniche deterrenti ma con meccanismi che introducano in modo fisiologico una riduzione dell’evasione e del nero e spostando altresì il carico fiscale dal lavoro alla rendita, a cominciare da quella finanziaria;&lt;br/&gt;Migliorare i tassi di crescita con riforme capaci di attivare le forze di mercato.&lt;br/&gt;Sono operazioni a volte scomode, davanti alle quali è facile che tremi la mano. Ma non si può pretendere che le rose del Governo siano senza spine. Davanti ad una assunzione di responsabilità esplicita, concreta e visibile da parte del Governo noi non ci sottrarremmo a qualcuna di quelle spine. Ma se continuiamo a sentirci dire che il problema non c’è o che si può aggiustare con palliativi per noi diventa davvero difficile discutere. Uno strumento formidabile per fronteggiare la crisi è il sistema delle autonomie, Nel momento in cui più forte potrebbe essere il suo coinvolgimento sia sul versante degli investimenti, sia sul versante sociale (a partire dalla risposta alle nuove povertà e a questioni acute come quelle dell’immigrazione) noi assistiamo ad un tradimento vero e proprio dei Comuni che non sanno né come fare i bilanci né come muovere le risorse che hanno. Propongo dunque come prima iniziativa di mobilitazione del Partito una assemblea di mille Amministratori del PD aperta ad Amministratori di ogni orientamento per denunciare il federalismo delle chiacchiere ed affermare quello dei fatti (non si pensi, a cominciare dalla Lega, di poter raccontare qualsiasi favola con noi che stiamo zitti!).&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Parliamo adesso di riforme. Preparare l’alternativa vuol dire riprendere l’orizzonte di riforme economiche e sociali e proporre una nostra agenda. Il record di dieci anni di governo di cui Berlusconi si vanta ci ha dato propaganda prossima a mille e riforme prossime a zero. Come nell’emergenza, così nelle riforme, noi partiamo dal lavoro. Il lavoro è il problema numero 1 del Paese, il lavoro deve essere il primo impegno del nostro Partito. Lavoro e impresa. Quando dico lavoro intendo dire lavoro e impresa a cominciare dalla piccola e media impresa. Chiarisco subito che noi avremo un nostro punto di vista e una nostra posizione autonoma in questo campo, così come su tutto l’arco delle riforme, come si conviene ad un grande Partito popolare che riconosce e difende l’autonomia delle forze sociali, sindacali e di impresa e sollecita un confronto con loro a partire però da una sua idea di società e senza essere a rimorchio di nessuno.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Al concreto noi mettiamo al centro  una politica dei redditi contro l’impoverimento dei redditi da lavoro compresa l’esigenza di garantire soglie minime di reddito, di salario e di pensione;  l’allestimento di un percorso largamente unificato e progressivamente garantito per l’ingresso al lavoro dei giovani,  la necessità di uno sguardo di prospettiva sull’impianto del sistema pensionistico alla luce dei suoi effetti sulle nuove generazioni.&lt;br/&gt;Una rivisitazione della legislazione sull’immigrazione e sulla cittadinanza.&lt;br/&gt;Poniamo altresì il tema di una ripersa delle politiche industriali e di ricerca che per noi si riferiscono agli orizzonti indicati dal progetto Industria 2015 e un riorientamento di investimenti e consumi nella chiave dell’economia verde. L’economia verde dovrà essere da qui in poi un motore della crescita, nel campo industriale, dell’edilizia, dei trasporti e delle energie rinnovabili. Abbiamo proposte precise da discutere e chiediamo che non ci si distragga col tentativo illusorio di afferrare qui e ora in Italia un nucleare di terza generazione.