Novembre 23, 2011
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Non occorre risalire al mito di Prometeo e al dono della techne all’uomo per capire che non può esistere una pura tecnica politica, che la politica non è mai mera amministrazione dell’esistente, e che per governare ci vogliono decisioni e assunzioni di responsabilità per nulla neutrali.

È bene perciò che prendiamo il governo Monti come una via per uscire anche da una simile impasse. Per avviare un lavoro che negli ultimi anni non è mai stato condotto, a destra come a sinistra, consentendo ai populismi di assorbire tutta l’energia politica disponibile, sia nella versione giustizialista di sinistra che in quella mediatica di destra, e alle competenze tecniche di presentarsi col volto impersonale e irresponsabile della ferrea necessità. Caricatura del sapere questa, caricatura del potere quella.

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Massimo Adinolfi, Il Mattino 22/11/2011

(Fonte: azioneparallela.wordpress.com)

Settembre 25, 2009
Ancora su élites ostili e governo

 

IL CORRIERE DELLA SERA 21 settembre 2009

ALDO CAZZULLO

Ministro Tremonti, nel Palazzo della politica si parla di complotti, di elezioni anticipate, di nuove maggioranze. Lei che ne pensa?

«Da un po’ di mesi, più che un Palazzo sembra una caverna».

Caverna?

«La caverna di Platone. Nella caverna di Platone gli uomini non vedono la realtà, ma le ombre della realtà proiettate sulle pareti. Vedono immagini, profili, stereotipi, imitazioni della realtà. Il mondo esterno, la realtà, è una cosa; l’immagine della realtà, vista dal profondo della caverna, è un’altra. C’è una drammatica asimmetria tra la realtà del Paese e del governo e la rappresentazione che se ne fa. Dal lato della realtà, c’è la realtà, certo con tutte le sue complessità: negatività ma anche positività, crisi ma anche crescente coesione sociale. Dal lato della caverna, è l’opposto o il diverso. Non solo non si vede l’essere, ma a volte si confonde l’essere — quello che è — con il dover essere — quello che si immagina debba essere —; o con il voler essere, cioè quello che per proprio conto e tornaconto si vorrebbe fosse».

Chi lo vorrebbe? A chi si riferisce? Ai media? Alle opposizioni? Alle élites?

«Il prodotto del lavoro politico delle élites è oggi un po’ come una nave in bottiglia. La nave è perfetta finché sta dentro la bottiglia; e l’involucro della bottiglia è anche la stampa, che tende a fornire una rappresentazione perfetta della nave. Però è una nave che affonda appena la metti non dico in mare aperto, ma nella vasca da bagno. Perché, come diceva quel tale, i fatti sono testardi…».

Quel tale è Stalin?

«Da ultimo. Mi pare che prima lo avesse detto Hegel. Ma può essere che sbagli, perché milito in una formazione politica priva di “legittimazione culturale”. A chi pensa davvero non serve un “pensatoio”. Un certo lavorio culturalpolitico ricorda l’ironia di Barthes sul lavoro a merletto delle signorine di buona famiglia, parodia borghese del lavoro finto al posto del lavoro vero. Cosa vuole: con rispetto per i merletti, l’ozio è il padre dei vizi. All’opposto, chi lavora non ha tempo per ricamare. Passiamo dal ricamo alla realtà. Crisi in greco vuol dire discontinuità. E discontinuità è anche opportunità. Nelle strutture del reale, abbiamo paradossalmente un dividendo positivo della crisi in termini di ritorno dell’etica, di consolidamento della coesione sociale. Questo non significa l’assenza della crisi; anzi, proprio perché c’è la crisi abbiamo la riduzione del conflitto e l’avvio dell’economia sociale di mercato. All’opposto, nella sovrastruttura c’è il contrario di quello che è il Paese e di quello che è nel Paese, il tentativo ossessivo di rottura. Da una parte si chiede giustamente la celebrazione dei 150 anni dello Stato; dall’altra parte c’è una caduta del senso dello Stato, con un eccesso di violenza che non corrisponde all’interesse nazionale ».

Si riferisce agli attacchi a Berlusconi?

«Esattamente. Mi riferisco a una campagna che è orchestrata come un’ordalia paragiudiziaria, tra l’altro senza che alla base vi sia alcun elemento giudiziario. Domande e sentenze. L’appello al tribunale dell’opinione pubblica. Il farsi dei giornali giudici».

La stampa fa il suo mestiere: dare notizie, e commentarle.

