Febbraio 13, 2012
"che fare quando la «maggioranza» compie scelte che paiono sbagliate? O mettere in discussione il principio di maggioranza (le cui basi logiche, come ben sappiamo dall’ insegnamento del liberale Ruffini, sono fragili), oppure indignarsi. Sia ben chiaro: l’ «indignazione» non è affatto sterile: è uno dei modi per incidere sulle scelte sbagliate della «maggioranza». Ovviamente non sortisce sempre i suoi effetti: dipende anche (ma non unicamente) dagli argomenti addotti a sostegno dell’ indignazione. Il presupposto, lodevolmente ottimistico, di tale scelta è quello «pedagogico»: che cioè «democrazia» ed «educazione» sono coessenziali, come avrebbero un dì detto i teologi. La scuola in primis , e ogni altra istituzione avente come fine l’ acculturazione di massa, è il presupposto essenziale, vitale, del funzionamento della «democrazia». «Democrazia» indica uno stato di cose, o meglio un rapporto di forze; «educazione» vuol dire alimento che renda coscienti delle loro scelte i soggetti coinvolti in quel rapporto di forze. Ecco perché la scuola (che è, comunque, sempre molto difficile da addomesticare) è nel mirino ad ogni cambio di «regime» o di prevalenza politica. Ecco perché i più rozzi tra i politici danno ciclicamente l’ assalto ai manuali di storia in uso nelle scuole (già il tirannico imperatore della Cina che fece la grande muraglia ordinò anche la distruzione dei libri di storia in quanto «pericolosi per il governo»). Ecco perché lo strumento che con più forza costruisce la coscienza di massa, cioè la tv, è al centro di una battaglia permanente tra le forze politiche. Ecco perché «il Cavaliere» ha costruito la sua efficace presa su vaste masse italiane attraverso il suo impero mediatico. Per la verità, giova anche chiedersi perché i suoi di norma fiacchi avversari non hanno saputo intaccare tale fruttifero impero né l’ una né l’ altra volta che sono saliti al governo del Paese. La domanda ci porterebbe a studiare il fenomeno, importantissimo nelle cosiddette «democrazie occidentali», della molto maggiore vicinanza, contiguità, se non talora intrinsechezza, dei vertici rispetto alla radicale divaricazione delle rispettive basi (alle quali i vertici trasmettono slogan agitatori, in cui forse non credono, ma finalizzati a galvanizzarle). Ma questo tema meriterebbe una disamina a parte, che potrebbe prendere le mosse addirittura dallo studio delle dinamiche politico-familiari e di clan della repubblica romana dai Gracchi a Giulio Cesare."

Luciano Canfora, sul Corriere della Sera del 13 febbraio 2012

(Fonte: archiviostorico.corriere.it)

11:00am  |   URL: http://tmblr.co/Zx5TbyKMXBSC
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Novembre 8, 2011
"quando Aristotele doveva definire il governo democratico lo faceva identificandolo con i poveri, che sono i tanti. Non perché una società democratica sia fatta di poveri, ma per una ragione molto più sottile e che si vede oggi molto bene: perché non appena la questione della ricchezza materiale si fa critica in quanto la sua distribuzione prende vie inegualitarie, allora i molti si rappresentano (e spesso sono) come poveri o impoveriti. A questo punto, il dualismo è una realtà che può essere rappresentata solo con la quantità, e ciò è in sintonia con la democrazia, la quale è un governo fondato sulla quantità (dei voti).
Allora 1% contro 99% diventa la raffigurazione aritmetica dell’identità della democrazia quando il patto tra i molti e i pochi si rompe perché la ricchezza si muove in una direzione soltanto."

Così Nadia Urbinati (Repubblica 8/11/2011), su questa contrapposizione tra pochi e molti “dal sapore quasi antico, arcaico”; fino a queste conclusioni:

Sono molti i casi di lotta oligarchica che il libro di Winters [Jeffrey A.Winters, Oligarchy, Cambridge University Press, 2011] ricostruisce, dall’Atene e Roma classiche (…) da Venezia e Siena” (…)

Insomma non esiste società senza oligarchia. Gli Stati si possono quindi distinguere tra quelli schiettamente oligarchici e quelli che hanno siglato un compromesso con la democrazia. Nell’Atene classica quel compromesso riuscì per alcuni decenni, benché l’alternativa oligarchica restasse sempre una concreta possibilità visto che le grandi famiglie non accettarono mai il governo dei molti. I governi rappresentativi sono riusciti a correggere questa condizione di endogena precarietà della democrazia  traducendo  in meccanismi  costituzionali il rapporto con “i pochi”, dalla cui collocazione è sempre dipesa la stabilità dei sistemi politici. Consentire a questi di competere attraverso le elezioni è stato un modo per incorporarli - con il contributo dei molti che li eleggono, giudicano, controllano e limitano nel potere.