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Vogliamo essere il Partito dell’ammodernamento del Welfare, capace di presidiare con una vera cultura di governo (che comprende anche per intenderci la sostenibilità finanziaria) quei beni che non intendiamo affidare al mercato e per i quali pretendiamo un approccio universalistico: salute, istruzione, sicurezza. La nostra valutazione è questa. In questi sistemi assistiamo prevalentemente ad una riduzione e a un degrado dell’offerta, realizzati con violenti tagli lineari e con la predisposizione di battage ideologici, dal grembiule, alle ronde, ai fannulloni e con un approccio ai temi della Pubblica Amministrazione non in chiave di riorganizzazione ma in chiave di richiamo all’ordine. I risultati li vediamo nell’impoverimento dell’organizzazione scolastica e formativa che si scarica su studenti, famiglie, insegnanti e nella condizione di disagio estremo in cui lavorano gli operatori della sicurezza. Decreti e voti di fiducia in tutte queste materie non hanno portato soluzioni, hanno portato problemi. Chiediamo che sia possibile finalmente una discussione nel merito, a cominciare ad esempio dalle nuove norme sull’Università, nelle quali riconosciamo alcune delle nostre indicazioni e che siamo quindi interessati a discutere, con il solo vincolo di una riconsiderazione dei tagli indiscriminati che si sono abbattuti su Università e Ricerca. Il Partito che presidia e ammoderna le grandi tutele sociali e i meccanismi di inclusione e di integrazione è anche il Partito che combatte per l’apertura e la regolazione dei mercati, che si oppone a meccanismi monopolistici, corporativi e di posizione dominante e a meccanismi confusi che agganciano il pubblico agli interessi del privato così come avverrebbe con le norme che si affacciano sui servizi pubblici locali. E’ il Partito, come ho detto più volte, che sta con chi bussa alla porta e non con chi la tiene chiusa e che pretende che il cittadino consumatore e utente sia rispettato, che considera l’equità del carico fiscale un obiettivo di civiltà e ritiene i condoni una vergogna e una iattura.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Un programma di apertura e civilizzazione del mercato ha davanti a sé in Italia un terreno vastissimo di iniziativa ed alcune priorità: quella che riguarda ad esempio la possibile riproduzione di posizioni dominanti nei diversi ambiti in cui si articola oggi l’informazione e la comunicazione. E’ un Partito il nostro, che sospinge l’evoluzione dei diritti civili e che ha nei suoi cromosomi gli articoli 2 e 3 della Costituzione che non ammettono distinzione alcuna nei diritti inviolabili delle persone; un Partito che non accetta una posizione discriminata delle donne nell’economia, nella società, nelle Istituzioni. A questo proposito una forza politica che compone un’Assemblea come questa e con questa presenza femminile non può accettare che l’Italia sia al quattordicesimo posto in Europa e al cinquantunesimo nel modo per rappresentanza delle donne nelle Assemblee elettive, per tacere della loro presenza (o assenza) nei Consigli di Amministrazione. Io credo che qui, nei centri decisionali, ci sia il cuore della discriminazione che deve essere affrontata con interventi normativi su un sistema transitorio di quote che il Partito Democratico deve avanzare sollecitando un movimento di opinione. Infine, ma non per ultimo, noi vogliamo essere il Partito dell’unità del Paese nel suo assetto autonomistico e federale e poniamo la questione drammatica e acuta del Mezzogiorno nella sua sintesi fra situazione economica e occupazionale, rinnovamento politico, civile, amministrativo e affermazione della legalità. Non possiamo certo ridurre questo tema ad una discussione pro o contro la Banca del Sud.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Ospiteremo in un luogo aperto di Partito intellettuali, coscienze critiche e nuove energie per proporre un progetto nuovo di legalità e di crescita che attacchi la pletora dell’intermediazione polit.ca e amministrativa, che valorizzi le reciprocità fra nord e sud, che sia palestra vera per la formazione di nuove classi dirigenti.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Al di là di questi essenziali e doverosi cenni non voglio qui fare un discorso programmatico. Voglio solo fissare un punto: non potremo costruire davvero una alternativa vincente senza suscitare la fiducia nella possibilità di una stagione di riforme e di avanzamenti civili e sociali. Né questa dimensione riformista può affermarsi, tanto meno nei luoghi più dinamici della nostra società, senza che il Paese si percepisca in una dimensione meno ripiegata e più vasta, e cioè innanzitutto nella dimensione europea. Questo mi pare essere il più profondo lascito e la più sicura indicazione che vengono dall’esperienza dell’Ulivo e della leadership di Romano Prodi.