«Un conto è il potere della stampa come contropotere, a tutela della libertà dei cittadini contro l’eccesso, contro il “detournement” del potere esecutivo. Questa è la funzione essenziale della libera stampa: rappresentare i fatti non orchestrarli, non sostituirsi al popolo nel gioco democratico».

Non crede che Berlusconi abbia fatto il gioco dei suoi critici, decidendo di alzare la voce e rispondere colpo su colpo?

«Chi avrebbe fatto diversamente? A un’azione corrisponde una reazione. Mi chiedo piuttosto: tutto questo è nell’interesse del Paese? Io non credo che lo sia. Ora basta. Credo che nell’interesse nazionale sia fondamentale uscire dalla caverna e guardare la realtà. E il governo è nella realtà, non nella caverna. Per quello che fa, e per come gli italiani valutano e vedono quello che fa. Non è un caso che questo governo attraverso la crisi abbia aumentato il suo consenso. Se la democrazia è un referendum quotidiano, la realtà corrisponde positivamente al governo e il governo corrisponde alla realtà, più di tutto il resto. E se c’è una formula per uscire è che, fatto il congresso del Pd, riparta davvero organicamente l’opposizione politica».

Franceschini o Bersani pari sono?

«Non voglio danneggiare nessuno dei due con la mia preferenza. L’importante è il congresso. Una svolta positiva democratica può essere data proprio dalla ripartenza dell’opposizione in Parlamento. Non tanti e diversi, ma “un” interlocutore responsabile con cui parlare su ciascun tema».

In Parlamento c’è un’altra maggioranza possibile?

«Per risolvere i grandi problemi, come ha indicato l’esperienza dell’ultimo governo Prodi, servono grandi numeri. Prodi aveva piccoli numeri, e per di più litigiosi. Quelli che parlano oggi non hanno neanche i numeri».

Casini dice che una nuova maggioranza si trova in dieci minuti.

«Non credo. In ogni caso, se fosse, durerebbe a sua volta dieci minuti».

Chiede il «time out», quindi? Sembra volerlo anche Franceschini, quando nota che «il caso escort ha danneggiato anche il Pd».

«Non lo chiedo io. Lo chiede l’interesse del Paese. Può essere un contributo positivo del congresso dei democratici».

Anche l’ombra delle elezioni antici­pate esiste solo nella caverna?

«Certo. Il governo Berlusconi è stato eletto sulla base di un programma elettorale. La fedeltà al programma non è un optional; è un elemento fondamentale dell’etica politica. Un governo senza programma o un programma senza governo non sono quello che serve al Paese e non sono quello che è nel nostro cuore e nella nostra mente».

La Lega non pesa forse troppo sul governo?

«La Lega è l’unico alleato che abbiamo. La sintesi politica la fanno, e sem­pre bene, i due leader, Berlusconi e Bossi».

Fini rivendica più democrazia in­terna al Pdl. È davvero isolato?

«La macchina politica è un po’ come un computer. È fatta da hardware e da software. È fatta dagli apparati, che vanno dalla base verso i vertici— dagli amministratori locali agli organi di presidenza — e da idee e principi, simboli e messaggi. Fini ha posto tutte e due le questioni: quella dell’hardware e quella del software. Ci sono nella politica contemporanea due forme di hardware, e corrispondono all’alternativa non casuale tra “Partito della libertà” e “Popolo della libertà”. La scelta, nell’alternativa tra partito e popolo, è stata nel senso del popolo. Partito è una struttura novecentesca; popolo è una forma diversa di fare politica. Ma è politica, appunto, e non dogmatica o scolastica. Il fatto che sia popolo e non partito non esclude dunque in radice forme comunque utili e necessarie di organizzazione. E queste possono e devono essere attivate in forma sempre più intensa e organica, per scadenze, temi, decisioni; su que­sto credo che nessuno, neanche il presidente Berlusconi, sia contrario. Si può assumere anzi che questa formula non riduca ma rafforzi la sua leadership».

Fini pone anche una questione di idee e principi.

«Giusto. Un computer è corpus mecanicum, che resta inerte, senza il software. E su questo campo, in que­sto mese, si è sviluppata l’azione di Fini. Ed è su questo, su immigrazione, interesse nazionale, tipo di patria, globalizzazione, catalogo dei valori e dei principi, che non solo tra Fondazioni ma dentro il Pdl si può e si deve aprire una discussione, dove vince chi convince. Una discussione preparata magari anche da un nuovo centro studi. Questo non vuol dire cambiare il programma elettorale, ma capire il programma elettorale».

Crisi: siamo nella fase della paura o della speranza?