Il successo delle democrazie rappresentative costituzionali ha corrisposto a due secoli e mezzo di espansione della società di mercato nelle due forme che conosciamo: il capitalismo industriale, e, ora, quello finanziario. È stato un successo reso possibile da una condivisione generale degli oneri che ha consentito che il divario tra arricchimento dei pochi e dei molti non fosse fuori controllo. Oggi questo compromesso è rotto. E per molti ordinari cittadini è cominciato un duro periodo di impoverimento -che non è la stessa cosa della povertà. La durezza di questa crisi consiste nel fatto che per la prima volta cittadini che avevano conosciuto per due o tre generazioni un’espansione dei diritti e delle possibilità, si trovano oggi di fronte alla perdita di status, a non potere aver progetti per il futuro. Con la propaganda mediatica, come ci racconta Paul Krugman, che li vuole convincere ad accettare l’impoverimento senza dare loro in cambio alcuna certezza per il domani.

(…)

Questa e la gravità dell’attuale tensione tra oligarchia e democrazia: se le due forze si mostrano così bene oggi, se in altre parole l’eguaglianza, anzi la sua violazione, è oggi il tema centrale è perché il patto che mitigava la diseguaglianza e incorporava l’oligarchia dentro la democrazia mostra la corda. 

——

[NdR - Per approfondimenti: Luciano Canfora, Critica della retorica democratica, Laterza, 2002; ID. Democrazia, storia di un’ideologia, Laterza, 2004 (in part. il cap.15)]

(Fonte: repubblica.it)

Febbraio 7, 2011
"presupposto dell’ autore è che il cosiddetto «bipolarismo» sia un bene da non intaccare («Bisogna mantenere l’ opzione bipolare se si vuole mettere su solide basi la democrazia nel nostro Paese»). Questo presupposto sembra a me un cedimento agli idola fori, per dirla con Bacone. Il bipolarismo, infatti, essendo incardinato su leggi elettorali di tipo maggioritario (o del genere anglosassone, in cui «chi vince prende tutto» come alle corse dei cavalli, o del genere gollista «a doppio turno», mirante alla liquidazione delle ali «estreme»), produce - come risultato peraltro fortemente voluto - un esito, in termini di mandati parlamentari, sperequato, difforme e falsificante rispetto ai voti popolari. E dà perciò l’ illusione che il cosiddetto vincitore abbia conseguito un vantaggio molto netto e preponderante («una larghissima vittoria elettorale»). Si determina dunque una illusione ottica, dalla quale converrebbe incominciare a liberarsi. Quando si parla di «egemonia» berlusconiana nel nostro Paese, si trascura che essa è almeno in parte frutto per l’ appunto di leggi elettorali fondate su «premi» e su consimili strumenti coniati ad hoc per falsare il risultato del voto popolare e regalare la maggioranza assoluta a chi ha conseguito soltanto quella relativa (che rispetto all’ intero elettorato resta una minoranza)."

Luciano Canfora, nella recensione al bel libro di Michele Ciliberto, La democrazia dispotica, Laterza, 2010, traccia un interessante parallelismo storico:

Oggi i sondaggi danno al blocco populista-opulento (Pdl+Lega) un 40 per cento delle intenzioni di voto, e questo - grazie alla legge elettorale - viene considerato, per lo meno per l’ elezione della Camera, un buon margine di sicurezza per l’ attuale blocco governativo. Vien da ricordare che nelle elezioni politiche del 1958 la Democrazia cristiana da sola conseguì il 42 per cento dei voti, contro il 22 del Pci e il 14 dei socialisti, e fu costretta, nonostante tale successo, ad avviare, assai riluttante, l’ esperienza del centrosinistra (con il Psi e su sollecitazione dei partiti repubblicano e saragattiano). Un partito che da solo era al 42 per cento dei voti e degli eletti doveva, allora, trattare con forze politiche differenti e dar vita a soluzioni politiche che tenessero conto delle istanze di forze diverse, con le quali infatti si giungeva a un fecondo punto d’ incontro (definito, con un pizzico di malafede, «consociativismo»). L’ esatto contrario dell’ astratto e ingegneristico, e al fondo «metastorico» e «metapolitico», bipolarismo.