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Essere in Europa: sia nel porci all’altezza delle migliori esperienze europee senza farcene sopravanzare come sta largamente avvenendo, sia nell’affermare il nostro Paese come soggetto trainante dell’integrazione; un ruolo questo che con i Governi della destra ci è totalmente sfuggito di mano e che dobbiamo assolutamente riprendere.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Il 1° dicembre entrerà in vigore il Trattato di Lisbona. Le cose cambiano. Siamo contenti e orgogliosi che si discuta, pur in un percorso incerto e complesso, della candidatura in un ruolo di altissima responsabilità di una personalità italiana e cioè di Massimo D’Alema. E’ una novità importante il fatto che questa candidatura sia emersa non nella classica forma intergovernativa ma come indicazione politica delle forze progressiste europee e che questa proposta abbia avuto un aperto apprezzamento dalla quasi totalità delle forze politiche italiane. Vogliamo affrontare le novità che vengono dal nuovo Trattato nel solco dell’indicazione del Presidente Giorgio Napolitano che ha detto così: “Se non ci si libera dalle pastoie dell’Europa intergovernativa non c’è futuro per l’integrazione e se l’integrazione ristagna o regredisce non c’è futuro per l’Europa ( e quindi per noi stessi nel mondo)”. Credo non si possa dire meglio. Vogliamo quindi, al concreto, che il nostro Paese sia alla testa dei processi di cooperazione rafforzata che il nuovo Trattato consente. Vogliamo che nei luoghi della responsabilità multilaterale, dal G 20 al Fondo Monetario Internazionale, i Paesi europei non vadano in ordine sparso. Vogliamo che dopo l’Euro si coordino finalmente le politiche di bilancio e che nella crisi l’Europa parli ai cittadini con proprie iniziative di investimento, con l’univocità delle politiche di salvataggio di banche e imprese e delle politiche industriali, e con un impulso forte all’integrazione del mercato interno. E vogliamo che l’Europa torni a darsi un orizzonte politico, quell’orizzonte che le destre europee hanno svilito e che le forze progressiste non riescono ancora ad interpretare. Un orizzonte politico.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Sono trascorsi venti anni dalle rivoluzioni del 1989 nell’Europa centrale ed orientale che posero fine al socialismo dispotico e segnarono un fondamentale spartiacque storico. La fine del comunismo in Europa apparve come un evento epocale che concludeva definitivamente il ventesimo secolo con dieci anni di anticipo sulla cronologia. Ci fu in quegli anni chi sostenne che alla guerra fredda stesse per succedere lo “scontro tra civiltà” che il destino del mondo fosse l’incomponibilità dei conflitti tra culture diverse o chi ritenne che si fosse giunti alla fine della storia”, interpretando la caduta del muro di Berlino come l’evento culminante della storia universale. Si è venuto delineando in questi anni un mondo che non coincide con nessuna di quelle previsioni. Un mondo che ha conosciuto mutamenti profondi, una straordinaria rivoluzione scientifico-tecnologica in particolare nel campo delle comunicazioni; un mondo in cui hanno fatto irruzione sulla scena paesi come l’India e la Cina; che ha conosciuto processi di democratizzazione, ma anche nuove fratture come quella intervenuta tra occidente e mondo islamico. Un mondo che non ha ritrovato ancora un nuovo equilibrio. Viviamo, a vent’anni dal crollo del muro, una stagione ricca di enormi potenzialità ma anche gravida di contraddizioni e di pericoli in un mondo attraversato da una rete sempre più fitta di legami di interdipendenza basati sugli scambi economici e sui mezzi di comunicazione ma segnato insieme da un deficit enorme di regolazione dei fatti globali e da guerre, terrorismo e violenza. L’Europa deve nutrire l’ambizione di contribuire alla costruzione del nuovo ordine mondiale di cui si avverte l’urgente necessità. Solo una Europa unita può assolvere a un tale compito. Quale Paese europeo potrebbe davvero affrontarlo da solo?