Novembre 24, 2011
Farsi un'idea: la politica economica del PD, le opzioni in campo

Ottobre 6, 2011
"Oggi, siamo a rischio di implosione e rimaniamo nel tunnel della stagnazione perché, nonostante il fallimento storico, le politiche economiche sono ancora prigioniere del paradigma neo-liberista, ossia tira più forte di prima il vento culturale che ha accompagnato le scelte politiche degli ultimi 30 anni. Le condizioni dei mercati del lavoro (7 milioni di disoccupati in più dalla metà del 2008), le condizioni di reddito, i rischi di povertà, le prospettive delle classi medie, la qualità dell’ambiente sono aspetti tematici, lasciati agli specialisti del settore (giuslavoristi, economisti del lavoro, esperti di welfare, sociologi, ambientalisti). L’economia si dedica esclusivamente alla finanza pubblica, ai mercati finanziari ed al tasso di inflazione. La politica esegue le inevitabili scelte dettate dai mercati finanziari, impossibilitata a rispondere alle domande dei mercati rionali. Come il sig Malaussene, protagonista dei romanzi di Pennac, i politici, sempre più caricaturali, sono in prima fila a prendere gli insulti o ad abbaiare alla luna. In tale quadro, monta l’ossessione dell’opinione pubblica verso i costi della politica. È comprensibile. A che servono i ministri ed i parlamentari, per non parlare dei rappresentanti nei livelli di governo territoriali, quando non vi sono rilevanti scelte da fare ed è sufficiente il Ragioniere Generale dello Stato per attuare i presunti dictat di Bruxelles?"

Stefano Fassina (responsabile economia e lavoro Pd) “L’Unione Europea, i progressisti e l’Italia”, sul nuovo numero di Tamtàm democratico.

(Fonte: tamtamdemocratico.it)

Ottobre 2, 2011
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Ora che il testo è stato reso pubblico, infatti, bisogna riconoscere che toni e contenuti della lettera firmata da Jean-Claude Trichet e Mario Draghi, per quanto largamente anticipati nelle settimane scorse, restano assai sorprendenti.

Stupisce, ad esempio, l’affermazione senza mezzi termini e senza giri di parole secondo cui «il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover e, se necessario, riducendo gli stipendi». Ma altri esempi si potrebbero fare, dal mercato del lavoro, per il quale si chiede una «accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti», ai servizi pubblici locali, per i quali si chiede una «privatizzazione su larga scala». Alla faccia del referendum appena celebrato. La lettera della Bce, tuttavia, non solleva soltanto – si fa per dire – una gigantesca questione di sovranità nazionale, autonomia della politica, rispetto della volontà popolare e dei principi basilari della democrazia rappresentativa. Pone anche un immediato problema di politica economica, che riguarda il merito delle scelte indicate come necessarie e improrogabili.

È difficile credere che si possa rilanciare la crescita privatizzando un po’ di società municipalizzate a prezzi di saldo e liberalizzando qualche ordine professionale, mentre dall’altra parte si tagliano gli stipendi dei pubblici dipendenti e si facilitano i licenziamenti, tanto più se a questo si accompagna una politica di tagli alla spesa pubblica a tutti i livelli, in un contesto di generale stagnazione economica. È la terapia che è stata somministrata finora alla Grecia, con gli effetti che abbiamo sotto gli occhi, e di cui siamo vittime. La rivolta sociale che sta montando ad Atene, dinanzi a misure ispirate alla stessa filosofia, parla del nostro possibile futuro. Un futuro che ci appare purtroppo sempre meno remoto.

Non si capisce per quale ragione, se la preoccupazione della Banca centrale europea è la tenuta dei conti italiani, le indicazioni vadano tutte solo ed esclusivamente nella direzione dei tagli alla spesa pubblica e alle tutele dei lavoratori. Niente, neanche una parola, su possibili tasse che distribuiscano in modo più equo i sacrifici. La scelta di intervenire solo dal lato della spesa per raddrizzare il bilancio - come quella di intervenire solo dal lato dell’offerta per stimolare la crescita - è una scelta di campo teorica, politica e ideologica. In questo contesto, la lettera della Bce al governo italiano disegna il confine del vero scontro politico in corso in Europa. L’oggetto del contendere è chiaro: chi deve pagare il costo della crisi.