«Siamo in zona prudenza. La paura è finita, ed è finita perché sono scesi in campo i governi. Nel mondo, un’enorme massa di debiti privati è stata girata sui debiti pubblici, e questo trasferimento è stato decisivo per eliminare la sfiducia. Non è che così i problemi sono stati tutti risolti, ma la catastrofe è stata evitata, ricostruendo una base fiduciaria indispensabile all’economia. Proprio perché alla platea dei debitori privati si è sostituita la sovranità degli Stati. Il ritorno degli Stati può essere positivo anche perché porta con sé il ritorno delle regole necessarie per evitare crisi future. E il “discorso sulle regole”, nell’agenda internazionale, l’ha posto il governo Berlusconi».

L’Italia però ha un enorme debito pubblico, che continua a crescere.

«La crescita del debito pubblico italiano è causata solo dalla decrescita dell’economia, ed è comunque per la prima volta negli ultimi decenni infe­riore alla velocità di crescita degli altri debiti pubblici. Secondo le proiezioni, questo differenziale fondamentale negativo dell’Italia si chiuderà, in rappor­to con gli altri grandi Paesi europei, nei prossimi anni. In più abbiamo un enorme stock di risparmio e l’Italia non ha un’economia drogata dalla fi­nanza ma la seconda manifattura d’Eu­ropa. I confronti non si fanno sul pas­sato, quando la crescita degli altri era drogata da un eccesso di debito privato, ma sul futuro. Un futuro che è tutto da scrivere».

Ma per affrontarlo, vi ricordano in molti, servono le riforme strutturali.

«La riforma delle riforme è il federalismo fiscale. Non è il progetto di una forza politica, ma il futuro dell’Italia. Che rischia di essere un Paese troppo duale. Il Centro-Nord, 40 milioni di abitanti, un medio-grande Paese europeo, da solo produce più ricchezza della media europea. Il Meridione d’Ita­lia, 20 milioni di abitanti, grande come Portogallo e Grecia messi insieme, sta invece sotto la media europea. Mai come nel “caso Italia” vale il discorso di Trilussa sulla statistica dei due polli. Non solo. In Italia di polli ce ne so­no tre: c’è anche il terzo pollo, il pollo dell’evasione dell’illegalità della criminalità. Metà del governo della cosa pubblica è in Italia fuori dal vincolo democratico fondamentale: no taxa­tion without representation. È questo il caso tipico dello “Stato criminogeno”, che produce irresponsabilità, amoralità, evasione fiscale. Ed il Sud ne soffre di più. Possibile che sia così difficile trovare al Sud un amministratore che non abbia la moglie o la sorella, un parente o un compare proprieta­rio di una clinica? La Calabria non ha quasi più i bilanci, le giunte di Campania e Puglia sono quel che sono. Il federalismo fiscale è la risposta che chiuderà la questione meridionale — oggi più che mai questione nazionale — e produrrà le risorse per le altre riforme».

Settembre 21, 2009
La sinistra “per male” delle élites che remerebbe contro il governo

Il Riformista 21 settembre 2009

 Il golpe di Luca

Stefano Cappellini

La guerra ai poteri forti. Dopo Berlusconi, Tremonti e Sacconi, il ministro rincara la dose contro il presunto complotto del salotto buono del capitalismo italiano
 

La guerra del governo alle élite, alias poteri forti, si è arricchita ieri di un nuovo capitolo. A scriverlo, il ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta, uno degli arieti (gli altri sono Giulio Tremonti e Maurizio Sacconi) della campagna contro il presunto complotto del salotto buono del capitalismo italiano ai danni di un esecutivo democraticamente eletto. Sostiene Brunetta, parlando a un seminario del Pdl a Cortina, che tali «élite irresponsabili, quelle della rendita parassitaria, burocratica, finanziaria, editoriale, stanno preparando un vero e proprio colpo di stato. In questo anno di grande crisi - aggiunge - hanno pensato solo a come far cadere un governo che guarda caso cominciava a colpire proprio le case matte della rendita». Quindi il ministro ha deplorato che la «sinistra per male» sia ostaggio di questo cartello di superborghesi rentiers: «Vada a morire ammazzata», è l’augurio che Brunetta le rivolge, insieme all’auspicio che la «sinistra per bene» ritrovi «i vecchi ideali».