&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;br/&gt;&lt;i&gt;L’America di Barack Obama offre all’Europa la possibilità di rafforzare le relazioni transatlantiche. I due pilastri dell’occidente possono collaborare in un quadro più aperto e multilaterale per promuovere meglio regole di governo del sistema economico e finanziario, per promuovere la sicurezza e la pace, per contrastare il riscaldamento del pianeta.&lt;br/&gt;Alcune delle ferite aperte nel mondo ci coinvolgono più da vicino e più direttamente. In particolare gli sviluppi della vicenda afghana appaiono estremamente preoccupanti. Siamo persuasi che un fallimento degli sforzi della Comunità internazionale di stabilizzare l’Afghanistan avrebbe conseguenze molto gravi nell’intera regione. Il Partito Democratico esprime un forte e convinto apprezzamento per i militari italiani che nel contesto di una missione promossa dalle Nazioni Unite operano in Afghanistan con dedizione e professionalità pagando anche un alto tributo in termini di vite umane. Avvertiamo tuttavia l’esigenza di una riflessione sulla tormentata vicenda afghana. Occorre dirsi la verità: senza conquistarsi il sostegno attivo della popolazione afghana agli obiettivi di pacificazione del Paese perseguiti dalla Comunità internazionale il rischio che la stabilizzazione non proceda è enorme. La posta in gioco per l’occidente in quella regione è alta ma la si può vincere solo producendo miglioramenti nella condizione di vita dei cittadini afghani. Ecco perché occorre realizzare la revisione strategica di cui parla da mesi il Presidente degli Stati Uniti. E’ auspicabile inoltre un ruolo più attivo dell’Europa su tutte le questioni riguardanti il processo di pace in Medio Oriente che resta in uno stallo preoccupante e pericoloso. Un ruolo che verrebbe certamente visto molto favorevolmente nella regione e non solo dai Palestinesi. Non aggiungo altro.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;br/&gt;&lt;i&gt;Il partito democratico ha sempre auspicato che sulle scelte di politica estera vi fosse convergenza tra le grandi forze che rappresentano il popolo italiano nel Parlamento della Repubblica. Oggi avvertiamo la necessità di lavorare perché l’Italia sfugga ad un destino di marginalizzazione sulla scena internazionale. Il rischio di una Italia ininfluente l’abbiamo visto aleggiare in questi mesi. Lo diciamo unicamente preoccupati del buon nome dell’Italia: ad esempio non fanno bene al nostro Paese posizioni oltranziste sull’immigrazione. Il problema è enorme e siamo convinti che l’Unione Europea debba fare di più ma il nostro Paese non può sottrarsi al dovere di fornire asilo e protezione a chi ne ha diritto e necessità né riteniamo che l’Italia possa scegliere le posizioni più arretrate e miopi sul tema della cittadinanza.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;In conclusione l partito democratico lavorerà, oggi dall’opposizione, domani dal governo perché l’Italia resti fedele all’ispirazione europeista, consolidi sulla base di un rapporto dignitoso e paritario l’alleanza con gli Stati Uniti, mantenga il profilo di una nazione aperta alle esigenze dei paesi più vulnerabili, si impegni perché avanzi un governo vero dei processi globali.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;b&gt;Costruire il Partito, preparare l’alternativa.&lt;/b&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Care Democratiche, cari Democratici,&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Dobbiamo costruire il Partito che abbiamo promesso ai cittadini che ci guardano, ai militanti che ci sostengono, ai milioni di persone che ci hanno sollecitati ad andare avanti e ad avere una fiducia sicura nel nostro grande progetto. Teniamo dunque fermi i punti di fondo. Nessuna nostalgia dive imprigionarci o trattenerci; dobbiamo sentire invece la responsabilità del nuovo da costruire. Saremo un Partito che, nel bipolarismo, si rivolgerà a tutta l’area del centrosinistra, senza trattini o distinzioni di ruoli e senza pretese di esclusività e con la legittima ambizione di crescere e di farci più forti. Una volta scelto il grande campo del centrosinistra, non facciamo torto alla nostra intelligenza descrivendo la nostra politica come una coperta da tirare un po’ più al centro o un po’ più a sinistra o inchiodandoci a schemi politici o a parole passate come fossero le figurine Panini di un campionato di quindici anni fa. In una