Novembre 8, 2011
"quando Aristotele doveva definire il governo democratico lo faceva identificandolo con i poveri, che sono i tanti. Non perché una società democratica sia fatta di poveri, ma per una ragione molto più sottile e che si vede oggi molto bene: perché non appena la questione della ricchezza materiale si fa critica in quanto la sua distribuzione prende vie inegualitarie, allora i molti si rappresentano (e spesso sono) come poveri o impoveriti. A questo punto, il dualismo è una realtà che può essere rappresentata solo con la quantità, e ciò è in sintonia con la democrazia, la quale è un governo fondato sulla quantità (dei voti).
Allora 1% contro 99% diventa la raffigurazione aritmetica dell’identità della democrazia quando il patto tra i molti e i pochi si rompe perché la ricchezza si muove in una direzione soltanto."

Così Nadia Urbinati (Repubblica 8/11/2011), su questa contrapposizione tra pochi e molti “dal sapore quasi antico, arcaico”; fino a queste conclusioni:

Sono molti i casi di lotta oligarchica che il libro di Winters [Jeffrey A.Winters, Oligarchy, Cambridge University Press, 2011] ricostruisce, dall’Atene e Roma classiche (…) da Venezia e Siena” (…)

Insomma non esiste società senza oligarchia. Gli Stati si possono quindi distinguere tra quelli schiettamente oligarchici e quelli che hanno siglato un compromesso con la democrazia. Nell’Atene classica quel compromesso riuscì per alcuni decenni, benché l’alternativa oligarchica restasse sempre una concreta possibilità visto che le grandi famiglie non accettarono mai il governo dei molti. I governi rappresentativi sono riusciti a correggere questa condizione di endogena precarietà della democrazia  traducendo  in meccanismi  costituzionali il rapporto con “i pochi”, dalla cui collocazione è sempre dipesa la stabilità dei sistemi politici. Consentire a questi di competere attraverso le elezioni è stato un modo per incorporarli - con il contributo dei molti che li eleggono, giudicano, controllano e limitano nel potere.

Il successo delle democrazie rappresentative costituzionali ha corrisposto a due secoli e mezzo di espansione della società di mercato nelle due forme che conosciamo: il capitalismo industriale, e, ora, quello finanziario. È stato un successo reso possibile da una condivisione generale degli oneri che ha consentito che il divario tra arricchimento dei pochi e dei molti non fosse fuori controllo. Oggi questo compromesso è rotto. E per molti ordinari cittadini è cominciato un duro periodo di impoverimento -che non è la stessa cosa della povertà. La durezza di questa crisi consiste nel fatto che per la prima volta cittadini che avevano conosciuto per due o tre generazioni un’espansione dei diritti e delle possibilità, si trovano oggi di fronte alla perdita di status, a non potere aver progetti per il futuro. Con la propaganda mediatica, come ci racconta Paul Krugman, che li vuole convincere ad accettare l’impoverimento senza dare loro in cambio alcuna certezza per il domani.

(…)

Questa e la gravità dell’attuale tensione tra oligarchia e democrazia: se le due forze si mostrano così bene oggi, se in altre parole l’eguaglianza, anzi la sua violazione, è oggi il tema centrale è perché il patto che mitigava la diseguaglianza e incorporava l’oligarchia dentro la democrazia mostra la corda. 

——

[NdR - Per approfondimenti: Luciano Canfora, Critica della retorica democratica, Laterza, 2002; ID. Democrazia, storia di un’ideologia, Laterza, 2004 (in part. il cap.15)]

(Fonte: repubblica.it)

Febbraio 7, 2011
"presupposto dell’ autore è che il cosiddetto «bipolarismo» sia un bene da non intaccare («Bisogna mantenere l’ opzione bipolare se si vuole mettere su solide basi la democrazia nel nostro Paese»). Questo presupposto sembra a me un cedimento agli idola fori, per dirla con Bacone. Il bipolarismo, infatti, essendo incardinato su leggi elettorali di tipo maggioritario (o del genere anglosassone, in cui «chi vince prende tutto» come alle corse dei cavalli, o del genere gollista «a doppio turno», mirante alla liquidazione delle ali «estreme»), produce - come risultato peraltro fortemente voluto - un esito, in termini di mandati parlamentari, sperequato, difforme e falsificante rispetto ai voti popolari. E dà perciò l’ illusione che il cosiddetto vincitore abbia conseguito un vantaggio molto netto e preponderante («una larghissima vittoria elettorale»). Si determina dunque una illusione ottica, dalla quale converrebbe incominciare a liberarsi. Quando si parla di «egemonia» berlusconiana nel nostro Paese, si trascura che essa è almeno in parte frutto per l’ appunto di leggi elettorali fondate su «premi» e su consimili strumenti coniati ad hoc per falsare il risultato del voto popolare e regalare la maggioranza assoluta a chi ha conseguito soltanto quella relativa (che rispetto all’ intero elettorato resta una minoranza)."

Luciano Canfora, nella recensione al bel libro di Michele Ciliberto, La democrazia dispotica, Laterza, 2010, traccia un interessante parallelismo storico:

Oggi i sondaggi danno al blocco populista-opulento (Pdl+Lega) un 40 per cento delle intenzioni di voto, e questo - grazie alla legge elettorale - viene considerato, per lo meno per l’ elezione della Camera, un buon margine di sicurezza per l’ attuale blocco governativo. Vien da ricordare che nelle elezioni politiche del 1958 la Democrazia cristiana da sola conseguì il 42 per cento dei voti, contro il 22 del Pci e il 14 dei socialisti, e fu costretta, nonostante tale successo, ad avviare, assai riluttante, l’ esperienza del centrosinistra (con il Psi e su sollecitazione dei partiti repubblicano e saragattiano). Un partito che da solo era al 42 per cento dei voti e degli eletti doveva, allora, trattare con forze politiche differenti e dar vita a soluzioni politiche che tenessero conto delle istanze di forze diverse, con le quali infatti si giungeva a un fecondo punto d’ incontro (definito, con un pizzico di malafede, «consociativismo»). L’ esatto contrario dell’ astratto e ingegneristico, e al fondo «metastorico» e «metapolitico», bipolarismo.

(Fonte: archiviostorico.corriere.it)

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