Parole che Brunetta aveva già usato al seminario del Pdl di Gubbio (dove aveva lanciato la crociata contro la «borghesia di merda»), e in linea con quelle di due ministri cui, nella geografia interna al Pdl, non è certo vicino. «La sinistra è prigioniera di una borghesia parassitaria e cialtrona», ha spiegato pochi giorni fa al Corriere della sera Maurizio Sacconi, imitato da Giulio Tremonti, che al recente workshop Ambrosetti ha dipinto così le solite élite: «È gente a cui della parola democrazia piace solo la seconda parte, il kratos, e considera il demos come un optional». Va ricordato che anche Silvio Berlusconi, non nuovo a denunciare trame golpiste a lui avverse, ha dato il suo contributo a rafforzare la sindrome d’accerchiamento quando, ospite alla festa dei giovani del Pdl, nel pieno dello scontro con Gianfranco Fini e dei retroscena sulla scesa in campo di Luca Cordero di Montezemolo a capo di un nuovo polo politico, ha piazzato una battuta ad personam: «Di imprenditore in politica basto io».

Ma è davvero Montezemolo, figura che inevitabilmente per le sue relazioni e i suoi incarichi porta con sé le stimmate del “potente forte”, l’incubo del governo? Tremonti&co. sono proprio convinti che sia lui il capofila del salotto sensibile al kratos e ostile al demos, la sirena capace al tempo stesso di minacciare la stabilità dell’esecutivo e di incantare la sinistra tenendola ostaggio delle ragioni del salotto buono? La questione è senz’altro più complessa di così. E certi timori non devono essere proprio così foschi, se è vero che lo stesso Montezemolo ha incontrato Berlusconi la settimana scorsa, incontro definito «lungo e cordiale» da un comunicato di Palazzo Chigi. E comunque, in caso di un (al momento improbabile) default del governo, che sia per la sentenza della Corte sul Lodo o per altre traversìe del premier, non è certo il presidente Fiat un indiziato credibile a guidare un esecutivo tecnico o un governissimo. Il suo, casomai, resta l’unico nome in grado di terremotare il panorama politico se dovesse scendere in campo in caso di elezioni anticipate. È questa possibilità che il fuoco di fila dei ministri vuol scongiurare?

Una possibile risposta l’ha data due giorni fa Andrea Romano, editorialista del Sole24ore nonché coordinatore della montezemoliana fondazione Italia futura, intervenendo sul quotidiano di Confindustria per criticare «il revival anti-establishment» e «la potente retorica antielitaria» che ha monopolizzato la comunicazione del governo: «Chi esercita un mandato politico in nome e per conto del popolo - scrive Romano - non può pensare di utilizzare questo tipo di schermo polemico per porsi al riparo dalla valutazione pubblica dei risultati del proprio lavoro». Chiaro il senso. Non solo il complotto non c’è, ma denunciarne le trame è una mera arma di propaganda dell’esecutivo per compattarsi in un momento di difficoltà: fumo negli occhi dell’opinione pubblica, tanto più - chiosa l’ex direttore di Italianieuropei - che dopo quindici anni di politica attiva, e la metà passati a governare il paese, il berlusconismo non può più dirsi estraneo all’establishment senza sfiorare il ridicolo.

Il berlusconiano Giornale di Vittorio Feltri non la vede così e il giorno dopo spara in prima: «Il sogno del Sole, un governo amico dei poteri forti». Contemporaneamente, sul sito di Italia futura compare un editoriale a firma dello storico Miguel Gotor, che nell’allontanare lo scenario di un dopo-Berlusconi per via giudiziaria o “golpista” («L’unico modo possibile di sconfiggerlo davvero passa attraverso la via maestra delle urne») delinea una sorta di possibile road map montezemoliana: «Sarebbe bene che i liberi e i forti di ogni schieramento facessero ciascuno la propria parte, senza essere tirati per la giacchetta dagli amanti delle formule geometriche, che non rispondono mai alla forza e alla vitalità della politica». Il no alle «formule geometriche» riprende testualmente le dichiarazioni con cui il presidente della Fiat ha smentito alcuni articoli sulla sua imminente scesa in campo. Che in ogni caso - così testimoniano tutti gli indizi - non avverrà sul terreno del Grande centro: «Pensare nuove alleanze possibili - conclude Gotor - non significa affatto abbattere il bipolarismo, ma ritenere insufficiente e quindi ridefinire quello che oggi c’è».