società complessa, in cui non puoi chiedere troppo alle antiche categorie politiche né tantomeno piegare la politica alla sociologia, quel che vale è il progetto, quel che vale è l’idea di Paese che si rivolge in particolare a quei ceti popolari dove la destra vince, quando vince. Nella capacità attrattiva di un progetto ci sono tante cose che prese ad una ad una definiremmo di centro o di sinistra ma che nell’insieme dicono invece i valori fondamentali che hai, il Paese che vuoi e come intendi comporre gli interessi. Al di fuori di questa ambizione non sei né più di centro né più di sinistra: sei semplicemente un Partito piccolo che si condanna ai suoi confini. E non c’è contraddizione alcuna fra il nostro rifiuto a ritagliarci un angolo del campo e il riconoscimento che non siamo soli nel campo. Noi portiamo a tutta l’area del centrosinistra una nostra offerta politica ed un nostro profilo che ho definito sociale, civico e liberale; un profilo che dica una parola nuova nel concerto delle forze progressiste europee tutte impegnate in una ricerca alla quale vogliamo contribuire con una nostra specificità e con lo stimolo ad andare oltre antichi orizzonti secondo una linea che abbiamo già cominciato concretamente e positivamente ad applicare nel Gruppo Parlamentare Europeo. Non trasmetteremo alla nuova generazione dei Democratici il seguito di antiche storie ma piuttosto un’appartenenza moderna, univoca e sicura. Per questa sintesi abbiamo a disposizione materiali straordinari antichi e nuovi: il popolarismo, la sinistra di governo e del lavoro, il cattolicesimo sociale democratico e liberale, le tradizioni civiche, la nuova sensibilità ambientale. Abbiamo alle spalle il respiro di secolari movimenti di emancipazione, di radicate culture resistenziali e costituzionali e le vitalità di espressione della società civile che negli ultimi decenni ha accumulato protagonismi e una nuova politicità. Il nostro problema vero è che nessuno rimanga fermo su quello che ha già saputo o che ha già vissuto e che ognuno faccia un passo e dia una disponibilità generosa al cambiamento. Avremo un Partito plurale, non c’è dubbio. Ma non nel senso di attribuire ad ognuno una stanza della casa comune. Ogni sensibilità che liberamente vorrà esprimersi dovrà comunque riconoscersi nelle fondamenta e nei muri portanti di questa casa comune. Tutto questo non avverrà in astratto o in un giorno solo ma nel concreto delle battaglie, delle posizioni politiche e delle strutture reali con cui conformeremo il nostro Partito.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Popolare e del territorio, abbiamo detto; innanzitutto affermando con questo che noi selezioniamo dal territorio le nuove classi dirigenti, che consolidiamo la vita dei circoli portando lì le risorse necessarie, che ci proponiamo un radicamento nei luoghi di studio e di lavoro. Qui c’è un problema. Nel nostro percorso abbiamo svolto più di 7.100 Congressi di circolo. Solo 70 di questi riguardano i luoghi di lavoro e solo 10 luoghi di studio. Propongo quindi di lanciare una iniziativa che discuteremo con i Segretari regionali per fondare nei prossimi mesi 500 nuovi Circoli nei luoghi di studio e di lavoro. Impegniamoci altresì da subito a costruire una struttura centrale che oggi non abbiamo a servizio delle attività del Partito nei diversi ambiti dell’iniziativa politica. C’è ancora molto da fare per costruire il nostro Partito. In questi due anni si è determinata una costituzione materiale della nostra organizzazione che va corretta e migliorata. Convocherò immediatamente la Direzione che oggi eleggeremo per discutere, prima ancora degli organigrammi, dello stato del Partito e di come concepire un suo rafforzamento strutturale. Già oggi procederemo peraltro ai sensi dello Statuto oltre alla nomina della Direzione a quella del Presidente, del Vice Segretario e del Tesoriere.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Ribadisco qui quel che ho sempre detto nella nostra lunga campagna congressuale. Penso ad un Partito nel quale c’è bisogno di tutti e nel quale tutti devono collaborare a promuovere una nuova classe dirigente. Per questo intendo collocare nei luoghi esecutivi esponenti di una nuova generazione già sperimentata e creare attorno a loro la presenza attiva di personalità politiche che possano proteggere il cambiamento mettendo a frutto i vasti sistemi di relazione che possiamo mobilitare. Tutto questo con uno sguardo plurale e mai fazioso nella attribuzione di ruoli e di responsabilità.