(Fonte: archiviostorico.corriere.it)

Dicembre 13, 2010
"Nella democrazia rappresentativa non si può ricorrere al «mandato imperativo», che vincola l’eletto alla fedeltà verso i suoi elettori. Per cui gli eletti dispongono di un buon grado di autonomia individuale nelle proprie scelte. Possono, cioè, decidere con una certa libertà come agire, nelle singole questioni, ma anche in quelle più importanti. Fino a dissociarsi dalle posizioni del partito o dello schieramento nelle cui liste sono stati eletti. Non solo: fino al punto di uscire da un partito o da uno schieramento per scivolare in un altro. È sempre avvenuto, in realtà. (…)
Gli slittamenti di partito e schieramento, oggi, avvengono sulla spinta di incentivi diversi —seppure, talora, eguali— rispetto a quelli che alimentano la «fedeltà» politica. Cioè: i vantaggi di carriera, di reddito, di potere, di visibilità legati al ruolo di parlamentare. D’altronde, la coerenza con i principi e i fini assoluti — nel linguaggio di Max Weber: «l’etica della convinzione» — non ha mai avuto una credibilità così bassa, in politica. I legami ideologici e associativi, perfino di categoria, si sono indeboliti e quasi dissolti, insieme ai partiti e alle grandi organizzazioni di interesse. Oggi, in fondo, i parlamentari a chi rispondono? I partiti praticamente non ci sono più. Salvo la Lega. E, comunque, sono tutti centralizzati e personalizzati. Compresa la Lega. Per cui diventano — sono divenuti — canali di mobilitazione individuale. Metodi per affermarsi e riprodurre la propria posizione. (…)
Di fronte a uno spettacolo politico tanto desolante (in un’epoca nella quale non c’è distanza fra politica e spettacolo), si ripropone la questione posta all’inizio. L’autonomia degli eletti e dei parlamentari rispetto agli elettori. Fino a che punto può spingersi? E quando, come in questa fase, produce comportamenti del tutto dissociati rispetto alla volontà degli elettori, si può parlare ancora di democrazia —anche se rappresentativa?
Il fatto è che nella democrazia rappresentativa il principio dell’autonomia degli eletti deve essere bilanciato da quello della «responsabilità». Ricorrendo di nuovo alla lezione di Max Weber: l’etica del politico è «responsabile» in quanto considera le conseguenze delle proprie scelte sul piano pubblico. Ma anche sul piano elettorale. (Come sottolinea Bernard Manin, nei «Principi del governo rappresentativo», pubblicato da «il Mulino»).
In altri termini: gli eletti possono anche passare a un gruppo —magari uno schieramento— diverso. Proclamare l’interesse pubblico, praticando in realtà quello privato — e familiare. Però poi ne devono rispondere ai propri elettori. E agli elettori — in generale. (…)
gli elettori hanno perduto ogni potere di scelta «personale». Cioè, «personalmente», non possono esprimersi sulle «persone» che li rappresentano. In base a valutazioni retrospettive sull’azione degli eletti. Considerando gli effetti di ciò che essi hanno fatto durante il loro mandato: per noi, la nostra categoria, la nostra zona. In riferimento ai valori in cui crediamo. Perché non esistono possibilità di verifica e di controllo diretto da parte degli elettori, con questo sistema elettorale, centralizzato, senza preferenze, a liste bloccate, che premia le coalizioni. Che attribuisce alle leadership di partiti personali oppure oligarchici il potere di scegliere e decidere. Chi eleggere e dove. Chi candidare, ricandidare oppure escludere. Questa democrazia, sempre meno rappresentativa. Sicuramente «irresponsabile». E poco democratica. Riproduce e promuove un’etica dell’irresponsabilità: civile e personale."

— Repubblica 13-12-2010, Ilvo Diamanti, “La democrazia dell’irresponsabilità”

(Fonte: repubblica.it)

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