In questa polemica che ha ormai decisamente trasceso i confini del dibattito accademico per diventare scontro politico vero e proprio, lo stesso Brunetta pareva aver preparato ieri un finale a sorpresa. «Mi ha chiamato Luca Cordero di Montezemolo e mi ha detto che è perfettamente d’accordo con me», ha spiegato il ministro ai cronisti qualche ora il suo pirotecnico intervento a Cortina. In realtà, raccontano che Montezemolo si sia irritato non poco quando è stato informato che tutte le agenzie avevano battuto il suo appoggio a Brunetta. Perché la sua presunta adesione sarebbe integralmente frutto di un equivoco: un amico del presidente della Fiat era a Cortina e mentre parlava con lui al telefono lo ha passato al volo al ministro, che a Montezemolo ha spiegato di aver appena tuonato contro le «rendite parassitarie». «Sono d’accordo con lei», ha replicato Montezemolo. Fine della conversazione. E fine del giallo.

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Settembre 17, 2009
Ancora sul populismo anti-elitario del governo Berlusconi

Il Sole 24 ore 17 settembre 2009 

L’inutile revival della retorica anti-élite

Andrea Romano

La polemica contro le classi dirigenti è un ingrediente antico della nostra storia nazionale, destinato a farsi più pungente nelle fasi di crisi e confusione come quella che stiamo vivendo. Una crisi che resta politica non meno che economica, perché al netto di ogni dietrologia è ormai evidente che la lunga transizione italiana non sembra ancora aver trovato quell’approdo che le elezioni del 2007 avevano lasciato immaginare. Non è solo la tentazione sempre più diffusa di guardare la politica dal buco della serratura a suggerirlo, ma anche il potente ritorno della retorica antielitaria e la sua diffusione ai piani alti delle istituzioni democratiche. In questi ultimi giorni è accaduto più volte di ascoltare autorevoli rappresentanti di governo aprire il fuoco della polemica contro questa o quella porzione di classe dirigente, scegliendo talora i magistrati o gli economisti talaltra i banchieri o persino i cineasti in un procedere per categorie all’ingrosso che non può né vuole percorrere la via del ragionamento di merito. C’è in questo il ritorno di un elemento tradizionale del berlusconismo, che fin dai suoi esordi ha esibito una carica anti-establishment che ha saputo inserirsi con acume e spregiudicatezza nel blocco dei meccanismi di formazione delle classi dirigenti che l’Italia degli anni Novanta ha conosciuto in forme tanto drammatiche. Gli anni passano per tutti, compreso il berlusconismo. E ascoltare un così pugnace revival antielitario quindici anni dopo quel lontano 1994 induce qualche perplessità. Non solo perché lo stesso berlusconismo non può esimersi dall’essere considerato a pieno titolo produttore e contenitore di classi dirigenti che ormai da anni si misurano legittimamente con il potere e la responsabilità pubblica. Soprattutto perché chi esercita un mandato politico in nome e per conto del popolo non può realisticamente pensare di utilizzare questo tipo di schermo polemico per porsi al riparo dalla valutazione pubblica dei risultati del proprio lavoro, per ragioni sia di metodo che di merito. Il metodo ricorda infatti troppo da vicino il diluvio distruttivo che ha avvelenato la nostra vita pubblica nell’ultimo decennio, quel rifiutare pregiudizialmente la legittimità dell’interlocutore come reazione preliminare a qualunque tipo di critica. O peggio, come reazione ad ogni tentativo di allargare il perimetro della discussione. Perché qualsiasi attore pubblico, e maggior ragione qualsiasi attore che svolga funzioni di governo, si rafforza nell’individuazione di interlocutori legittimati e si indebolisce nell’irrisione di avversari reali o immaginari. Soprattutto quando a quegli avversari sono attribuiti come uno stigma i contorni dell’appartenenza a una categoria di sapore morale più che politico. Sinceramente non si avverte alcun bisogno di un “giustizialismo di governo” che preluda a un’ordalia tutta basata sui rapporti di forza, mentre il paese attende di conoscere la direzione che prenderà all’uscita dalla crisi economica. Le ragioni di merito hanno a che fare con la persistenza del blocco nei meccanismi di formazione delle classi dirigenti, che continua ad essere uno dei nostri problemi più gravi. Altri paesi avanzati hanno conosciuto, come l’Italia, crisi di legittimità nelle leadership politiche ed economiche e ne sono usciti con molto tempo e molta fatica. C’è chi vi è riuscito, come negli Stati Uniti, tornando a guardare nelle università di punta alla ricerca dell’eccellenza politica e intellettuale e chi, come in Francia, sottoponendo a critica serrata un modello tradizionale di formazione delle élites per trovarne un altro con relativa rapidità. Nessun grande paese, tuttavia, lo ha fatto elevando la retorica antielitaria a standard permanente di lotta politica e rinunciando così anche solo a immaginare una soluzione reale a un problema reale. È esattamente questo il rischio che in queste settimane sembra incombere sulla nostra vita pubblica.

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