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;br/&gt;&lt;i&gt;C’è un punto ulteriore che voglio già oggi indicare per la nostra discussione. Se gli aspetti di confronto e di selezione competitiva in cui ci siamo ampiamente esercitati in questi anni (e che andranno preservati con qualche necessario aggiustamento) non verranno messi in equilibrio con meccanismi centripeti e coesivi propri di ogni associazione, noi rischieremo fenomeni di anarchismo e di feudalizzazione. Penso che la Commissione già nominata dalla Convenzione per la rivisitazione dello Statuto dovrà occuparsi di questo; di come meglio bilanciare, ad esempio, l’ampia dialettica, l’assoluta libertà di espressione, il valore del pluralismo con l’esigenza di preservare l’autorevolezza e l’univocità delle posizioni del Partito. Quando si parla di questo, il pensiero va subito ai temi etici di frontiera. Ma il problema non è questo. Sto parlando invece di una fisiologia che riguarda diffusamente la vita del Partito e che più facilmente impatta nei diversi luoghi del Paese con questioni relative al tracciato di una strada o a un termovalorizzatore o a una nomina piuttosto che a problemi di frontiera.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Se siamo forza di governo, e lo siamo; se siamo il Partito di una democrazia partecipata ed efficiente, e lo siamo, dobbiamo essere all’altezza di noi stessi e risultare lineari e affidabili agli occhi dei cittadini che si aspettano risposte e posizioni chiare sui problemi della loro vita comune.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Esistono poi anche i temi di frontiera, che possono interpellare la coscienza in modo insuperabile. Non sarà certo difficile trovare gli strumenti che riconoscano questo ambito, percepito peraltro nel senso comune. In realtà sulle questioni etiche e antropologiche il punto principale sta nella dimensione culturale e politica e nella capacità nostra di mettere a frutto nella discussione, nel confronto e nell’impegno lo straordinario bagaglio culturale che ci ispira, fatto di umanesimi forti, laici e di ispirazione religiosa. Umanesimi forti che non dobbiamo annacquare, che sono una forza enorme per noi e che dovranno aiutarci ad arrivare fino al punto in cui deve esercitarsi l’autonoma responsabilità della politica che ha un compito ineludibile: quello di rispondere con delle decisioni, per quanto transitorie e fallibili, alle esigenze del bene comune.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;E’ al lavoro anche una Commissione nominata dalla Convenzione per perfezionare il Codice Etico del Partito Democratico. Voglio qui sottolineare la centralità della questione. Per gli obiettivi che abbiamo, noi non possiamo fare a meno della dignità e del buon nome della politica e dell’amministrazione pubblica. Quando questi si appannano, la destra ci lucra e noi paghiamo il prezzo. Dobbiamo dunque porci il problema generale di un rafforzamento della tensione civica ed etica, a cominciare da noi stessi. E’ una questione che non può essere semplificata parametrandola, come spesso si fa, sui provvedimenti giudiziari. Quel parametro, che certo ha un grande rilievo, può tuttavia essere troppo o troppo poco; non ci libera dalle nostre responsabilità.&lt;br/&gt;Un Partito non è una autorità morale ma deve sentirsi tuttavia in qualche modo garante di quella dignità nell’esercizio di funzioni pubbliche che la Costituzione richiede. Una dignità che non può non comprendere comportamenti privati coerenti con la credibilità e il rispetto che un impegno pubblico pretende. Dobbiamo chiederci come mai pur avendo indicato le migliori intenzioni nelle nostre carte fondamentali, in questi due anni non sia stato possibile sanzionare nei diversi luoghi del Paese comportamenti non coerenti con i principi che abbiamo enunciato. Chiedo quindi che la Commissione Etica avanzi proposte non solo di principio ma tali da comprendere strumenti operativi efficaci per dissociare il Partito e il suo buon nome dalle deviazioni di singoli.