La risposta implicita nella lettera della Bce non potrebbe essere più netta: niente tasse, nessuna misura contro l’evasione, nessun incentivo alla domanda, nessun ruolo per lo stato. Solo tagli alla spesa pubblica, allo stato sociale, alle tutele dei lavoratori. E privatizzazioni «su larga scala». È una linea di indiscutibile chiarezza, che nel nostro paese trova molti sostenitori, anche tra i critici di questo governo. Con o senza Berlusconi, tuttavia, le forze democratiche e progressiste non possono che stare dall’altra parte.

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Francesco Cundari su l’Unità: il discrimine tra destra e sinistra, a partire dall’ormai celebre e a lungo segreta lettera estiva della BCE (firmata Trichet & Draghi) al governo Berlusconi. 

[Se il dibattito su dove si debba porre questo discrimine del progressismo democratico nelle ricette da proporre per il rilancio economico è tuttora aperto, anche all’interno del PD, si può partire da queste sensate puntualizzazioni di Fassina, per richiamare le proposte del PD in campo di economia e lavoro, alternative ad una sorta di austerity neo-liberista avallata da una struttura europea ‘tecnica’ che agisce nel vuoto della politica]

(Fonte: unita.it)

Settembre 9, 2011
Abbattere il debito pubblico: ancora sulla “patrimoniale” del PD

Europa 9 settembre 2011

La nostra patrimoniale

Chiarimenti sulla proposta del Pd sull’introduzione di una imposta ordinaria sui valori immobiliari ai fini dell’abbattimento del debito pubblico italiano

Stefano Fassina –[segreteria nazionale PD, resp. economia]

Caro direttore, 
le difficoltà dell’Italia hanno reso trendy una disciplina quasi esoterica come la finanza pubblica. Oggi, come per la formazione della Nazionale alla vigilia della finale dei mondiali di calcio, tutti si improvvisano esperti. Fioriscono, anche nei commenti di cosiddetti autorevoli economisti, ipotesi strampalate frutto di scarsa conoscenza del bilancio dello Stato e delle tecnicalità della materia fiscale. In tale quadro, il suo editoriale di ieri (“Patrimoniale democratica, allora esiste”) è un’occasione preziosa per tentare di chiarire una proposta del Pd sulla quale, complice la difficoltà tecnica della materia, si continua a fare grande confusione: “la” patrimoniale Primo: “la” patrimoniale non esiste.

Non esiste una versione unica dell’imposta sui patrimoni, come non esiste una versione unica dell’imposta sul reddito. “La” patrimoniale si distingue, innanzitutto, in due fattispecie: un’imposta straordinaria, una tantum, ad aliquota molto elevata su una qualche definizione del patrimonio (complessivo, immobiliare, mobiliare complessivo, mobiliare senza titoli di stato, ecc); un’imposta ordinaria, strutturale (ossia permanente), ad aliquota molto contenuta anche qui su una qualche definizione della base imponibile.

La prima versione è l’ipotesi proposta al Lingotto e, prima, da Amato, Capaldo ed altri. Da ultimo, con insuperabile improvvisazione per le dimensioni annunciate (400 miliardi di euro), da Profumo. La seconda è la proposta presentata dal Pd: un’imposta progressiva sui grandi valori immobiliari, pari allo 0,5% per i valori compresi da 1,2 ad 1,7 milioni di euro e allo 0,8% per importi oltre 1,7 milioni di euro.

Secondo: il Pd rimane convinto che la via della patrimoniale straordinaria (Lingotto e simili) sia una via suggestiva ad uno sguardo superficiale, ma impraticabile sul piano tecnico e comunque marginale ai fini della sostenibilità del debito pubblico. Spingere a vendere forzosamente, in un breve arco di tempo, uno stock di patrimonio tale da consentire di versare al bilancio dello stato 200 miliardi di euro (per rimanere alle ipotesi “minimali”) vorrebbe dire deprimere pesantemente i valori di mercato dell’asset in oggetto, non soltanto per i diretti interessati, ma in generale. Senza contare che, data l’assenza di un’anagrafe dei patrimoni mobiliari, le risorse mobili (azioni, obbligazioni, quote di fondi, ecc) ancora tenute in Italia volerebbero in tempo reale verso lidi sicuri ed ancora inaccessibili (i famosi “paradisi fiscali”). Si chiamerebbe a contribuire, quindi, soltanto i grandi patrimoni immobiliari imponendo una svendita depressiva e difficilmente fattibile.

Inoltre, a proposito dei miracolosi effetti sulla finanza pubblica, va segnalato che un eventuale abbattimento del debito di 200 miliardi, consentito sulla carta da una imposta patrimoniale straordinaria del 10% sulla ricchezza del top 10% di residenti in Italia, consentirebbe a regime un risparmio di circa 10 miliardi di euro all’anno in termini di spesa per interessi. È l’equivalente di 70 punti di base di spread.

Un governo credibile, con una strategia per lo sviluppo e per le riforme strutturali, potrebbe ricondurre rapidamente lo spread dai 350 punti base di oggi al livello della primavera scorsa, ossia 80- 90 punti base, con un risparmio di spesa per interessi che a regime raggiungerebbe intorno ai 40 miliardi all’anno.

Quindi, terzo: non c’è stata nessuna svolta del Pd «nelle ore convulse tra lunedì e martedì per rimettere mano alla contro-manovra». La nostra proposta di patrimoniale ordinaria era già nel documento presentato da Bersani il 13 agosto. Al punto 3 si prevede: «L’introduzione di una imposta ordinaria sui valori immobiliari di mercato, fortemente progressiva, con larghe esenzioni». Gli equivoci sulla base imponibile, caro direttore, non ci sono. Sin dal 13 agosto e come ripetuto nell’emendamento presentato in commissione bilancio al senato (prima firmataria Finocchiaro), si tratta di valori immobiliari.

In conclusione, nessuna improvvisazione e nessun ripensamento. Una posizione programmatica, discutibile ovviamente, ma coerente con la strategia dello sviluppo sostenibile per abbattere il debito pubblico. Qui, c’è un punto dirimente di cultura politica, prima che di policy: nonostante il fascino esercitato sui neofiti, le scorciatoie per abbattere il debito pubblico non esistono. Come abbiamo indicato nel nostro Programma nazionale di riforma, è lo sviluppo sostenibile l’obiettivo da perseguire per ridurre il debito. È l’economia reale la variabile da aggredire.

Basterebbe leggere i dati sui saldi delle bilance commerciali dei paesi euro per capire che sono le divergenti dinamiche della produttività ad alimentare, giustamente, i dubbi sulla sostenibilità economica, sociale e democratica della moneta unica. È il denominatore dei rapporti, il Pil, il vero problema. Insistere ossessivamente sul numeratore, il deficit, ed affidarsi ideologicamente alle misure supply side per la crescita, come vogliono i conservatori e le tecnostrutture europee ancora imbevute di neo-liberismo, porta l’area euro, non soltanto l’Italia, a sbattere. Come si fa a stupirsi delle previsioni di ulteriore allungamento della stagnazione quando si colpisce, ovunque, sia la domanda pubblica che la domanda privata di famiglie ed imprese? È sufficiente il buon senso, non serve Keynes, per riconoscere che siamo in una trappola di liquidità.

È il Financial Times a ripeterci da almeno un paio d’anni che siamo prigionieri di carenza di domanda aggregata. Soltanto gli irriducibili Alesina&C possono ancora predicare l’expansionary fiscal contraction ed i licenziamenti facili come strada per la ricostruzione.

Per uscire dal tunnel della stagnazione economica, delle drammatiche condizioni del lavoro di padri e figli, dell’anti-politica montante e del debito pubblico, le forze progressiste europee, Pd e Pse, propongono, con ritrovata autonomia culturale, la valorizzazione del lavoro, la redistribuzione del reddito e della ricchezza, il sostegno europeo alla gestione del debito e agli investimenti, la politica industriale.

L’opposto di quanto ciecamente e stupidamente si continua a raccomandare, a volte anche dalle nostre parti.

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