&lt;br/&gt;Ho detto all’inizio: costruire il Partito, promuovere l’alternativa. Noi siamo il Partito dell’alternativa; preferisco dire così perché l’idea di alternativa contiene sicuramente il concetto di opposizione ma non sempre il concetto di opposizione contiene quello di alternativa. Vediamo bene sia la forza che oggi Berlusconi esprime, sia d’altra parte, l’impossibilità di disegnare un orizzonte credibile per il Paese e per la sua stessa maggioranza politica. Dal lato nostro non ci sfuggono certo l’articolazione e la disomogeneità delle forze di opposizione. Ma le cose non si muoveranno se non ci muoveremo noi. Quello che conta adesso, soprattutto, è il nostro posizionamento. Noi ci rivolgiamo con apertura ampia e generosa a tutte le forze di opposizione, riconoscendone la specificità e lavoreremo perché si accorcino le distanze fra noi. Chiediamo agli altri di fare altrettanto; chiediamo che nessuno si sottragga alla responsabilità di offrire agli italiani una alternativa. E’ un percorso non breve e certamente non sarà senza inciampi e contraddizioni. Ma tutti adesso sanno che possono discutere con noi in un clima costruttivo e di reciproco rispetto. Questo vale per le forze che sono in Parlamento (L’Italia dei Valori, l’Unione di Centro, i Radicali) sia con forze che non sono in Parlamento (Sinistra e Libertà, Verdi, formazioni civiche, formazioni di origine socialista e repubblicana). Sui temi della democrazia abbiamo aperto un canale di comunicazione e di confronto anche con formazioni con cui non abbiamo prospettive di alleanza come Rifondazione Comunista. Con questo sguardo ampio e ben consapevoli di tutte le necessarie articolazioni opereremo per avvicinare le posizioni sui temi istituzionali ed elettorali e su quelli economici e sociali. Con questo stesso sguardo ampio opereremo in vista delle elezioni regionali ed amministrative; con l’obiettivo cioè nel rispetto della dimensione federale, di allestire coalizioni democratiche e di progresso che possano scegliere e promuovere le candidature migliori, anche avvalendosi dei percorsi di partecipazione.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;br/&gt;&lt;i&gt;Care Democratiche, cari Democratici, cari Amici, cari Compagni,&lt;br/&gt;ho concluso. Lo dicevo all’inizio e spero di essere stato compreso. Mi sono rivolto a voi come ci si rivolge ad un largo gruppo dirigente e in modo consapevole sia della rilevanza e della difficoltà del nostro impegno sia della grande forza che possiamo esprimere. Tutti noi, assieme, metteremo fiducia nel progetto, tenacia e solidità nel perseguirlo; e soprattutto davanti alla sfida nuova sapremo rinverdire gli ideali che ci hanno portati alla politica ricavando da lì energia e generosità. Perché in fondo la sostanza sta proprio qui. Un Partito giovane ci chiede di essere giovani nel cuore.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/236003775</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/236003775</guid><pubDate>Sat, 07 Nov 2009 16:05:00 +0100</pubDate><category>Organizzazione PD</category></item><item><title>Calearo lascia il PD: il punto sulla politica economica del neosegretario Bersani</title><description>&lt;p&gt;&lt;a id="aptureLink_glFf0Fz1xK" href="http://www.scribd.com/doc/22191011"&gt;&lt;img aptureproxy="57" height="390" width="440" src="http://placeholder.apture.com/ph/660x390_ScribdItem/" title="Calearo"/&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/234786210</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/234786210</guid><pubDate>Fri, 06 Nov 2009 09:38:38 +0100</pubDate><category>Economia &amp;amp; Lavoro</category></item><item><title>PD: definire un'agenda sui temi di lavoro ed economia</title><description>&lt;p&gt;&lt;a id="aptureLink_kd2UaAmYjP" href="http://www.scribd.com/doc/22156286"&gt;&lt;img aptureproxy="57" height="390" width="440" src="http://placeholder.apture.com/ph/660x390_ScribdItem/" title="boeri"/&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://pdmira.tumblr.com/post/233973481</link><guid>http://pdmira.tumblr.com/post/233973481</guid><pubDate>Thu, 05 Nov 2009 16:22:00 +0100</pubDate><category>Tito Boeri</category><category>Economia &amp;amp; Lavoro</category></item></channel></rss>
